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Premessa necessaria: parlare oggi, senza contestualizzazione o inerentemente ai partiti della democrazia borghese, di separazione concreta fra “destra” e “sinistra” è fantascienza. Per chi non se ne fosse accorto, hanno ambedue buttato tutte le idee alla base, tenendo solo qualche vago slogan, mai applicato, derivato dalle antiche radici ideologiche.

Potrebbero candidarsi alle comunali di, che ne so, Tel Aviv e nessuno noterebbe la differenza.

La destra sociale è come il gatto di Schrödinger, non perché non si sappia se sia viva o morta, ma perché è difficile capire se esista veramente o meno. Non nelle intenzioni, perché sono decenni che in tutto il mondo nascono tipologie più o meno strampalate, e più o meno appetibili, di partiti descritti (o autodescritti) come tali.

Di Giovanni Amicarella per Come Don Chisciotte

In Italia ci si attiene prettamente alla definizione prendendo il fu MSI come esempio, prettamente la corrente di Almirante. Qui troviamo la prima barriera da saltare: Almirante è stato quello dell’avvicinamento a Israele in chiave anticomunista. Quella tendenza maccartista che nella “destra sociale” è sempre stata un po’ in mezzo alle palle: quando Ciccio Franco si trovò nei moti di Reggio anche Lotta Continua e anarchici, da via della Scrofa (perdonatemi un lapidario nomen omen) ebbero subito da biasimare.

Perché è un po’ difficile parlare di lavoro senza scegliere da che parte stare, se col capitalista o col lavoratore. A meno che non si tirino in ballo sofismi spirituali con cui supercazzolare, soprattutto. Di esempi di “destra sociale ” che ritenessero superate certe aree dell’analisi marxista e provassero a sostituirne gli addendi con sofismi tirati fuori dai bigliettini dei biscotti della fortuna, se ne contano anche troppi. Lo chiamerei spiritismo se non fosse già un termine usato in ambito esoterico, qui è semplicemente mollare malloppi sullo sbirido ogni volta non si voglia parlare di precariato, salari e scioperi.

La situazione è molto lineare e netta, non serve complicarla. Non ci stanno diverse fazioni fra l’uno e l’altro: se si prendono le parti del lavoratore senza sé e senza ma, è lotta di classe. Termine che provoca l’orticaria (ingiustamente) anche a sinistra, per intenderci. C’è chi la vede come un qualcosa, a torto a mio avviso di antinazionale. Un popolo rappresentato dal meglio della sua classe lavoratrice, senza capitalismi a dettarne le condizioni, è un vero e proprio compimento di identità nazionale.

Certo, vi sono ambienti a sinistra che mettono sullo stesso piano la pizzeria di zio Peppino e la multinazionale, ma quella è un’altra storia. È ovvio che il potere contrattuale del lavoratore sia molto più alto tanto più sono basse le possibilità del datore di lavoro di essere disonesto, una multinazionale può permettersi scorrettezze che anche il peggior cacciavitaro borghese piccolo piccolo può sognarsi e rimanere in piedi comunque.

Parlando in ottica basilare et economicistica, sulla questione della proprietà dei mezzi di produzione andrebbe aperta una parentesi decisamente più vasta (che andrebbe a toccare la confusione di molti sul binomio “personale” e “privata”).

Così come dall’altro lato, ne vediamo un esempio fresco fresco con Rifondazione col PD, con la scusa dell’antifascismo c’è una strana, ma non inaspettata, traslazione verso destra (“dobbiamo fermare i fascisti alleandoci coi liberali”), stesso si può dire ampiamente del maccartismo, tutt’ora vivo e vegeto, all’interno della “destra sociale” (“meglio così liberali che coi comunisti”).

Gli odierni ambienti di destra sociale, vedasi il Movimento Indipendenza di Alemanno, hanno risolto la questione interna del dove collocarsi andando fra le braccia di Vannacci. Il tizio per cui la Palestina non esiste, per intenderci. Notate un pattern?

Quando parli con qualcuno di problematiche concrete del paese e se ne esce con “i comunisti hanno distrutto l’Italia”, capisci che il lavoro che è stato fatto per portare avanti la retorica della DC ha fatto tristemente centro. Guarda caso, gli unici che ci guadagnano da decenni in termini elettorali sono proprio i liberali. Volponi.

La cosa meravigliosa è che socialismo stia tornando un termine indigesto, fastidioso anche per i più finti intransigenti, quello che dovrebbe essere: il fascismo non è mai uscito come termine da quella serie infinita di accordi con la qualunque inaugurati nel ventennio, resi solo più gretti e patetici avvicinandosi all’oggi, il comunismo è diventato un termine parodia di sé stesso con il culto della scissione permanente, con una situazione tragicomica di settanta realtà al minuto per “unire tutti”.

Peggio ancora, i feticisti esterofili di modelli non esportabili, detto letteralmente da chi quei modelli li manda avanti, socialismo lo smollano perché devono giocare (in gergo si direbbe larpare) a fare i massimalisti.

Socialismo se lo smollano i moderati perché la storia del socialismo è tutta tranne che moderata. Se la smollano perché la socialdemocrazia non vuole perdere certe branche di consenso a destra, a cui la parola repelle, soprattutto dopo la narrazione esagerata su temi come la patrimoniale (che è qualcosa di molto blando, figuriamoci il resto del pacchetto ideologico) portata avanti da formazioni come Potere al Popolo, che l’hanno fatta sembrare una cosa che va a colpire altri quando colpirebbe solo i ricconi. Se la smollano addirittura certi comunisti, perché gli attuali paesi socialisti non lo sono come dicono loro.

Insomma, è stato un accurato effetto domino partito da destra, arrivato a sinistra. Unica cosa per cui mi sento di ringraziare di cuore i liberali.