Chi fa analisi economica lo sa: il 3,1% certificato da ISTAT va a creare un problema al Paese, questo mentre economie come quella tedesca hanno sforato di 1000 miliardi (e nessuno proferisce parola). Nota di Marco Pugliese per I Fatti e le Opinioni.
C’è qualcosa di quasi teatrale in questo 3,1%. Soprattutto dinanzi ad una Francia in default controllato e una Germania fuori scala per 1000 miliardi. Un numero minuscolo, quello italiano, che si comporta come un portone blindato. Con la certificazione di Eurostat, l’Italia resta dentro la procedura per disavanzo eccessivo. Sapete che significa? Margini stretti, manovre condizionate, autonomia compressa.
Non sono a negare il dato. Mi chiedo però se la macchina che lo produce stia lavorando per la stabilità o per l’ortodossia fine a sé stessa.
L’Italia oggi presenta un saldo primario positivo (0,8%). In parole semplici: al netto degli interessi, lo Stato è in attivo. Non è un dettaglio, è il cuore della sostenibilità. Eppure restiamo sotto procedura perché il totale fa 3,1% e non 2,9% e quindi si premia la forma e. si ignora la sostanza.
La partita sui bonus edilizi non era un tecnicismo per addetti ai lavori. Era il punto in cui una diversa contabilizzazione avrebbe potuto riportare il deficit sotto il 3%. L’Istat ha scelto una linea rigida, formalmente impeccabile, ma sostanzialmente decisiva.
E quando un’interpretazione tecnica determina un vincolo politico, smette di essere neutra. Diventa leva economica.
La Commissione europea dovrà ora valutare il caso italiano. Ma il segnale è già chiaro: le regole contano più delle traiettorie. Non importa che il deficit scenda dal 3,4% al 3,1%. Conta che non sia sotto una soglia simbolica.
È un po’ come promuovere uno studente che migliora, ma bocciarlo perché non ha ancora la media perfetta, una sciocchezza.
Il costo di un decimale per l’Italia sarà salato…
Quel 0,1% non è pura aritmetica, è politica economica concreta:
– meno spazio fiscale
– meno investimenti pubblici (sanità compresa)
– più pressione su imprese e famiglie
In un contesto globale dove gli Stati tornano a giocare duro, restare incastrati in una gabbia contabile rischia di essere un lusso che non possiamo permetterci.
La questione non è “rispettare o no le regole”. La questione è: queste regole servono ancora all’interesse nazionale ed europeo?
Perché se un Paese in avanzo primario resta bloccato per un decimale, allora il problema non è il 3,1%.
È il sistema che trasforma i numeri in catene.