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Di Giampiero Braida per L’Alabardin

Il difficile periodo post-ideologico che stiamo vivendo non può che portarci a riflettere su certe questioni. L’illusione che il liberalismo post-1989 dovesse diventare l’asse portante del mondo intero sul piano politico, economico e culturale sta svanendo come un pugno di sabbia tra le dita di una mano. La rottura dell’equilibrio bipolare ha portato alla creazione di una miriade di potenziali blocchi di civiltà e ognuno con un sistema proprio che mette in discussione l’uniformità liberale dell’egemonia occidentale, rappresentata da Stati Uniti in primis ed Unione Europea in secundis. Basta pensare allo sviluppo del marxismo-leninismo in Cina che è stato tramutato in una forma di socialismo più legato agli interessi nazionali e alle caratteristiche della realtà cinese, o al Juche della Repubblica Popolare Democratica di Corea, il quale si configura come un’ideologia socialista perfettamente ancorata alla nazione coreana. Ci sono poi la Bielorussia, con il modello bielorusso per lo sviluppo socio-economico, o la Russia stessa, con la dottrina della democrazia sovrana dei primi del Duemila. Le nazioni insomma non hanno perso totalmente la loro capacità di reagire alla globalizzazione e all’uni-polarizzazione del mondo (sebbene per le loro limitate risorse e dimensioni non siano invincibili). Il politico non è stato ancora sconfitto dal mondo economico della grande finanza e gli spazi di manovra per la sovranità statale sono ancora disponibili. 

Tuttavia è bene tenere presente certi elementi: in primis, la maggiore difficoltà per gli Stati occidentali nel cercare un’ideologia nazionale propria (non solo in semplice funzione anti-imperialista), in secundis tenere conto che la dimensione nazionale della lotta non può che essere un punto di inizio, siccome il maggiore raggruppamento di Stati in un’unica unione darebbe il maggiore risultato contro il nemico imperialista. 

Per quanto concerne il primo punto è da segnalare come, a differenza dal resto del mondo, l’Occidente ha liquidato buona parte delle ideologie dello scorso secolo: la profezia di Fukuyama, riconosciuta come falsa, sembra che abbia dato i suoi frutti solo in questa parte di globo. Comunismo e nazifascismo sono diventati la stessa cosa come presupposto della teoria liberale del “ferro di cavallo”, questo ha decretato l’Unione Europea, e così solo nell’ambito del teatrino liberaldemocratico si può trovare un’espressione politica (ovviamente moderata dalle forze potenti nazionali e non). Sul piano culturale il consumismo e l’edo-nichilismo hanno fatto altrettanto a partire dagli anni’80: annientare la fermentazione di idee rivoluzionarie e compromettere la formazione di una possibile alternativa politica. 

Il contesto dunque non è dei migliori e, la creazione di un’ideologia nuova, alle spalle delle rovine dei precedenti sistemi ideologici, sembra compito arduo. Su cosa si dovrebbe basare quindi un nuovo sistema ideologico?

La creazione di una nuova ideologia nazionale deve essere un sistema di opinioni, idee e teorie concettuali formate storicamente sulle origini storiche, sulle priorità di sviluppo, sui meccanismi di coscienza nazionale, sul sistema di norme e valori e sul comportamento socio-politico della nazione e del suo rispettivo popolo.

Gli esempi di Corea, Vietnam, Bielorussia ci ricordano infatti come ad oggi una nazionalizzazione delle teorie socio-economiche e politiche più avanzate sia fondamentale per mantenere la sovranità e formare il nucleo di un vero sviluppo. Ogni Paese infatti ha determinate caratteristiche e peculiarità che lo rendono diverso dagli altri, e in tal senso è imprescindibile tenere conto della realtà nazionale nella costruzione dell’ideologia. Al tempo stesso va evitato con forza il ritorno a precedenti schemi ideologici che si sono rivelati sbagliati o troppo stretti, se non alla meglio applicati male, per lo Stato in cui hanno trovato terreno su cui crescere. L’integrazione dei contributi ideologici del passato è cosa doverosa, ma evitare imitazioni, ricostruzioni idealistiche o riproponimenti animati più da nostalgismo che da necessità è altrettanto giusto. 
Ma quindi se non abbiamo riferimenti univoci e siamo legati inequivocabilmente al nostro contesto nazionale come possiamo costruire un’ideologia funzionante e che permetta l’associazione tra tutti i Paesi anti-imperialisti? 
La soluzione a mio avviso non si può trovare in precisi comandamenti o in programmi pianificati nel dettaglio, ma deve caratterizzarsi per flessibilità, adattamento e riproposizione generalizzata.  L’ideologia deve quindi caratterizzarsi come una strategia pensata per lo sviluppo nazionale specifico ma al contempo garantire la sua possibilità di diffusione.

La base strategica che garantirà il successo dell’ideologia nazionale prende il nome di “dottrina della liberazione integrale” o “dottrina delle tre liberazioni”. Tale complesso dottrinale è stato elaborato dal geopolitico e teorico Carlo Terracciano alla fine degli anni ’90.

Fulcro della filosofia politica di Terracciano è la Libertà, intesa nel suo significato collettivo-comunitario, dunque all’opposto dell’interpretazione liberale odierna. La libertà, in questo senso, è quella dei popoli e delle patrie, piccole o grandi esse siano, regionali o statali. Ovviamente la validità di tale dottrina si ritrova nella sua effettiva applicabilità pratica e al suo intrinseco valore internazionalista, cioè valente per tutte le nazioni della Terra che cercano la Libertà. 

L’essere liberi va dunque inteso come capacità di essere padroni del proprio destino comune, di essere indipendenti dal volere altrui, di proteggere i propri valori e la propria essenza e di essere immuni al condizionamento economico o allo sfruttamento sociale.

Tuttavia il concetto di libertà data non esiste, in quanto non si tratta di una condizione statica o immobile, cioè già data dal contesto storico-politico o socio-culturale in cui viviamo. Essa è un processo faticoso, dinamico e basato su un preciso “atto-effetto” di volontà, che non può che derivare da un impegno attivo per superare prometeicamente tutte le forme di dominazione e sottomissione imposte, siano esse culturali, economiche, politiche, sociali, psicologiche o anche biologiche. Tale interpretazione della Libertà si ramifica dunque in tre condizioni salienti che racchiudono le priorità per il raggiungimento di una liberazione integrale: la Liberazione nazionale (dimensione socio-politica), la Liberazione sociale (dimensione socio-economica) e la Liberazione etnica (dimensione socio-culturale).

Liberazione nazionale
La prima si riferisce primariamente al tradizionale concetto di “liberazione nazionale” caro ai movimenti nazionalitari ed anti-imperialisti, anche se l’intento di fondo è quello di superarlo per raggiungere una più ampia liberazione politico-sociale prima a livello sovranazionale (dunque continentale) e solo ultimamente a livello mondiale. L’assunto prioritario per un’effettiva libertà politica è infatti l’indipendenza nazionale, cioè la condizione di non essere influenzabili nelle proprie decisioni politiche da un agente esterno che minaccia il libero arbitrio del Paese stesso. Lo sviluppo di una coscienza patriottica (intesa non in senso romantico quanto più su un livello pratico-vitale) e l’annullamento di qualsiasi influenza nociva esterna dal territorio nazionale (sia essa militare o civile) sono i presupposti che precedono la completa liberazione della politica interna ed esterna del Paese. Tale processo deve avvenire preferibilmente in maniera congiunta tra un gruppo di Stati, in modo tale da supportarsi a vicenda e non lasciarsi sopraffare dall’isolamento, anche se comunque è imprescindibile che parta dalla sola comunità nazionale-statale per un primo tempo.

Liberazione sociale
La seconda liberazione è quella sociale-economica. La pervasività del capitalismo finanziario e “di sorveglianza”, oltre alle classiche forme di neoschiavismo e alienazione che comporta, ha raggiunto oggi dimensioni colossali. Dal lavoratore sfruttato sul posto di lavoro allo Stato che viene minacciato dal debito estero vi è un comune denominatore di depauperamento economico e sociale.

L’ipercapitalismo, ma non di meno quello nazionale, indeboliscono la società civile, provocano divisioni sociali, uccidono l’ambiente e annientano i diritti dei lavoratori e degli Stati a essere padroni del proprio destino.

Proprio per questo si rende necessaria la conversione della moderna economia capitalista in un sistema economico socialmente orientato o, se si preferisce, neosocialista. Nel nuovo contesto odierno, ispirandosi ai progressi portati dalle socialdemocrazie così come dai regimi comunisti, è necessario soddisfare i bisogni primari della persona umana in termini materiali e sociali (cibo, istruzione, casa, vestiti, salute, sicurezza, dignità sociale), garantendo un potenziamento dei servizi pubblici in termini quantitativi e qualitativi. Ai lavoratori vanno garantiti diritti sociali pieni e inattaccabili, tra cui soprattutto un sempre crescente coinvolgimento nei processi decisionali delle strutture aziendali. Gli asset strategici e le strutture del credito vanno posti totalmente sotto l’egida dei pubblici poteri mentre i grandi poli di produzione devono essere in larga parte sotto il controllo dello Stato. Nessuno Stato imperialista deve permettere di minacciare un altro Paese tramite il ricatto del debito e la moneta deve essere libera dalla speculazione bancaria. Il credito nazionale deve finanziare grandi progetti infrastrutturali e tecnologie che vadano a migliorare l’economia e la vita del popolo, consentendo al contempo uno sviluppo armonico con l’ambiente.

Sempre in un’ottica super-nazionale (più che sovranazionale) l’unione economica tra sistemi perlopiù omogenei deve essere fortemente incentivata assieme all’unità politica: l’obiettivo è la creazione di un blocco che sia il più possibile autosufficiente e che tenda all’autarchia su scala continentale. Ciò è necessario per poter mettere in discussione il capitalismo come sistema economico mondiale, e rompendo così sia col dogma del libero mercato sia con l’assetto monopolistico che si va a creare oggi su scala mondiale da parte dei più o meno noti “padroni del vapore del XXI secolo”. La creazione di una efficiente alternativa socio-economica al modello capitalista non coincide con nessun modello del passato, ma è data dall’approccio creativo nell’affrontare tale problema, avendo come strumenti utili sia la nazionalizzazione sia la socializzazione dei mezzi di produzione.

Liberazione etnica
La terza liberazione è quella socio-culturale. Ciascun popolo di ciascuna etnia deve essere infatti libero di mantenere la propria cultura intatta dall’intrusività del liberalismo post-moderno. Il nichilismo valoriale, l’anti-religiosità o il relativismo culturale, accompagnati spesso da posizioni sociali di stampo edonista-consumista, sono i
sottoprodotti di un imperialismo globale che trova il suo punto di partenza negli Stati Uniti.

La banalizzazione e la sottovalutazione del proprio apparato culturale, dunque delle proprie origini e della propria storia, sono ottimi strumenti per mettere in ginocchio un popolo. Occorre quindi porre l’accento sulla consapevolezza di sé, della propria provenienza e della visione del mondo comune del proprio popolo. Comprendere quindi come noi, in quanto entità etno-culturale, stiamo nel mondo e come evitare l’influenza esterna decisa ad indebolire le fondamenta culturali alla base della lotta per le altre due liberazioni. La formazione dell’unità (non dell’unificazione) continentale andrebbe in tal modo a creare un blocco non influenzabile sul piano culturale dall’invadenza delle penetrazioni liberali, e al tempo stesso tutelerebbe lo sviluppo culturale delle singole comunità nazionali e regionali. La funzione dei blocchi dal punto di vista culturale dovrebbe essere quella di permettere l’associazione tra le culture più vicine tra loro per somiglianza e aspetti condivisi. 

Le tre liberazioni non devono essere condotte solo simultaneamente, ma devono essere sviluppate anche in senso verticale, cioè con l’obiettivo di uscire dai confini nazionali.

In tal senso la riconquista della sovranità nazionale è solo un passo per poter accedere ad un livello sempre maggiore di liberazione dal pericolo imperialista unipolare. L’accezione sovranismo, cioè quella idea politica in cui lo Stato si rifiuta di cedere la sovranità ad istituti o organizzazioni internazionali a scapito della propria autonomia, in tal senso deve essere abbandonata al solo contesto nazionale e proseguire per una sua internazionalizzazione a partire dal contesto continentale. In tal senso si può parlare di un tipo di
“pan-sovranismo” che interessa cioè un gran numero di Paesi contro una potenza egemone e le sue ramificazioni globali.

Superando gli anacronistici piccoli nazionalismi ed evitando gli sciovinismi dannosi, il fine della liberazione integrale è quello di espandersi per gradi, da una dimensione nazionale (locale) ad una continentale (transnazionale) per finire poi per estendersi al mondo interno
(universale). Nell’era della tarda globalizzazione e della ripresa del multipolarismo, la dimensione continentale diventa il contenitore al cui interno gli Stati-nazione possono coadiuvare i loro sforzi per la lotta di liberazione. La tappa continentale, passo successivo alla liberazione politica, economica e culturale nazionale, è quella che permetterà di creare un blocco sovrano di Paesi sovrani, con il fine di raggiungere un maggiore grado di giustizia sociale e una più ampia libertà per le specificità culturali. Non sarà una cessione di sovranità vera e propria quanto una sovranità più grande, in quanto somma delle patrie liberate e affratellate tra di loro.  In questo modo la questione triestina rientra perfettamente nella questione italiana, quanto quella europea aderisce pienamente alla questione eurasiatica. Una lotta condotta a livello locale, ossia nel territorio di Trieste, per sancire il primato della giustizia sociale, della sovranità popolare e della neutralità attiva (smilitarizzazione per il porto franco), deve necessariamente adottare la strategia delle tre liberazioni congiunte.

Al tempo stesso devono attivarsi tutte le forze sinceramente anti-imperialiste, anti-capitaliste e nazionalitarie d’Italia per supportare la lotta sul territorio triestino e al contempo agire direttamente sul territorio italiano per portare avanti la liberazione integrale anche lì. Accanto a tale processo è indispensabile intessere una rete di relazioni e contatti con forze simili in tutta Europa per coordinare le proprie lotte nell’area euro-mediterranea, ossia la testa di ponte usata dagli americani e dai sionisti per dividere il blocco eurasiatico. A quel punto l’agganciamento strategico graduale del blocco euromediterraneo a quello eurasiatico dovrebbe essere il passo successivo per permettere un disancoramento dal modello liberale mondializzato. 

Al tempo presente non vedo altre alternative. La presunta “Fine della Storia” non è mai avvenuta per davvero ma non si può dire che non abbia inciso. La validità delle ideologie novecentesche è stata messa in gran parte in discussione, anche se alcuni valori, gli obiettivi e idee del tempo sono sopravvissuti ancora oggi e possono essere riadattati per fomentare la nuova lotta globale. La “dottrina delle tre liberazioni” è ad oggi quella che, a mio avviso, in maniera pragmatica si propone come soluzione più adatta per tutti coloro che vogliono disarcionare il capitalismo economico, l’imperialismo militare e la colonizzazione culturale di cui siamo vittime. È necessario dunque che le tre liberazioni vengano scelte come punti cardinali della nuova ideologia nazionale, portando alla convergenza di interessi tutti gli Stati “liberati”. Ristabilire l’interesse nazionale e popolare nell’ordinamento socio-economico nazionale, nell’educazione su tutti i livelli, nella conduzione dei servizi pubblici, nella sicurezza pubblica, nella rappresentanza democratica, nello sviluppo tecno-scientifico e nell’amministrazione territoriale dello Stato sarà la priorità. Occorre individuare i principi e i valori specifici dell’ideologia in costruzione, tenendo bene in mente le direttive che un procedimento come quello descritto precedentemente ha da offrire.

La lotta si compie oggi su più livelli, dentro e fuori lo Stato per come lo conosciamo. Pertanto schierarsi è accettare l’inizio della sfida, decidendo se sostenere la realtà per come è oggi o battersi per la liberazione integrale dei popoli, delle patrie e dell’umanità tutta. 

Questo e altri articoli sul terzo numero de L’Alabardin:
L’Alabardin è una rivista nata dai pensieri di giovani militanti per il TLT del Fronte della Primavera Triestina. Non è un quotidiano, né una rivista che rispecchia necessariamente la linea del movimento, bensì una raccolta di riflessioni e testi politici, filosofici e culturali di giovani liberi pensatori, intenti a costruire un futuro alternativo. Una molteplicità di idee, spesso diverse, ma accomunate nella loro ricerca di un’alternativa ad un sistema, che non rappresenta l’interesse dei cittadini e delle persone comuni del nostro territorio come degli altri, limitrofi o meno.

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