Oggi essere veramente patriottici significa portare un atteggiamento rivoluzionario sulla questione nazionale, che deve essere basata su una concezione progressista dei rapporti sociali e sull’idea di giustizia sempre connessa all’orgoglio nazionale.
Non ci servono personaggi come la Takaichi per capire quanto sia falso un sistema liberale imposto dall’esterno per quietare le forze attive di un Paese, e non ci servono tantomeno sicari addomesticati ad un facile quanto primitivo sciovinismo per capire quanto sia dannosa l’idea nazionalista se non riposta nella giusta dimensione che la completa. Di Giampiero Braida.
Come da tradizione, il vassallo giapponese deve ogni volta posare dei fiori al Cimitero Nazionale di Arlington a Washington, un omaggio alla Tomba del Milite Ignoto e indiretta riconoscenza verso il proprio padrone, lo Zio Sam a stelle e strisce. La premier Sanae Takaichi ha deposto il solito mazzo di fiori lo scorso venerdì, segnando la devozione del regime liberal-democratico (letteralmente, anche a livello partitico) nipponico a coloro che, in maniera gentile e premurosa, gli hanno sganciato due atomiche nel ’45.
Per chi non si ricordasse, appena insediata la Takaichi ha subito fatto mostra delle velleità imperialiste nipponiche congiuntamente ad una sua schietta adesione al blocco occidentale capitanato dai salvatori del Mondo, gli Stati Uniti d’America. Tra ammirazione per la Thatcher e un conservatorismo pop che a quanto pare fa breccia nei giovani nipponici, ella si è subito imposta come donna forte, carismatica e dai forti toni reazionari.
Qualcuno dirà cosa nota, essendo già stata delfina dell’ex primo ministro Shinzo Abe, vecchio capo dell’ala destra del Partito Liberal-democratico giapponese (fondato a suo tempo direttamente con l’aiuto della CIA e del supporto economico americano). Ciò che rende però Takaichi ancora più speciale, oltre a quel sorriso furbetto e kawaii che la caratterizza nonostante l’età, è la sua adesione al programma ultranazionalista della Nippon Kaigi, l’ONG di estrema destra (quella vera) più influente dell’intero Giappone. Gli ideali della Nippon Kaigi sono gli stessi espressi dallo “statismo Showa” e trovano conferme nel desiderio di militarismo e nella sinofobia dell’attuale leadership giapponese. Ma come mai allora questo reazionarismo è presente in un contesto a “sovranità limitata” come quello giapponese?
Il discorso alla base è sempre quello del piccolo reazionario che serve il più grande reazionario. Per gli americani un Giappone come base aerea e navale fa comodo, giacché smilitarizzato, anche se ad oggi, essendosi da tempo stabilita un’alleanza che sa di colonizzazione politica e militare, è da preferire un Giappone più aggressivo nei confronti della Cina e della Corea popolare. Il guinzaglio del cane che abbaia, in questo caso, può essere sicuramente allentato. La necessità dopo la Seconda Guerra Mondiale era, infatti, quella di rendere il Giappone un regime liberal-democratico alleato (ma militarmente innocuo) come baluardo all’espansionismo comunista, e ad oggi all’egemonia cinese nell’area est-asiatica/indo-pacifica. Tempo fa tra l’altro, un deputato della sinistra radicale nella Dieta Nazionale aveva ribadito la condizione di vassallo dello Stato giapponese, parlando della “sovranità limitata” del Paese a causa delle ingerenze americane. Per tutta risposta, la premier Takaichi ha dichiarato di ritenere il Giappone uno Stato sovrano a tutti gli effetti.
Ma come… la sinistra è più sovranista della destra nazionalista? In Giappone si dà il caso che non sia una cosa anormale.
Inejiro Asanuma, il più importante socialista giapponese, venne assassinato nel 1960 da uno studente di estrema destra durante un dibattito politico in diretta nazionale. La colpa di Asanuma? Essere un socialista nazionalitario, un coerente sostenitore di un nazionalismo di sinistra anti-americano e anti-imperialista. Vide nella Cina di Mao un grande alleato contro il comune nemico americano e criticò aspramente il Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tra Giappone e Stati Uniti. Asanuma riteneva che l’ideale panasiatista potesse rinascere con il socialismo, riunendo in una vera comunità anti-imperialista e anti-colonialista tutti i popoli asiatici, in special modo cinesi e giapponesi. Con delle idee simili com’è possibile che venne fatto fuori da un nazionalista, cioè da qualcuno che in primis dovrebbe ribellarsi ad uno status quo fondato sulla sopraffazione nazionale?
La risposta la si deduce dal fatto che essere nazionalisti non vuol dire necessariamente essere progressisti. I nazionalisti non sono tutti mazziniani, ricordiamocelo.
Ci sono nazionalismi borghesi che fanno successo con invasioni, espansionismo e colonizzazione, basandosi esclusivamente sui movimenti dei capitalisti nazionali.
Ci sono poi i nazionalismi di liberazione, quelli che tendono a liberare i popoli dal giogo di prigionie esterne e guardano alla questione sociale come bastione per una vera autodeterminazione nazionale.
I primi sono strumentalizzabili, mentre i secondi devono essere disintegrati, questo secondo la perfetta mentalità imperialista.
Il nazionalismo reazionario, quello basato su una visione socialconservatrice della società, è spesso il miglior amico del capitalismo e dell’imperialismo. Lo sappiamo bene noi in Italia dove, con le segreterie De Marsanich-Michelini a partire dagli anni ’50, il Movimento Sociale Italiano si è trasformato in un partito nazionalista di destra, legato a monarchici e conservatori vari, sostenendo di fatto politiche anticomuniste e atlantiste degne della parte più “destrorsa” della Democrazia Cristiana. Lo stesso Ordine Nuovo era pesantemente infiltrato dai servizi segreti, e pure le vicende della Gladio mostrano cosa è veramente il nazionalismo dei reazionari, cioè uno strumento utile per assicurare agli imperialisti il loro dominio su un determinato Paese.
Oggi essere veramente patriottici significa portare un atteggiamento rivoluzionario sulla questione nazionale, che deve essere basata su una concezione progressista dei rapporti sociali e sull’idea di giustizia sempre connessa all’orgoglio nazionale.
Non ci servono personaggi come la Takaichi per capire quanto sia falso un sistema liberale imposto dall’esterno per quietare le forze attive di un Paese, e non ci servono tantomeno sicari addomesticati ad un facile quanto primitivo sciovinismo per capire quanto sia dannosa l’idea nazionalista se non riposta nella giusta dimensione che la completa.
Dobbiamo però ricordarci che gli specchi per le allodole odierni, siano essi sovranismi pendenti a Occidente o idolatrie conservatrici nascoste dietro una “stella a sei punte”, sono sempre presenti e cascarci equivale a validare gente come le Meloni o le Takaichi, figurine agghindate con una bandiera che non è la loro, ma che credono profondamente di rappresentare.