Di Alessio Ecoretti

Notizia passata sostanzialmente in sordina, come quasi tutte quelle che riguardano il Caucaso, ma il 13 febbraio sono stati assassinati dal fuoco azero quattro soldati armeni, stando alle accuse della repubblica armena.
Non è certo la prima violazione del cessate il fuoco in seguito alla pulizia etnica degli armeni del Nagorno-Karabakh nel 2023, costretti dall’avanzata dei militari del regime all’esodo di massa e al completo abbandono del loro intero paese, ma di certo è il più sanguinoso degli ultimi mesi. La repubblica azera, al solito, ha risposto rilanciando con l’accusa secondo cui i militari armeni avrebbero precedentemente ferito un soldato azero, accusa di dubbia credibilità visto che viene prontamente estratta dal cappello delle montature ogni qual volta avviene uno scontro tra i due paesi e che solitamente questi presunti attacchi armeni sono puntualmente smentiti.
Questo ennesimo crimine ci dà, in ogni caso, un buon pretesto per approfondire un minimo l’argomento.

AZERBAIGIAN

Parliamo di un regime, quello azero, tra i peggiori per ciò che concerne la libertà di parola: praticamente uno Stato che è nella pratica una satrapia di proprietà privata di una famiglia che si è spartita il meglio delle cariche, com’è stato ribadito dalle recenti elezioni del 7 febbraio, che hanno visto l’ennesima rielezione di Ilham Aliyev con il 92% dei voti. Risultato notevole, peccato che siano state contrassegnate dalle solite frodi elettorali, con votanti che si sono spostati di seggio in seggio per apporre più voti e dai metodi poco ortodossi e aggressivi contro osservatori e giornalisti non affiliati al regime, come hanno denunciato anche gli osservatori dell’OSCE (piccola eccezione tra una schermaglia di inviati ammansati, forse, dal caviale).

La farsa (peraltro anticipata rispetto alle elezioni previste in precedenza) è stata inscenata per annunciare una nuova era, visto che dopo trent’anni i nazionalisti azeri sono riusciti a occupare con i loro metodi genocidi l’intero territorio armeno del Nagorno-Karabakh, e a tenervi anche le elezioni (chi abbia votato, visto che quel territorio è stato completamente svuotato della sua popolazione, non è molto chiaro, anche se l’intera famiglia di Aliyev ha voluto apporre una criminale ciliegina sulla torta e recarsi alle urne nella capitale di quel territorio, Stepanakert). Per essere una nuova era, non è cambiato granché: le minoranze sono oppresse come prima, con l’eccezione di quelle funzionali al regime (qualche sporadica fanfaronata coinvolge alcuni esponenti del piccolo popolo degli udi, per esempio, così che il regime può mostrare il suo carattere “multiculturale”), le violenze e la repressione nei confronti di ricercatori e attivisti non affiliati al regime o contro la guerra proseguono e le finte opposizioni parlamentari invece di impegnarsi in campagne con l’obiettivo di vincere gli scontri elettorali si sperticano nell’esprimere sostegno e lodi al tiranno, che non ha neppure bisogno di presentarsi in televisione per presentare il proprio programma per “vincere”. Tra le vittime del sistema repressivo si trovano in particolare attivisti ecologisti, sindacalisti, lavoratori e giornalisti.

ALCUNI DEGLI AMICI DELL’AZERBAIGIAN IN ITALIA

La stampa internazionale e gli osservatori si sono dimostrati, anche nelle elezioni del 7 febbraio, in gran parte inutili e funzionali pennivendoli e si sono complimentati col regime (d’altronde, a detta degli inviati dell’Unione Europea, anche nel momento in cui avveniva la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh stava andando tutto bene).
Anche in Italia il despota ha il suo discreto fanclub, nientepopodimeno che all’interno di Fratelli d’Italia, cui appartiene anche Salvatore Caita (delegato italiano tra gli osservatori internazionali nel corso delle elezioni, insieme a Ettore Rosato di Italia Viva e Giulio Terzi di Sant’Agata, sempre FdI; anch’essi non sono parsi poi così preoccupati dall’andamento delle cose nel paese), partito che ha anche dato vita al Gruppo di Amicizia Italia-Azerbaigian presso l’Unione Interparlamentare.

D’altronde, già il ministro degli affari esteri Tajani, all’epoca della “pace” siglata tra Azerbaigian e Armenia seguita alla sconfitta della piccola repubblica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, aveva espresso soddisfazione per l’intesa raggiunta: quale soddisfazione si può provare nel vedere un popolo oppresso obbligato a siglare la propria distruzione? Nel dubbio, governo italiano e Unione Europea non lesinano l’acquisto di gas russo attraverso il regime degli Aliyev e il mega gasdotto TAP – Trans Adriatic Pipeline (tanto che l’Azerbaigian è stato incluso nel “Piano Mattei” pur non essendo uno Stato africano) e nel gennaio dell’anno scorso, il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è recato nella capitale azera con l’intenzione di rafforzare i rapporti tra i due Stati, annunciando che anche la presidente Meloni è d’accordo e che le forze armate del regime sono interessate all’industria militare italiana. Nel 2021, inoltre, Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, ha lodato a più riprese sui social l’Azerbaigian e ha annunciato i possibili interessi nella “ricostruzione” del Nagorno-Karabakh occupato, e che le ditte italiane sono tra le privilegiate nel processo di colonizzazione.
Non si può non annoverare in questa empia lista anche l’ex UDC Luca Volontè, condannato a quattro anni per aver ricevuto mezzo milione di euro da esponenti politici azeri, con il mandato di orientare il voto del proprio gruppo europarlamentare nella difesa dell’immagine dell’Azerbaigian dinanzi a un rapporto sulla condizione dei prigionieri politici del regime. Un altro molto attivo sulla questione è l’ex Cinque Stelle e ora leghista Stefano Lucidi, presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Azerbaigian, molto interessato a mostrare l’Azerbaigian come un “modello nella gestione della propria indipendenza”.

Da parte sua Giorgia Meloni è dal tempo della sua entrata a Palazzo Chigi che non spende parole per gli armeni (che in precedenza non mancava di strumentalizzare). Analogo il caso di Salvini, mentre non mancano le ambiguità del Vaticano (in un magico incontro con Aliyev, Papa Francesco, mentre riceveva in dono un prestigioso tappeto, vino e caviale, così si è espresso: “questo è il segno della vostra tolleranza”). E meno male che questi sono i difensori dei cristiani perseguitati nel mondo.

Ma non mancano gli amichetti anche nella presunta sinistra (nel rossobrunismo?), in particolare la Sandro Teti Editore, che ha pubblicato più di un volume apologetico nei confronti del regime, addirittura uno che mette insieme una storia d’amore tra un israeliano e un’azera, libraccio presentato anche dall’ambasciata dell’Azerbaigian in Italia. Il fatto che l’editore sia alla guida del “Centro internazionale per il multiculturalismo di Baku” dal 2016 (così riporta il loro sito) è significativo, probabilmente determinante.

ISRAELE-PALESTINA

Gli armeni sono oppressi anche nello Stato d’Israele. Negli ultimi mesi si sono susseguiti atti di violenza da parte dei coloni israeliani che hanno aggredito la comunità armena di Gerusalemme, lì presente da secoli, con l’intenzione dichiarata di cacciarli e rimandarli a “casa loro” (paradossale, visto che è una comunità ben più antica degli aggressori). Non sono una novità, i tafferugli scatenati da questi fascisti avvengono da anni, ma questa volta è ben più grave. In una di queste aggressioni hanno circondato il quartiere armeno, armati, e iniziato le demolizioni degli edifici presenti, inventandosi presunte aggressioni da parte armena.
La polizia, nel “fermare” gli scontri, non ha mancato di arrestare soltanto persone della parte offesa, tra cui un minore. La causa scatenante delle ultime aggressioni è il blocco della concessione da parte del patriarca armeno di una parte del quartiere, su cui doveva essere costruito un hotel di lusso. Proprio strano che i fascisti locali si siano particolarmente agitati dopo che un qualche riccone ha subito uno smacco. Un copione che non cambia con il passare degli e nei diversi paesi.

Questo è poco e quasi casuale rispetto a colpe del regime israeliano ben più gravi verso il popolo armeno. Non dimentichiamo infatti che nella recente atroce pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh Israele ha avuto un ruolo determinante, passando armi, finanziamenti ed intelligence avanzate al regime dell’Azerbaigian, regime che dei palestinesi se ne infischia grandemente. Vista la compartecipazione in quel crimine e il trattamento razzista che subiscono gli armeni, ci si sarebbe aspettato il completo o imbarazzato silenzio da parte israeliana su questo popolo. Invece no: il ministro degli esteri israeliano, Israel Katz, ha tentato di speculare sul passato di un altro regime discutibile come quello della Turchia, affermando che con una cosa come il genocidio degli armeni, il Medz Yeghern, sulle spalle, la Turchia non avrebbe dovuto osare sostenere il Sudafrica nella mozione in cui denunciava Israele per atti di genocidio. Considerando che lo Stato israeliano non riconosce il Medz Yeghern e che tutte le mozioni in tal senso non hanno ottenuto risultati diversi dalla bocciatura, è un po’ ridicolo che i suoi ministri si aspettino una benché minima credibilità quando si dilettano in queste speculazioni. Questa credibilità è ancora meno significativa, ripetiamo, in virtù del fatto che Israele ha venduto, senza remore e dilemmi etici, sofisticati sistemi bellici all’Azerbaigian per vincere la guerra contro l’Armenia, e che continua a farlo anche nel bel mezzo della strage genocida che sta compiendo in Palestina, atto che marchia con la peggiore delle infamie anche l’Azerbaigian, pronto a far uso della “solidarietà musulmana” soltanto per attirarsi simpatie internazionali in occasione dei suoi atti criminali.
Ovviamente tutto questo non ha messo in discussione i rispettivi rapporti commerciali: sia mai. E neppure l’amicizia con il regime degli Aliyev: entrambi hanno rifornito per settimane l’Azerbaigian prima dell’offensiva del settembre 2023 che ha determinato l’esodo di massa dei 150.000 armeni del Nagorno-Karabakh, così come entrambi continuano a essere tutt’oggi stretti collaboratori della tirannia caucasica, alla faccia dei vicendevoli rimproveri su genocidi passati e presenti.

ARMENI E PALESTINESI, DUE POPOLI IN LOTTA CONTRO LO STESSO NEMICO

Palestinesi e armeni hanno un passato di oppressione subita e di lotte che li accomuna, e che talvolta li ha visti anche fianco a fianco. Le avanguardie armene e palestinesi più avanzate del Medio Oriente e dell’Anatolia hanno infatti talvolta lottato insieme, in particolare tra gli anni Settanta e Ottanta. La storia di Monte Melkonian, rivoluzionario marxista e internazionalista, è un fulgido esempio di rivoluzionario che non ha mai lesinato il proprio sostegno alle cause degli altri popoli oppressi e che nel Libano si è trovato a fronteggiare i falangisti responsabili di orrendi crimini contro i palestinesi; eroe nazionale e protagonista della liberazione del Nagorno-Karabakh negli anni Novanta, è un esempio da seguire per il proletariato armeno, che non può confidare nell’attuale governo borghese per la propria emancipazione (governo che pedissequamente accetta le peggiori direttive del regime nemico e che ha consegnato nel 2021 due rivoluzionari curdi ai servizi segreti turchi, tanto per dirne una).

I casi di questi due popoli sono fondamentali per comprendere come la mancata risoluzione della questione nazionale e coloniale secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli non è altro che il prodromo di tragedie future. È sull’esempio del blocco israeliano contro Gaza che l’Azerbaigian ha bloccato per mesi ciò che restava della repubblica armena dell’Artsakh, affamando la popolazione. È la “lotta al terrorismo” e il “principio legale” a essere sempre stato uno dei pretesti chiave di entrambi i regimi.

È così che possiamo dichiarare che soltanto l’alleanza tra le nazionalità oppresse di questi territori (non soltanto armeni e palestinesi, ma anche curdi, talisci e assiri, per citarne alcuni) e le avanguardie rivoluzionarie e il proletariato delle nazionalità dominanti possono essere abbattuti questi regimi e i loro satrapi. È con l’internazionalismo proletario che verranno liberati il Medio Oriente, il Caucaso e l’Anatolia, e che le guerre che insanguinano queste terre avranno finalmente termine, e anche le masse europee possono e devono avere un ruolo in questo. Purtroppo, abbiamo visto in questi anni, il silenzio della sinistra, anche rivoluzionaria, sulla questione del Nagorno-Karabakh e della pulizia etnica lì avvenuta: è tardi, ma non è mai troppo tardi per cominciare la lotta.

Fonti e approfondimenti:

Irpimedia.eu

Balcanicaucaso.org

Giornalediplomatico.it

Apnews.com

Jacobin.com

Acistampa.com

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