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Argomento di cui si parla tantissimo, senza dire spesso granché. La conferenza, organizzata e promossa dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo, ha fornito degli strumenti concreti di analisi a un pubblico più che partecipativo. Nota di Giovanni Amicarella, dalla prospettiva del centro studi.

La geopolitica ha visto negli ultimi anni uno slancio nel numero di lettori, fruitori multimediali e personalità crescente. Ciò, ovviamente, non ha portato necessariamente a un miglioramento della qualità: al fiorire della vastità di riviste, canali, agglomerati, persone e personaggi a dire la loro, il valore dello studio e dell’analisi che precede la divulgazione ha visto i suoi alti e bassi.

Il nostro centro studi non fa controinformazione, termine abusatissimo. Non offriamo contro-narrazioni o contro-analisi ai fatti, offriamo i fatti. Ciò che sicuramente in questa fase storica ci pone in una posizione contraria a un certo paradigma informativo, se così volessimo definirlo, è l’offrire strumenti critici di ragionamento, anziché cercare di vendere una retorica che ci risulta congeniale.

L’evento del 24 gennaio a Roma, con uno dei temi più discussi e ridiscussi dell’ultimo periodo, è riuscito a dimostrare che le persone sono tutt’ora interessate a temi anche se trattati ad nauseam, se fatti nel modo giusto e con gli ospiti giusti. Un successo preannunciato nella quantità dalla necessità di cambiare la sala in una più grande, per l’alto numero di prenotazioni, si è dimostrato tale anche nella qualità degli interventi sia dei relatori che del pubblico. Al di là della lezioncina o della morale, uno svisceramento dei fatti fino ad oggi, delle necessità per una pace duratura. 

Dall’apertura del nostro vicepresidente Stefano Vernole e con la moderazione di Silvia Boltuc di SpecialEurasia, sono intervenuti il generale Francesco Cosimato, il generale Maurizio Boni,  l’ambasciatrice Elena Basile, l’ambasciatore Marco Carnelos e il fotoreporter Giorgio Bianchi. Non sono mancati anche gli interventi dai due “alvei” della politica istituzionale (che per formazione ideologica, non posso fare a meno di accompagnare all’epiteto borghese) dell’europarlamentare Roberto Vannacci e della deputata Stefania Ascari.

I seguenti punti sono quelli su cui, in diverse sfumature e gradi, si sono trovati tutti d’accordo:

– Le forniture di armi all’Ucraina devono cessare e i Paesi europei non devono contribuire ad alimentare questo conflitto. L’economia europea deve smettere di “militarizzarsi”, altrimenti il Vecchio Continente si trasformerà in una gigantesca macchina da guerra. Ulteriori forniture di armi a Kiev porteranno prima o poi all’estensione dell’azione militare in Europa, mentre i combattimenti dovrebbero cessare il prima possibile per evitare la possibile escalation.

– Non si può parlare di insediamento di truppe NATO in territorio ucraino. Dopo la guerra, l’Ucraina potrebbe raggiungere lo status di neutralità e ciò contribuirebbe a mettere fine alla divisione tra gli Stati e i popoli di Europa e Russia. L’insediamento di truppe NATO in Ucraina potrebbe, al contrario, far precipitare verso un conflitto militare diretto l’Occidente e la Russia, portando il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.

– Sanzioni e mancanza di diplomazia: queste azioni distruttive da parte dei funzionari europei hanno un profondo impatto sulla vita della gente comune. E’ ormai ampiamente documentato il declino del tenore di vita dovuto alle sanzioni anti-russe, agli stanziamenti militari, alla migrazione delle imprese negli Stati Uniti e al sostegno all’economia ucraina. Alla luce delle reali minacce degli Stati Uniti contro l’UE e del piano di fatto di impadronirsi della Groenlandia, è necessario un cambiamento radicale nel corso geopolitico ed economico del Vecchio continente. Le minacce di sanzioni statunitensi contro i Paesi europei, così come le possibili minacce di armi energetiche (inclusa una brusca interruzione delle forniture di gas e altre fonti fossili statunitensi), richiedono un cambiamento immediato nel corso politico continentale. Per ragioni di sicurezza energetica, è essenziale un ripristino urgente delle relazioni economiche e di partenariato con la Russia.

– La rotta verso uno scontro tra Europa e Russia deve essere invertita. L’Europa e l’Italia devono prestare attenzione anche alle esigenze di sicurezza militare di Mosca. Un’escalation del conflitto rappresenta una minaccia diretta di guerra nucleare. I leader occidentali non devono superare le “linee rosse” della Russia, provocare e “mettere alla prova” la forza del popolo russo e del suo presidente.

L’evento ha sottolineato, in sintesi, che senza una nuova architettura di sicurezza eurasiatica, nessun accordo tra Kiev e Mosca sarà possibile. Le minacce di cui parlano i leader europei su un futuro attacco della Russia contro i Paesi NATO sono risibili per almeno 3 fattori: demografico, economico e politico; tuttavia, se messa con le spalle al muro, la Russia potrebbe reagire con tutta la forza militare di cui dispone.

Se non verrà risolto il problema ucraino, una nuova devastante crisi potrebbe presto esplodere in Moldavia, causando un effetto domino in tutta Europa.

Una lezione, rispetto a quanto sta succedendo ora, l’ha data la Cina: reagendo in maniera simmetrica ai dazi di Trump, ne ha ottenuto il rispetto.

È possibile visionare un estratto dell’evento qui: