Di Jean-Claude Martini
La scrittura di queste note inizia volutamente il 27 novembre, primo anniversario dell’inizio dell’offensiva finale con cui Hayat Tahrir al-Sham (“Organizzazione per la Liberazione del Levante”), risultato della fusione dell’ex Fronte al-Nusra, separatosi da Al-Qaeda, con altri gruppi minori, occupò Damasco nel giro di una settimana e mezzo, ponendo fine all’ultimo bastione del panarabismo Baath nel mondo.
Fino a un giorno prima dell’operazione turco-americana con cui fu artificialmente riacceso il conflitto siriano, “in pausa” dal 2020 per il cessate il fuoco mediato dalla Russia tra l’allora governo di Assad, la Turchia e i “ribelli” da essa sponsorizzati, solo chi era profondamente interno alle dinamiche siriane poteva prevedere l’esito di quegli sviluppi, sicuramente non la fulminea rapidità. L’apparente stabilità del governo baathista nascondeva evidentemente una serie di problematiche legate al peso delle sanzioni ma anche e soprattutto alla corruzione e alla rilassatezza diffusesi rispettivamente nel governo e nella società dopo la temporanea pausa delle ostilità e ancor più dopo le elezioni del 2021, che pure Assad aveva vinto col 95% e la cui legge elettorale gli avrebbe impedito di ricandidarsi. Quello oltretutto fu l’anno della liberazione di Daraa, città d’importante valore sia strategico che politico: da lì era infatti partita la “rivoluzione colorata” del 19 marzo 2011.
Regnava, in tutta la società siriana, un senso di stanchezza e insofferenza per le lentezze e l’inefficienza della ricostruzione, la povertà e gli stenti della popolazione: già nel 2023 le popolazioni di Suweida e della stessa Daraa erano scese in piazza a più riprese per motivi puramente economici, in protesta contro il governo centrale e denunciando il continuo deterioramento delle loro condizioni di vita. Si può affermare che il Partito Baath si era fondamentalmente distaccato dalle masse popolare, lasciate, da parte loro, senza educazione ideologica e senza preparazione militante a far fronte alle difficoltà e superarle con le proprie forze, facendo leva sull’opera congiunta dell’intera nazione. Il terremoto di quello stesso anno, che colpì Siria e Turchia in egual misura, vide la seconda riprendersi a velocità chiaramente maggiore della prima, non aiutata dal prosieguo delle sanzioni deciso dall’Occidente che essa stessa, d’altra parte, non seppe né affrontare né eludere.
Chiara è anche la differenza, foss’anche solo visiva, tra le piazze piene a difesa del legittimo governo nel 2012 e l’apatia generale dell’anno scorso per la quale nessuno si è esposto a difesa di Assad, fatta eccezione per un corteo serale nel quartiere di Qudsiya a Damasco, peraltro poche ore prima della sua caduta.
I fatti di fine 2024 sono dunque la conclusione logica di una serie di errori interni, che si sono riproposti tutti, su scala ancora maggiore, in quella tragica settimana e mezzo. Chi non ha visto il mosaico nella sua interezza è stato colto di sorpresa e, in preda allo sgomento, ha voluto puntare di primo acchito il dito contro un presunto “tradimento” da parte di Russia e Iran, principali alleati della Siria di Assad.
Vi è stato davvero qualcosa del genere?
In realtà già all’inizio dell’offensiva di HTS l’Esercito Arabo Siriano iniziò a ritirarsi senza quasi combattere, giungendo fino alla perdita di Aleppo, che vantava una reputazione plurisecolare di «fortezza mai catturata da nessun invasore», confermata del resto dalla vittoriosa battaglia del 2012-2016. La resistenza lealista rimase affidata a quelle poche unità che scelsero di non deporre le armi e scappare oltreconfine, e vide nonostante tutto vittorie e controffensive locali che portarono alla riconquista di numerosi villaggi tra le regioni di Hama e quella della stessa Aleppo: citiamo, per puro dovere di cronaca, Maardes, Khattab, Jabal Zain al-Abidin, l’aeroporto militare di Hama e gli insediamenti di Qomhane, Kafraa, Jabal Kafraa, Maar Shuhur, Zilaqiat, Halfaya, Taybat al-Inam, Muraywid, Karnaz, Morek, Al-Fatatira, Al-Tanjara, Al-Ameeqah1, Tell Malh, Al-Jalmah, Al-Jabin, Hayalin, Sheikh Hadid e Zawr Abu Zayd2 3. Il secondo di questi fu liberato col decisivo appoggio iraniano, mentre i bombardamenti russi su Aleppo portarono all’eliminazione di 2.500 terroristi in pochi giorni4, come già fecero quelli del 2015. L’unica differenza è che l’offensiva di questi ultimi ne è risultata soltanto momentaneamente rallentata e non ribaltata come dieci anni fa: a ciò ha contribuito la distruzione del ponte di Rastan sull’autostrada M5. La chiave di volta è l’Esercito Arabo Siriano che nel 2024 scelse di non combattere: nelle rare battaglie da esso impegnate, HTS attraversò serie difficoltà e rovesci per la sua netta inferiorità tattica.
Le rivelazioni successive, secondo le quali già dalla fine dell’estate 2024 sia russi5 che iraniani6 avevano più e più volte messo in guardia Assad sui preparativi di quella che poi fu l’offensiva del 27 novembre e questi ultimi non soltanto aveva fatto orecchie da mercante, ma aveva pure ostacolato in vario modo le operazioni delle truppe iraniane sul campo, non lasciano scampo a dubbi: non vi è stato alcun tradimento della Siria, né da parte della Russia, né da parte dell’Iran. La colpa di quanto avvenuto l’8 dicembre di un anno esatto fa ricade unicamente sui limiti del governo siriano, ben precedenti, del resto, all’anno scorso. A Mosca e a Teheran va anzi, semmai, il merito di non esser cadute nella trappola di Ankara e Washington volta a impelagarle in un intricato conflitto di lunga durata, che per la prima soprattutto avrebbe significato un ulteriore sforzo bellico oltre a quello a tutt’oggi in corso in Ucraina.
È significativo che proprio in quei giorni, e particolarmente il 4 dicembre 2024, mentre il grosso dell’Esercito Arabo Siriano era in rotta e l’altra metà lottava eroicamente per difendere Hama e Homs, entrava in vigore nientepopodimeno che il Trattato di partenariato strategico globale tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea e la Federazione Russa7.
Quest’altro primo anniversario, certamente più felice, testimonia l’elevazione al livello strategico di un’alleanza storica tra due contraenti affidabili perché in grado ciascuno di difendersi autonomamente. Anzi, essa ha ricevuto ancor più importanza e significato storico nei sei mesi, dall’ottobre 2024 all’aprile di quest’anno, in cui per ordine di Kim Jong Un fu formata l’unità operativa d’oltremare per coadiuvare le truppe russe nella liberazione della regione di Kursk dall’occupazione neonazista ucraina, ricatturando persino un insediamento, Plëkhovo8, in totale autonomia, e restandovi a tutt’oggi dei genieri per contribuire allo sminamento dei territori riconquistati.
Il fatto che ogni vertice tra Russia e RPDC sia occasione, da parte dei rappresentanti della prima, per ringraziare i secondi del loro aiuto è indicativo della verità per cui, soprattutto nell’odierno mondo ormai sostanzialmente multipolare, bisogna essere forti: chi non lo è, non viene rispettato dagli amici né temuto dai nemici. Non c’è grande potenza che tenga se non è anzitutto il governo del Paese sotto attacco a lottare con tutte le proprie forze per difendere la propria indipendenza e non permettere la vanificazione degli sforzi della nazione per l’edificazione della nuova società. Questa è stata la tragedia della Siria di Assad:
«C’è stato un cambiamento nella volontà di Assad ─ rammenta Mohammad Ali Jafari, comandante delle Guardie del Corpo della Rivoluzione Islamica iraniana dal 2007 al 2019 – che non aveva più l’intenzione di resistere come al tempo dell’ISIS: continuò la collaborazione con la Forza Qods, ma pose molti limiti; prese alcune decisioni molto strane, tra cui inglobare oltre 20.000 ribelli all’interno dell’esercito, e per questo esso non ha poi opposto resistenza; ha sciolto la Forza Nazionale di Difesa.
Ovviamente anche le pressioni, le sanzioni e la situazione dell’esercito, insieme alla stanchezza di Assad, hanno causato la sua caduta. Ritengo però lui il maggiore responsabile, poiché quando il comandante di un Paese mostra chiaramente di non avere più la volontà di resistere e continuare…
Abbiamo provato ad assisterlo: Seyyed Nasrallah, il Generale Salami e un’altra persona hanno tenuto una riunione con lui, ma non mostrò interesse»9.
Tali parole confermano quanto detto un mese prima dall’attuale presidente del Majlis (parlamento iraniano), Mohammad Ghalibaf:
«Negli ultimi 12 anni abbiamo affrontato due diverse personalità di Bashar al-Assad. La prima è stata durante l’era dell’ISIS, nella quale ne ha mostrata una molto forte. Ma dopo l’assassinio del martire Soleimani, non ho visto in lui la stessa volontà e resistenza di prima. I suoi dubbi, le decisioni mutevoli, il clima militare e la pressione della popolazione hanno contribuito alla situazione che vediamo oggi.
Lo scorso anno Assad non solo non ci ha chiesto maggiore aiuto militare o l’invio di nostre brigate in Siria, ma ci ha riferito che non aveva più bisogno dei nostri consiglieri militari. Non era più l’uomo determinato di una volta. Era finita, non si poteva più fare nulla»10.
In un’intervista all’emittente araba Al-Ghad, il ministro degli Esteri iraniano, negando ogni contatto con Assad per il suo espatrio dalla Siria, rivelò addirittura che «Abbiamo dato ad Assad molti consigli, ma si è rifiutato di ascoltarci. Lo abbiamo avvisato dei movimenti dell’opposizione a Idlib, ma il governo siriano ha preso decisioni indipendenti»11. In quei giorni convulsi circolò infatti la voce, poi rivelatasi (malauguratamente) infondata, che l’Iran stesse preparando un’operazione militare nel Paese, mentre il consigliere di alto livello di Khamenei Javar Larijani affermò con rammarico che «l’Esercito Arabo Siriano non riesce chiaramente più a difendere la Siria, questo affare avrebbe dovuto stare nelle nostre mani fin dall’inizio»12. Assai inferiori alle aspettative il quantitativo di forze libanesi e irachene (Hezbollah e Hashd al-Shaabi) intervenute, e schierate perlopiù nell’area di Homs. Le attività iraniane si sono limitate a una difesa, riuscita, dei luoghi sacri dello sciismo, come la Moschea di Sayyida Zainab a Damasco. Di più era dunque divenuto impossibile fare: un articolo apparso su Fars News lo sintetizza esaustivamente13.
Abbiamo quindi visto come i limiti interni siano stati la causa principale della caduta della Siria baathista: è quindi falso e fuorviante puntare il dito contro gli alleati o gioire, più o meno malignamente, per una presunta “illusorietà” della trasformazione multipolare del mondo attuale. La caduta del baathismo siriano non è da ascriversi né al “fallimento del multipolarismo”, che invece procede sulla sua strada, né alla “forza degli imperialisti” o a chissà che altro. Essa è frutto principalmente, come nei casi jugoslavo, iracheno, libico ecc., delle sue proprie manchevolezze. Né Hafez né Bashar al-Assad hanno mai preso posizioni coerenti, integrali e di principio contro l’imperialismo e il sionismo (ricordiamo il sostegno all’invasione americana dell’Iraq nel 1991 e le azioni scissionistiche del fronte palestinese in Libano negli anni ’70 e ’80), ma hanno tentennato, spaventati dalla propaganda nemica. Hanno tentato fino all’ultimo e ogniqualvolta possibile di riconciliarsi con l’Occidente adottando sempre più ricette capitaliste per la propria economia e cadendo nelle trappole divisive dell’imperialismo. La Siria baathista non ha mai sviluppato una difesa nazionale autonoma e potente, ma ha fatto affidamento sulle grandi potenze, come anche in ambito economico.
Col reintegro nella Lega Araba, Assad iniziò a nutrire illusioni sulle monarchie del Golfo, pensando di poterle usare per cacciare l’occupazione turca dal nord del Paese; dopo il 7 ottobre 2023, la Siria non ha mai aperto un fronte contro Israele, limitandosi a un sostegno passivo e neanche senza ostacolarlo, come nel caso delle contraddizioni con le forze della resistenza yemenita. Non ha reagito a dovere ai bombardamenti israeliani del 2024 e non solo, come dicevamo, non ha ascoltato gli avvertimenti russi e iraniani sull’imminente invasione di HTS, che giungevano già dalla fine dell’estate, ma rifiutò persino, in tutto o in parte, le loro offerte di sostegno dopo il 27 novembre.
Con queste riflessioni, tuttavia, non si intende assolutamente negare o nascondere il ruolo positivo svolto dalla Siria in Medio Oriente dal 1970 al 2024 come Stato laico, in grado di garantirsi una virtuosa e vistosa crescita economica in tempo di pace e di portare avanti un vasto programma di riforme sociali e socialisteggianti, nonché la sua politica estera di amicizia verso il campo socialista e i Paesi antimperialisti (essa era rimasta l’unico Paese membro dell’ONU a riconoscere la RPD di Corea come unico governo legittimo della penisola coreana dal febbraio 2024 e il secondo, proprio dopo Pyongyang, ad aver riconosciuto i risultati dei referendum del settembre 2022 nel Donbass, oltre all’indipendenza della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk nel giugno dello stesso anno).
Indipendenza in politica, autosufficienza in economia e autonomia nella difesa nazionale: sono questi i cardini fondamentali e universali per il successo nella difesa dell’indipendenza e della sovranità di ogni Paese. Senza attenersi anche solo a uno di essi, le conquiste rivoluzionarie e l’esistenza stessa del Paese e della nazione stessi sono in pericolo, come hanno dimostrato le amare esperienze di Jugoslavia, Libia e appunto Siria.
L’esperienza di Belgrado è così riassunta nelle parole di un ideologo coreano:
«In generale, il primo obiettivo che persegue la politica è quello di assicurare la sovranità dello Stato e l’integrità del territorio nazionale, così come la sicurezza della patria e della sua popolazione minacciata dall’aggressione straniera. Affinché la politica raggiunga il suo scopo è indispensabile rafforzare, prima di ogni altra cosa, la capacità difensiva nazionale.
Tuttavia, vi è una grande differenza tra il comprendere correttamente che il rafforzamento della difesa nazionale è importante al fine di proteggere ed esercitare la sovranità del Paese e della nazione e presentarlo e dargli impulso come un importante compito dello Stato.
Di fatto, numerosi Paesi che lo hanno sottovalutato dinanzi alla minaccia di aggressione da parte di altri hanno subito delle conseguenze irreparabili.
Lo dimostra palpabilmente la tragedia dell’ex Jugoslavia.
Alla fine degli anni ’90 quasi tutti sapevano che le truppe della NATO, capeggiate dagli americani, avevano intenzione di attaccarla. Di fronte a tale pericolo di guerra, questo Paese non rafforzò la potenza militare, né fece i preparativi necessari. Il suo governo, anziché pensare a lottare con le proprie forze, ripose le speranze nella promessa di un grande Paese di offrirgli sostegno in caso di emergenza, e vi sperò fino alla fine della guerra. All’inizio di quest’ultima, i suoi combattimenti antiaerei obbedivano alla “conservazione delle forze e resistenza risoluta”, come mezzo di difesa passiva, poiché non aveva una sufficiente capacità militare. Per di più, poiché questo Paese si appoggiava ad armi ed equipaggiamenti altrui, non era in grado di riparare da solo il sistema antiaereo distrutto dai bombardamenti indiscriminati delle truppe aeree della NATO. Inoltre, debole com’era la potenza della contraerea, non poté abbatterne gli aeroplani, che volavano ad alta quota. In definitiva, non fu capace di opporre una resistenza degna di nota, ma anzi fu colpito selvaggiamente sino a giungere a un finale disastroso»14.
Siano quindi, gli avvenimenti dell’anno scorso, non motivo di scoraggiamento ma di ulteriore motivazione allo studio del kimilsungismo-kimjongilismo come dottrina dal valore universale al fine di “tradurne in italiano” la prassi per conquistare l’indipendenza, la sovranità e il socialismo per il nostro Paese e fargli svolgere il ruolo che merita nel mondo multipolare, un ruolo che non potrà che essere di guida per le risorse, i mezzi, la posizione strategica e la reputazione di stima e affetto che i popoli liberi hanno sempre tributato, nella Storia, alla nostra nazione.
1https://x.com/Currentreport1/status/1863068019162808387?s=19
2https://x.com/Suriyakmaps/status/1864092593744724314
3https://archive.sana.sy/?p=2176257
4https://arabic.rt.com/middle_east/1626392-التلفزيون-السوري-ارتفاع-قتلى-إرهابيي-جبهة-النصرة-وتنظيماتها-إلى-نحو-2500-خلال-الأسبوع/
5https://npasyria.com/en/118831/
6https://english.khamenei.ir/news/11318/Imam-Khamenei-s-important-speech-about-recent-developments-in
7https://italiacoreapopolare.wordpress.com/2024/06/20/trattato-di-partenariato-strategico-globale-tra-rpdc-e-russia/
8https://lenta.ru/news/2024/12/13/voenkor-raskryl-podrobnosti-uchastiya-spetsnaza-kndr-v-boyu-za-rossiyskiy-poselok/
9https://www.hamshahrionline.ir/news/988888/ناگفته-های-فرمانده-سابق-سپاه-از-تصمیمات-عجیب-بشار-اسد-ما-از
10https://www.youtube.com/watch?v=dvpMyndmyFI
11https://abdimedia.net/en/politics/araghchi-bashar-al-assad-refused-listen-our-advice
12https://slguardian.org/breaking-syrian-president-assad-fled-damascus-rebels-set-to-storm-the-capital/
13https://farsnews.ir/hamed/1733649989178587279/چرا-ایران-وارد-سوریه-نشد
14 Ri Jong Chol, La politica del Songun della Corea, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 2012, pp. 27-28 ed. sp.