L’attacco di Washington al Venezuela e la crisi irreversibile del Diritto Internazionale per come ci viene raccontato. Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela di inizio gennaio 2026 rappresenta molto più di un episodio isolato di aggressione di Washington (peraltro episodi già ampiamente ripresentatisi a decine anche in passato): esso costituisce una vera e propria certificazione storica della fine della narrazione del c.d. “ordine basato sulle regole” (ovvero quell’insieme di norme, principi e pratiche che l’Occidente liberale ha imposto al mondo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica datata 1989 – 1991). Un ordine presentato come universale, neutrale e morale, ma che nella sostanza è sempre stato il prodotto di una posizione di forza, modellabile a seconda degli interessi strategici, economici e ideologici della parte vincente della Guerra Fredda.
Un modus operandi per un ordine imposto che peraltro, dal punto di vista dell’analisi geopolitica scevra da ogni umano sentimento, non è considerabile come sorpresa o unicum nella storia dell’umanità.
Ma certamente, dal punto di vista degli interessi popolari, non positivo e da cercare dunque di superare.
Dopo il 1991, il liberalismo occidentale si è imposto quindi non solo come modello politico ed economico dominante, ma come criterio esclusivo di legittimità. In questa visione, chi si allineava veniva integrato e in qualche modo “premiato”, mentre chi si sottraeva o proponeva modelli alternativi veniva isolato, delegittimato, sanzionato e, nei casi più “difficili”, colpito militarmente.
Con il mito della “fine della Storia” che ha funzionato da “clava ideologica” di un mondo unipolare nel quale il “saggio detentore della verità e della giustizia” (in primis dal punto di vista morale) si è arrogato il diritto di intervenire ovunque, ridefinendo di volta in volta il significato di sovranità, autodeterminazione e diritto internazionale.
L’attacco al Venezuela smaschera definitivamente questa narrazione.
Il “doppio standard” come architrave dell’unipolarismo
Il primo elemento che emerge con chiarezza è, ancora una volta, la politica del doppio standard (peraltro da sempre denunciata dal cosiddetto “Sud globale”). Le reazioni – o meglio, le giustificazioni – di numerosi leader occidentali di fronte all’aggressione statunitense unilaterale e illegittima contro Caracas mostrano senza più alcuna ambiguità che il rispetto delle regole vale solo quando conviene. Le stesse capitali che invocano il diritto internazionale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini quando si tratta di condannare i rivali geopolitici, si affrettano a relativizzare o a legittimare l’uso della forza quando l’aggressore appartiene al “campo giusto” (o ancora meglio, ne è il “faro”):
Presidente del Consiglio Italiano Giorgia Meloni: “[…] Nella prima reazione, a poche ore dalle notizie dell’attacco Usa a Caracas, non si sbilancia, ma si limita ad assicurare la massima attenzione agli italiani, parecchie migliaia, in Venezuela. Poi riflette coi suoi – in una serie di riunioni e collegamenti – sulla nota che arriva dopo che Donald Trump ha iniziato a spiegare, a Fox news, i contorni dell’azione statunitense. “Legittima”, per Giorgia Meloni, perché si tratta di “un intervento di natura difensiva” contro una “minaccia ibrida” alla sicurezza nazionale americana messa in atto, come nel caso del regime venezuelano, da “entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico […].”[1]
Netanyahu: “[…] Da Trump leadership coraggiosa a favore della libertà”Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per l’offensiva in Venezuela e per la sua “leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia”. Netanyahu ha detto di voler rendere omaggio alla “decisa determinazione del presidente e alla brillante azione dei vostri coraggiosi soldati […].”
Il Cancelliere Tedesco Merz: “[…] La classificazione giuridica dell’intervento statunitense è complessa. Ci prenderemo il tempo necessario per valutarlo […]. In linea di principio, nei rapporti tra Stati devono valere i principi del diritto internazionale. Ora non deve sorgere alcuna instabilità politica in Venezuela. È necessario garantire una transizione ordinata verso un governo legittimato dalle elezioni. […] Nicolás Maduro ha portato il suo Paese alla rovina […] e le ultime elezioni sono state truccate, motivo per cui, come molti altri Stati nel mondo, non abbiamo [….] riconosciuto la presidenza.”
Kaya Kallas, “Ministro degli Esteri” dell’Unione Europea & Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commssione UE: “[…] Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e con il nostro Ambasciatore a Caracas. L’Ue sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela. E ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità”, ha affermato su X l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas. Poi, nel primo pomeriggio, sono arrivate anche le parole della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: “Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite […].”
Leader argentino e Governatrice di Porto Rico: “Ha celebrato la notizia della cattura del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie Celia, il presidente argentino, Javier Milei, con un post su X: “Viva la Libertà”, ha scritto. E anche la governatrice di Porto Rico, Jenniffer Gonzalez, ha espresso il suo sostegno all’operazione militare di Trump contro il Venezuela e alla “cattura” di Nicolas Maduro. Secondo la governatrice l’azione “riafferma l’impegno a porre fine al narcoterrorismo nelle Americhe e a difendere lo stato di diritto, la democrazia e i diritti umani.”[2]
Questo meccanismo non è un’eccezione, ma la regola dell’ordine unipolare. Le “regole” non sono universali, bensì strumentali. Non esistono principi validi sempre e per tutti, ma interpretazioni flessibili adattate agli interessi del centro di potere occidentale. Ovviamente giustificate sempre e comunque come interpretazioni necessarie per difendere il migliore dei sistemi possibili: quello liberale. Il Venezuela diventa così l’ennesima dimostrazione che l’ordine liberale non è un ordine giuridico “imparziale e neutro”, bensì un ordine politico imposto (spesso con la forza, sia essa quella della “persuasione” che militare).
Il confronto con il 22 febbraio 2022: la narrazione che crolla
Dopo il 22 febbraio 2022, il mondo occidentale si è compattato nel condannare la Russia senza riserve, presentando l’intervento di Mosca come un atto di aggressione imperialista mai da giustificare.
Con ogni tentativo – sia stato esso di profondo ragionamento oppure mero interrogativo sul perché di tale situazione – che è stato sistematicamente respinto come propaganda o giustificazione vergognosa dell’aggressore. L’élite occidentale ha rivendicato per sé una superiorità indiscussa, affermando che nel XXI secolo non si poteva più “chiudere un occhio”.
Eppure l’attacco al Venezuela – motivato da interessi chiaramente imperiali, legati alla Dottrina Monroe e al controllo delle risorse energetiche – mostra ciò che quelle dichiarazioni sono sempre state: vuoto e niente più.
Tutte le affermazioni secondo cui – “oggi l’Occidente non rifarebbe più gli errori del passato…”, “il 2003 in Iraq o la distruzione della Libia appartengono a un’altra epoca…” – si rivelano per quello che sono: retorica, propaganda… e niente più.
L’unipolarismo non è mai variato; tutt’al più ha fatto opera di “maquillage linguistico”, cercando di adattarsi ai tempi che cambiano.
La farsa dell’illegittimità democratica
Ancora più fragile, se possibile, appare la giustificazione fondata sulla presunta illegittimità del governo di Nicolás Maduro. Ammesso e non concesso che vi siano prove schiaccianti e definitive di irregolarità elettorali, l’argomento crolla sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Se la legittimità democratica fosse davvero il criterio per autorizzare interventi militari, allora bisognerebbe spiegare perché non si sia intervenuti negli Stati Uniti stessi, dopo che il Presidente in carica ha sostenuto apertamente che le elezioni del 2020 siano state chiaramente truccate.
Perché nessuna “coalizione dei volenterosi” si è mossa per salvare la democrazia liberale nel suo cuore più sacro e puro, gli USA? Perché nessuna sanzione, nessuna minaccia, nessun intervento armato? La risposta è semplice: la democrazia non è il criterio reale, ma uno strumento retorico. Viene evocata solo quando serve a colpire come una clava un avversario politico o un nemico geopolitico.
America Latina: un polo incompiuto (per ora)
L’attacco a Caracas mette inoltre in luce una questione cruciale: la disunità cronica dell’America Latina e dei Caraibi. Questa regione possiede enormi risorse (materiali e immateriali), una storia condivisa, una matrice culturale comune e un potenziale geopolitico straordinario. Eppure, proprio la sua frammentazione la rende molto vulnerabile all’ingerenza senza sosta del potente vicino del Nord almeno dal 1823, con l’emanazione della Dottrina Monroe.
Come sosteneva infatti “El Libertador” Simón Bolívar, figlio di Caracas e dell’intera regione latinoamericana e caraibica, l’unità non è un ideale astratto, ma una necessità storica. Senza di essa, l’America Latina resta un insieme di Stati tendenzialmente isolati, facilmente ricattabili, destinati a essere terreno di sfruttamento e devastazione. Unita, tale area potrebbe invece costituire uno dei poli del mondo multipolare, capace di difendere i propri interessi e di dialogare alla pari con le altre grandi aree del pianeta.
Per dirla con il pensiero del “filosofo del multipolarismo” Aleksandr Gel’evič Dugin, l’America Latina è un “grande spazio” che non ha ancora completato il suo processo di “soggettivazione geopolitica”. Con Fidel Castro che, sempre secondo il pensatore russo, ha messo un tassello decisivo in questo percorso di unità e sovranità dell’area: “Fidel Castro è principalmente associato al movimento comunista, ma è stato anche il più grande eroe della lotta per un’identità latinoamericana, per una civiltà sudamericana indipendente dall’Occidente […]. Castro ha delineato il possibile destino del continente latinoamericano libero dagli Stati Uniti […].”[3]
Multipolarismo vs. universalismo liberale
Multipolarismo non significa semplicemente la presenza di varie grandi potenze. Significa il superamento dell’universalismo liberale come unico modello valido. Ogni civiltà – ogni area del mondo – deve poter sviluppare il proprio percorso fondato sulla propria storia, sulla propria cultura, sulle proprie speranze e sulla propria visione del futuro.
Questo passaggio è decisivo in quanto, se messo realmente in pratica, porta ad abbandonare le velleitarie “imposizioni dall’esterno” per dare ad ogni “area geopolitica” il diritto di scegliersi il suo destino.
E questo è ciò che è successo anche con chi ha deciso di aderire ai principi del socialismo scientifico in tante parti del globo: Cina e Cuba, ad esempio, sulla base di esso hanno sviluppato comunque una proposta tenente conto anche delle proprie specifiche peculiarità.
Con il “liberalismo geopolitico” invece ciò viene di fatto “vietato” per seguire l’unica via imposta da chi pensa di detenerne le “chiavi originarie”.
La proposta e visione multipolare non implicherebbe ovviamente un isolamento totale o un rifiuto della cooperazione fra i popoli, ma il riconoscimento che non esiste un’unica modernità, né un solo modo legittimo di organizzare la società. E il liberalismo occidentale diventa così una proposta tra le altre, non più il metro con cui giudicare e condannare il resto del mondo.
Contro le élite transnazionali e apolidi
Alla base di questo conflitto vi è dunque lo scontro tra i popoli e le élite finanziarie transnazionali e apolidi, le quali traggono beneficio dall’indebolimento delle sovranità. Queste élite non hanno interesse ad avere popoli consapevoli e identità collettive solide; il loro potere cresce nel vuoto, nell’atomizzazione, nella frammentazione e nella dipendenza.
Per questo, l’unità e la sovranità non possono essere progetti calati dall’alto o imposti in nome del capitale globale. Esse devono invece nascere dal basso, dalla volontà dei popoli che condividono un destino storico e scelgono consapevolmente di costruire il proprio futuro.
Conclusione
L’attacco al Venezuela segna dunque la fine dell’illusione del “liberalismo geopolitico”: l’illusione tanto cara alla parte del mondo più benestante ( l’altra parte non ha mai avuto infatti grandi difficoltà a comprenderla, in quanto destinataria diretta dell’ “altra faccia della medaglia”) di un ordine mondiale giusto, imparziale e fondato su regole condivise sorto grazie al crollo dell’URSS. Il Terzo Millennio non sarà certamente il tempo della fine della Storia, bensì del “ritorno” della Storia in forme plurali.
E in questo mondo in trasformazione (in sostanza come negli anni precedenti) non esistono salvatori geopolitici esterni (rimangono ovviamente gli amici e i nemici, così come gli alleati e gli avversari), bensì popoli capaci o di diventare “soggetti” oppure destinati a restare “oggetti”.
La creazione del vero mondo multipolare garantisce che ciò possa realmente accadere.
Sta però ai vari popoli della terra, ognuno con le proprie peculiarità e aspirazioni, perseguire le necessarie unità, indipendenza e sovranità. Questioni che non sono slogan, ma condizioni minime per garantirsi un futuro realmente migliore.
Note
1 – situazione Venezuela (ANSA)