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Smettiamola di chiamarla solo “festa”. Se il Primo Maggio si riduce a una ricorrenza, sia concertone o grigliata, abbiamo perso il punto. In un’epoca di precariato che diventa la norma e mercati che influenzano la nostra quotidianità, celebrare il lavoratore senza parlare di lotta di classe è una presa in giro dichiarata.

Non è un termine da archivio del Novecento come vorrebbe qualcuno, “lotta di classe” non è un termine letterario da tirare fuori nelle letture di gruppo. È la realtà di chi vede i profitti altrui volare mentre il proprio salario e le proprie condizioni di vita restano ancorate. Rimetterla al centro significa riconoscere che gli interessi di chi vive sul lavoro altrui e di chi produce non sono gli stessi. Riprendersi questo termine non è “divisivo”, è un atto di onestà intellettuale necessario per ridare dignità a chi produce la ricchezza reale del Paese tramite il proprio lavoro.

“Paese”. Qui arriva la nota dolente per molti: che c’entra la patria con i diritti dei lavoratori? Il vero patriottismo non è una forma strampalata di folklorismo, ma la difesa del proprio popolo contro lo smantellamento dei servizi e la svalutazione del lavoro, attuato dalla speculazione borghese, sia dalla propria che da quella estera.

In un mercato globale che ci vuole individui isolati e in competizione tra noi, l’idea comunitaria funge da perno per una solidarietà reale e tangibile. Non esiste sovranità nazionale finché il lavoratore è ricattabile. Difendere il diritto al lavoro è il primo dovere di chi ama il proprio Paese, ben oltre lo sciovinismo calcistico e da bar, a cui viene associato.

I saluti del primo maggio assieme a BKMS (Bulgaria), Antirevisionistas (Argentina), Revolutionäre Patrioten (Germania), Reconstrucciòn Comunista (Spagna).