Chi scrive ha soggiornato, in qualità di invitato ufficiale e capo della Delegazione italiana per lo studio delle idee del Juche, nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 7 al 14 ottobre per le celebrazioni dell’80° anniversario della fondazione del Partito del Lavoro di Corea.
Di ritorno dopo dieci anni dalla prima visita (21-27 agosto 2015), ho avuto l’impressione come di trovarmi in un’altra città oppure, il che è lo stesso, di non essere mai realmente stato a Pyongyang: la città è infatti completamente cambiata. Più moderna, ancora più verde, ma non meno socialista: la sensazione che ne ho ricavato appena sceso dall’aereo è comunque quella di un ritorno a casa dopo tante peripezie e tante vicissitudini sia positive che negative. Quello che segue è il diario di viaggio che ho diligentemente tenuto ogni sera, affinché non si sbiadissero i ricordi ancora freschi di quanto fatto, detto e vissuto durante le giornate, con un rigore che ho voluto ancor maggiore rispetto alla scorsa volta. L’intento di queste note è sì documentaristico, ma anche, con alcuni incisi di carattere più personale, di fornire un’ottica quanto più “viva” e diretta di una settimana di socialismo visto non più dagli occhi del turista, ma del socialista in missione politica, ufficialmente riconosciuto come tale.
Dato il carattere diretto di queste righe, digitalizzate dalla scrittura originaria a mano, i riferimenti al «qui» vanno intesi, a seconda del testo, come facenti riferimento a Pyongyang o all’Hotel Koryo, dove soggiornavo e scrivevo nelle pause o al termine dei programmi di visita e di lavoro. Le “notizie dal mondo”, salvo nell’unico caso ove diversamente indicato, provengono esclusivamente dalla sezione esteri del Quotidiano del Lavoro (Rodong Sinmun), che consultavo ogni mattina nella hall dell’albergo prima di partire, fotografando la pagina per poi farmela tradurre dalla pazientissima compagna Kim Un Gyong, la nostra affezionata guida. Non avendo accesso a Internet, e avendo finito col rifiutare di proposito la possibilità di connettermi al Wi-Fi dell’albergo per tutta la durata del soggiorno, l’organo di stampa del Partito del Lavoro di Corea è stata la mia unica fonte d’informazioni sul mondo esterno. Credo inoltre che aver riportato le notizie citate possa dare un’idea di come gli avvenimenti internazionali vengano visti e comunicati al popolo della RPDC.
Si sono rese necessarie alcune correzioni e integrazioni, che tuttavia non hanno alterato né il senso né l’essenza degli eventi quivi descritti. – Jean-Claude Martini
7.10.2025
Arrivati a Pyongyang dopo tre ore di un volo preposto su un Ilyushin dell’Air Koryo. Volo tranquillo senza turbolenze significative e con un ottimo pasto. Siamo alloggiati all’Hotel Koryo, 23° piano della prima torre, stanze 233-234, io e Cristian siamo nella 233: la televisione prende, oltre alla KCTV e al canale dell’albergo (il n° 0, che non funziona), Al Jazeera come unica emittente occidentale e, per il resto, solo canali russi e cinesi. C’è RT, ma più precisamente è RT Doc, la sezione riservata ai documentari. Ho scoperto l’esistenza di Bridge, praticamente la versione russa di MTV, accompagnata da HTB e +O, a me altrettanto ignote; il canale “8” è sul dieci. A corollario, quattro canali della CCTV e due di una certa Phoenix Info, anch’essa cinese. Ero curioso di vedere che canali ci fossero, visto che dalle recensioni su Internet, da me consultate nei giorni precedenti per pura curiosità, le informazioni risultavano assai contraddittorie oltre che scarse e datate.


La città è cambiata oltre il riconoscibile: grattacieli residenziali dappertutto, edifici moderni e modernissimi simili alle nostre concessionarie e showroom, addirittura le nuove macchine delle Forze di Pubblica Sicurezza e soprattutto tanto, tanto verde. Distese di chilometri e chilometri di verde in pieno centro, come a Pechino, che non possono che suscitare commozione e al contempo invidia in un fiorentino che, suo malgrado, si trova impotente testimone dell’ecocidio perpetrato dalla giunta Funaro.



Nella penultima foto: «Mobilitiamoci tutti nell’attuazione delle decisioni della XI sessione plenaria dell’VIII Comitato Centrale del Partito!»
Nell’ultima foto: «Indipendenza, pace, amicizia» (i tre principi storici della politica estera della Corea socialista)
Ne ho parlato in due occasioni con la nostra guida, la compagna Kim Un Gyong (l’altro nostro accompagnatore, sempre dell’Associazione dei Sociologi di Corea, è il compagno Pang Kil Nam), sia nel tragitto in pulmino che a Mangyongdae. Parla un ottimo inglese, mentre con Pang conversiamo in francese.
Mangyongdae, ove si trova il villaggio natale del Presidente Kim Il Sung, è stata la prima tappa di questo viaggio ufficiale: siamo però andati come prima cosa al Museo della Culla Rivoluzionaria (così traduco, più o meno letteralmente, il nome coreano che ho letto nell’insegna). Esiste dal 1970 ma ci portano solo le delegazioni speciali per talune festività, per questo né io né addirittura Cristian, ne avevamo mai neanche solo sentito parlare.
Siamo poi tornati al villaggio propriamente detto, dove la stessa guida che ho conosciuto 10 anni fa (lavora lì da 17) ci ha fornito un’appassionata spiegazione della vita e delle gesta del Presidente Kim Il Sung e della sua devozione e determinazione a liberare la Corea fin dalla più tenera età; la mappa delle sue attività rivoluzionarie giovanili si estende anche a quello che oggi è il territorio della cosiddetta “Repubblica di Corea”.
Particolarmente emozionante è stato per me leggere, riprodotto su una parete, e ascoltare fuori in lontananza le parole dell’immortale inno Nostalgia, da egli stesso composto: anch’io, infatti, mi trovo attualmente nelle condizioni di un comunista lontano dalla Patria e dalla madre per un obiettivo più alto, pur nella palese sproporzione di avversità e sfide rispetto alla giovinezza del grande Leader. Tutt’intorno, infatti, il paradiso: rigogliose radure, una pace celestiale adornata dal canto degli uccelli, una temperatura gradevole e una dolce melodia.




La casa natale del Presidente Kim Il Sung a Mangyongdae. Sotto, gli strumenti da lavoro utilizzati dalla sua famiglia, composta da contadini poveri (il vaso ammaccato è l’unico che aveva sua madre per andare e tonare dal mercato e non volle mai cambiarlo perché ancora utilizzabile. Ultima foto: la Delegazione italiana per lo studio delle idee del Juche assieme alla guida locale. In alto le foto dei tre fratelli Kim Yong Ju (1920-2021), Kim Chol Ju (1916-1935) e Kim Song Ju (Kim Il Sung).
Esattamente come tanto m’immaginavo, la compagna Kim, davanti a un filare di arbusti piantati da numerosi presidenti di Paesi amici della Corea popolare (ne ho fotografati alcuni, tra cui quelli di Agostinho Neto e Menghistu Hailemariam, ma mi sono accorto dopo che erano decine), se ne volessi piantare uno anch’io: ho risposto entusiasticamente di sì, con la devastazione di Firenze negli occhi.
A Pyongyang, intanto, fremono i preparativi per il 10 Ottobre (mi avevano detto ancora in Italia che potrebbero esserci addirittura Putin e Xi Jinping): ragazzi che marciano, intonano slogan, contadini e soldati al lavoro nei campi, parole d’ordine rivoluzionarie e in grafica nuova incise e scolpite in enormi caratteri rossi su lastre ad ogni marciapiede e viale; si inneggia alle idee rivoluzionarie del grande compagno Kim Jong Un, si esorta a trasformare tutta la società sulla loro falsariga, si chiama ad applicare le decisioni dell’ultimo plenum del Comitato Centrale del Partito e ad accelerare l’edificazione socialista nelle campagne. I cartelli menzionano spesso l’unità unanime, la difesa risoluta e le Tre Rivoluzioni (ideologica, tecnica e culturale). Domani seminario.


Sopra: alcuni scatti dal Museo della Culla Rivoluzionaria di Mangyongdae. La frase riportata in alto a grandi caratteri è un aforisma del Dirigente Kim Jong Il che recita: «La culla del grande Leader [Kim Il Sung] è anche la mia».


Sotto: steli commemorative di alberi piantati da capi di Stato stranieri: Menghistu Hailemariam (Etiopia), Kaisone Phomvihane (Laos), Lamsana Conté (Guinea), Yoweri Museveni (Uganda) e Agostinho Neto (Angola).
8.10.2025
Prima giornata di seminario, tempo soleggiato e temperatura gradevole. Ennesima ripetizione di cose già sentite e ormai ben conosciute, di 14 interventi complessivi, degni di nota, a mio parere, solo quelli dei delegati di Sudafrica e Brasile. Mi ha particolarmente deluso quello della compagna Marta Grelak: viene da un Paese, la Polonia, “sulla faglia del Rimland”, in prima linea nella guerra mondiale che si prepara. Mi sarei atteso qualche cenno su come procede il lavoro del Centro Studi del Juche di Varsavia, sui successi, le sfide e le esperienze dei compagni polacchi nella diffusione del kimilsungismo-kimjongilismo nel loro Paese.


Decisamente più interessante, invece, la conversazione che ho avuto con la compagna Kim lungo tutto il tragitto dal Koryo al Palazzo della Cultura del Popolo (sede del seminario, che proseguirà domani): partita da una sua domanda sul mio aspetto preferito delle idee del Juche, abbiamo sviluppato insieme una serie di riflessioni che ci hanno portati a soffermarci sulla questione palestinese. Visibilmente indignata dal genocidio che sta portando avanti Israele, soprattutto davanti alle immagini dei bambini dilaniati e delle madri piangenti dal terrore, le ho fatto notare come fossero le stesse tragedie sofferte dai bambini coreani durante la guerra degli anni ’50, «e sempre a causa degli imperialisti americani». Kim si è chiesta, penso retoricamente, perché nessuno fermi questi ultimi, perché nessuno organizzi una resistenza reale per aiutare la Palestina. A malincuore ho dovuto citare la corruzione dei regimi arabi che a parole se ne professano amici, ma nei fatti stanno con USA e Israele. Il quale ultimo, per inciso, ho proseguito, cerca di legittimarsi agli occhi degli occidentali instillando in loro un continuo senso di colpa per l’Olocausto, “dimenticando” però le documentate connivenze storiche tra nazismo e sionismo. Le ho chiesto, a tal proposito, quale tipo di sostegno materiale la RPDC offra alla Palestina: non armi ma aiuti umanitari.
La conclusione, in soldoni, del nostro confronto è stata che la chiave di volta sta nelle mani dei palestinesi, che devono seguire la via jucheana e dotarsi di una potente difesa autonoma come la RPDC, che difatti nessuno osa provocare.
Abbiamo parlato anche della vita in Occidente, a proposito della quale ho voluto dirle, come coreana, di difendere il socialismo perché i benefici di cui il suo popolo gode non sono affatto scontati né garantiti, come ha dimostrato l’esempio dell’URSS e dell’Est Europa. Pur ragguagliandola sull’estremo degrado morale e materiale che impera dalle nostre parti, non ho voluto essere soltanto negativo: ci ho tenuto a che sapesse che comunque si sta anche sviluppando una resistenza a questo stato di cose, per quanto confusa e contraddittoria, sia da parte dei giovani che dei meno giovani.
La seconda tappa è stata il Museo della Rivoluzione Coreana, dove non si potevano fare foto ma sono finito a fare il traduttore per la delegazione: una catena di comando coreano-francese-italiano di cui i compagni Pang e Kim sono stati molto, molto contenti. La visita ha riguardato le attività rivoluzionarie dello stimato compagno Kim Jong Un.
Abbiamo quindi effettuato la visita di rito alla collina Mansu per rendere omaggio ai monumenti di Kim Il Sung e Kim Jong Il, tutti all’unisono a seguito dell’appello microfonato: «Si prega di rendere omaggio ai grandi Leader». Puntuale la domanda della compagna Kim se mi piacerebbe vivere in Corea. Mia risposta affermativa, pur da «figlio della nazione italiana». L’ha molto colpita il fatto che io mi sia apertamente definito un comunista, e ancor più che io condivida i valori della RPDC e del suo popolo.

Ricco e gustoso il banchetto in nostro onore, dove abbiamo conosciuto un membro del personale di nome Rae, sedutosi al nostro tavolo e col quale abbiamo conversato in spagnolo.
Stretta presto amicizia grazie al calcio (pare essere un grande estimatore di Modrić e Donnarumma) è emerso il “divario” tra le nostre vite: il socialismo gli permette tranquillamente di essere un uomo realizzato. Ha 36 anni, è sposato e ha una figlia di 6, vive da solo e la casa gli è stata data gratuitamente dallo Stato. Mi ha infatti domandato se fossi sposato, cosa che per loro è normale. Via via abbiamo sviluppato anche con lui una conversazione su come viviamo in Occidente ed è lì che origina il suddetto divario: da noi tanti rimangono a vivere coi genitori finanche a 30-40 anni perché le case costano sempre di più, gli affitti sono impossibili e il carovita è sempre più insostenibile. Lui invece è laureato, ha fatto il militare ed è andato a vivere da solo dopo esser convolato a nozze. La cosa mi ha propiziato una domanda che mi ha sempre attanagliato circa un’eventualità di divorzio tra coniugi organi: lo Stato garantisce una casa anche a costoro; in caso contrario, si torna a vivere dai genitori.
Non ricordo come ci siamo spostati su temi politici più generali, ma è consapevole che Internet è uno strumento degli americani per promuovere la sovversione («ci inquinano menti e cuori», ho precisato), americani che “non capisce” perché vogliano rovesciare la RPDC.
«Perché non accettano che un piccolo Paese tenga alta la bandiera del socialismo e non si inginocchi a loro»
«Non riusciranno mai a invaderci e distruggerci», sono state le sue parole, che mi hanno fortemente riecheggiato quelle del compagno Yu Hwan Il dieci anni fa.
A tal proposito, conosce l’indimenticabile compagna Pak Song Mi, la guida ispanoablante che ebbi insieme a Yu, che faceva l’interprete per l’italiano: «è andata a lavorare in un Paese lontano con suo marito».
Da ultimo, pomeriggio e sera costellati da una diretta immersione nella vita di Pyongyang: onirica, incredibile. Gente tranquilla, semplice, mamme col passeggino, persone intente a leggere, messaggiare, telefonare, conversare; negozi strabuzzanti di beni di consumo (cover per cellulari di Louis Vuitton, computer della DELL e della Huawei, borse, scarpe, cosmetici, spuntini e cibi di strada…) e ragazze che percorrono serene, da sole, viali poco illuminati anche a buio inoltrato. Inconcepibile qua da noi. Nessuno ci ha importunati, né me né Cristian.
Ricevuto il Rodong Sinmun con la nostra foto. Dal mondo solo notizie di delegazioni arrivate qui per la festa del 10: Nicaragua, Messico, Brasile, Guinea Equatoriale e Iran. Il genocidio in Palestina prosegue. Kim Jong Un ha ricevuto il compagno presidente del Laos.
Comprati pochi libri ma voluminosi: i voll. 3 e 4 delle Memorie di Kim Il Sung e dal 2 al 5 delle sue Opere complete, che mi mancavano, un opuscolo stampato a luglio e dedicato agli aneddoti delle attività estere di Kim Jong Il, più due piccoli fascicoli di francobolli dedicati all’amicizia della RPDC con la Russia e la Cina e due numeri del Pyongyang Times, il più recente e quello dedicato alle celebrazioni dell’80° anniversario della liberazione dai giapponesi. Stranamente assenti il Korea Today e le Opere di Kim Il Sung, fatta eccezione per qualche volume, nascosto dietro sugli scaffali, in tedesco e in giapponese. Le Opere scelte di Kim Jong Il, invece, le hanno pure in arabo.


Uno scorcio della libreria dell’Hotel Koryo.
Ho preso un’altra spilla della bandiera della RPDC come non riuscivo a trovarla (me la “soffiarono” involontariamente a Milano due anni fa per l’iniziativa che organizzammo in occasione del genetliaco di Kim Il Sung) e adesso ne ho tre, perché quella che avevo comprato appena arrivato, e che credevo di aver perso, si era in realtà infilata in profondità nel taschino della camicia. Meglio abbondare…! Una, a tema amicizia, me l’hanno data in omaggio perché non avevano abbastanza euro per il resto: la terrò come le cose sacre.
9.10.2025
Notizie dal mondo: frana in Slovenia, missili israeliani sul Libano, alluvione in India, epidemia di dengue in Laos e un’altra cosa in Kirghizistan che non ho capito. Articolo molto interessante sul riarmo dei Paesi occidentali.
Con la compagna Kim abbiamo iniziato la mattinata a suon di barzellette su Elisabetta II, Tony Blair, Bush e Clinton (quella sull’indovinello del figlio della madre e del padre che non è né il fratello né la sorella: la conoscevo) e, da ex studentessa di Lingue, ha letto addirittura il Codice Da Vinci perché era materiale di studio, pur non essendo stampato di per sé nella RPDC. Ammira molto la figura di Leonardo Da Vinci, anche se, ha notato con un certo dispiacere: «Alcuni dicono che fosse omosessuale»: abbiamo ironizzato su ciò approfittando dell’assenza delle condanne e delle pubbliche berline per “omofobia” qui nella Corea popolare, con le sue battute che mi hanno confermato quanto poco bene certi soggetti siano visti nel Paese. Anche lei mi ha chiesto se fossi sposato: non so quanti anni abbia, ma lei lo è e ha una figlia di 9 anni, molto sveglia («clever»). Suo marito è direttore («manager») di una compagnia qui in Corea. Beate le famiglie di questo Paese, che non hanno da preoccuparsi di arrivare in fondo al mese!
Ho parlato anche col compagno danese Mathias Fantoni nella pausa del seminario di oggi: pare che in Danimarca i comunisti siano molto più aperti a idee nuove, contrariamente ai sedicenti tali italiani. A quanto mi ha detto, il lavoro che si sta svolgendo in seno alla Lega della Gioventù Comunista nel suo Paese per la diffusione del kimilsungismo-kimjongilismo sta procedendo bene e dando frutti.
Lo spettacolo ginnico di massa per la Festa del Partito è stato stupendo. Un altro sogno mi si è realizzato: cantare l’Internazionale per un evento pubblico a Pyongyang. Questo è stato infatti il canto che ha aperto l’esibizione, e che ho fieramente intonato in italiano. Ho potuto vedere e ascoltare Kim Jong Un dal vivo, peccato non aver avuto la possibilità, a differenza di altri, di fare un video di anche solo dieci secondi per immortalare personalmente alcune delle sue parole. Mi sono comunque emozionato tanto a vedere le varie coreografie e a intonare, con la compagna Kim e la guida personale del prof. Carbonelli, i vari canti che riconoscevo. Tra questi, ho visto e sentito per la prima volta un cambiamento allo storico Non abbiamo niente da invidiare al mondo: anziché «Nostro padre è il Maresciallo Kim Il Sung», com’è sempre stato, i bambini hanno cantato «Nostro padre è il Maresciallo Kim Jong Un». Lo stesso diceva il testo in sovrimpressione, quindi non mi sono sbagliato. Altre canzoni sono state cambiate, con rimozione dei riferimenti ai Leader ormai defunti: una di queste è Amo la mia Patria del Complesso di musica leggera Wangjaesan, il cui testo originale al ritornello faceva «Amo la mia Patria in grembo al Generale Kim Jong Il» e oggi recita «Amo la mia Patria, in uno sconfinato e benevolo abbraccio». In una foto raffigurante un concerto d’amicizia coreo-russo, riconobbi il ritornello della canzone La nostra amicizia è per sempre, in cui il nome di Kim Jong Un, scandito prima di quello di Putin, sostituiva quello di Kim Jong Il nel testo tradizionale (la canzone era stata scritta ed eseguita la prima volta nel 2001, in occasione di un vertice tra RPDC e Russia).
Dalla televisione ho appreso che ai mondiali di sollevamento pesi a Førde un’atleta della RPDC ha battuto un record mondiale! A me invece non funziona più il televisore in camera. Credo sia colpa del maltempo.

Panorama serale della strada dalla mia stanza all’Hotel Koryo
10.10.2025
Notizie dal mondo: altre bombe israeliane su Gaza e un articolo di fondo sullo sviluppo dei Paesi africani, che cita anche il ritiro dell’Alleanza del Sahel dall’ICC; dengue in Bangladesh, chili di oppio sequestrati in Sri Lanka, Tifone 23 negli Stati Uniti.
Il compagno Dirigente Supremo ha incontrato il Segretario Generale del PC Vietnamita, compagno To Lam (Bonilauri aveva ragione) e il Primo ministro cinese Li Qiang, mentre il compagno Ri Hi Yong ha ricevuto Medvedev.
Stamattina visita al Museo della Fondazione del Partito sotto una pioggia battente. Il giorno prima, ci hanno detto, vi si era recato Kim Jong Un. Abbiamo attraversato il punto dove si è fatto scattare una foto ricordo con gli astanti.
Anche oggi ho fatto da «interprete dell’interprete», come ha avuto simpaticamente a dire il prof. Carbonelli l’altro ieri (e col quale abbiamo avuto tutti insieme una piacevole conversazione giù nella hall poco fa). Bellissima la sala riunioni dove abbiamo concluso la visita, col ritratto a colori del Presidente Kim Il Sung da giovane sovrastato da uno striscione rosso con la scritta, in coreano: «Lavoratori di tutto il mondo unitevi!» e i ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin sulle pareti di lato.
Sento in lontananza le grida in coro dei giovani che si preparano per le celebrazioni di oggi, intervallate, ogni ora dalle 6 di mattina fin verso l’ora di cena, dalla melodia di Dove sei, caro Generale?, proveniente dalla stazione. Un sottofondo decisamente più gradevole di quello dei cantieri, dei cani e delle ambulanze sotto casa mia a Firenze; questo è invece un canto composto da Kim Jong Il nel 1971 per l’opera teatrale Una vera figlia del Partito, che narra le vicende di un’infermiera da campo durante la ritirata temporanea nella Guerra di Liberazione della Patria. Costei, rimasta separata dal suo gruppo in marcia, deve affrontare le asperità della guerra da sola, chiedendosi, appunto, dove fosse il Generale Kim Il Sung e anelando il Quartier Generale della rivoluzione.
Alla televisione, finalmente funzionante, rassegna stampa su Phoenix Info: la Russia ha disabilitato il 60% della produzione di gas ucraina a colpi di attacchi, la NATO soppesa una risposta armata alla “guerra ibrida” (articoli del Financial Times); editoriale della CNN: «L’Europa si preoccupa di essere già in guerra e l’America non se n’è accorta».
Siamo stati (per me un ritorno) al negozio dei francobolli, che è qui accanto: ho comprato dei veri e propri album sui pezzi riservati all’amicizia con Russia e Cina, più una piccola raccolta di francobolli tematici dedicati a Mao Zedong e un altro paio sempre “suoi”, tra cui uno raffigurante il celebre dipinto del 1968 Il Presidente Mao va ad Anyuan, sul quale feci a suo tempo la tesina di maturità e su cui Marcello mi ha poi raccontato il divertente aneddoto di quando per errore finì in bella mostra a Città del Vaticano. Mi dicono che siamo stati ripresi dalla KCTV allo spettacolo di ieri, tutti e quattro ben riconoscibili.
La compagna Kim, notando i miei acquisti, mi ha chiesto il perché della mia ammirazione per Mao, e ho fatto riferimento a quanto le ho detto ieri circa la mia formazione politica, iniziata col maoismo. Dev’essersi fatta un’idea di me più “filocinese” di quanto già io non sia, dato che subito, appena arrivato in aeroporto, è sorto qualche problema, per fortuna subito risolto, relativamente all’ingente mole di libri di Xi Jinping che avevo in valigia da Pechino.
Mai nella vita dimenticherò la parata di oggi. Sotto il diluvio (ma fortunatamente riparato dalla tettoia) ho visto sfilare gli eroi di Kursk con le bandiere di RPDC e Russia, i lanciamissili, i carri armati e gli ICBM. Abbiamo cantato le canzoni che conoscevo, non poche, insieme alle guide. Mi sono trovato Kim Jong Un a tre metri di distanza e ora il mio telefono ha l’onore di avere il suo volto in galleria. Piccola nota di comicità: davanti a noi avevamo la delegazione brasiliana, composta da tre ragazzi coi capelli decisamente lunghi. Uno di loro è stato da me e dalla compagna Kim soprannominato «Gesù Cristo» per la nostra comune ilarità, soprattutto quando ho discretamente indicato prima lui e poi una ragazza nella delegazione russa di Khabarovsk per indicarne le somiglianze di capigliatura, per il mio disappunto ogni volta che li confondevo perché momentaneamente impossibilitato a vederli in volto.




Immagini dalla parata del 10 ottobre per gli 80 anni del Partito. Fra cui il nuovo ICBM Hwasong-20. Penultima foto: selfie col compagno Pang Kil Nam.
11.10.2025
Notizie dal mondo: la Russia condanna le restrizioni imposte dall’Unione Europea ai suoi diplomatici e promette contromisure; manifestazioni per la Palestina a Tunisi; vari Paesi condannano Israele; un ponte è franato in India e un edificio a Madrid; alluvioni in Vietnam e Thailandia; terremoto in Russia; il Giappone batte il record di fallimenti aziendali negli ultimi 12 anni; un trafiletto sullo shutdown negli USA; il Canada in deficit di bilancio; la produzione industriale tedesca è in calo e si sono registrate intossicazioni alimentari in Sri Lanka.
Kim Jong Un ha firmato un protocollo di accordi con To Lam ed è stata addirittura inaugurata una statua di Ho Chi Minh. Ha ricevuto anche Medvedev, presente agli eventi di ieri e dell’altro ieri.
Messa a parte la compagna Kim, che ieri non c’era per motivi familiari, della mia gioia per aver assistito alla parata (la prima in assoluto che mi sia capitato di vedere dal vivo), lei mi ha detto che non è facile nemmeno per i coreani assistervi, perché si tratta di un pubblico rigorosamente selezionato, e che ancor meno lo è trovarsi vicino, così vicino!, a Kim Jong Un.
Oggi abbiamo visitato lo Zoo Centrale: è magnifico, organizzato proprio come un’istituzione didattica per i ragazzi. Questo è tra l’altro il senso della citazione di Kim Jong Un che ci accoglie all’ingresso.
Si parla di mammiferi, cetacei, uccelli, pesci ed esseri umani, con un tabellone dedicato ai principali paleontologi occidentali: Lamarck, Cuvier, Lyell, Darwin, Wallace e Wegener. Prima dei leoni vengono i serpenti, ne abbiamo visti di vivi e di riprodotti. Facevano eccezione, per ovvi motivi, i pinguini, che però mi hanno dato loro malgrado l’occasione di sapere che la compagna Kim, con la quale mi sono fatto scattare una foto su sua richiesta, ha visto Happy Feet. Più avanti mi ha detto pure di aver letto La regina Margot di Alexandre Dumas padre.




Usciti da questo bellissimo e modernissimo museo (perché di fatto tale è, c’è pure un padiglione sullo spazio) e decretando di fatto la nascita del meme del «Gesù Cristo brasiliano» tra me e la compagna Kim, ho potuto ammirare i nuovi quartieri in costruzione, con cantieri dall’operosità militante, con bandiere rosse e slogan variopinti, ma silenziosi e di nessun ostacolo alla viabilità, e l’atmosfera ancora festosa con bandiere e cartelloni delle celebrazioni di ieri. Non ho potuto fare a meno di notare che in tre giorni di pioggia ininterrotta non ci sono state né frane, né allagamenti, né alluvioni, il Taedong non è esondato ma anzi, a malapena si potevano scorgere microscopiche pozzanghere qua e là sull’asfalto, ogni tanto. Ne ho infatti parlato alla compagna Kim, alla quale ho raccontato di ciò che è successo a Campi Bisenzio tra il 2023 e il marzo di quest’anno, e ha assunto un’espressione assai corrucciata, come quando, più in là, le ho detto quanto serve di stipendio in Italia per campare.
È rimasta incuriosita quando ha saputo che per un periodo ho fatto il babysitter, il problema è che di lì a poco, quando mi ha chiesto cosa mi avesse spinto ad avventurarmi in quel campo, la conversazione ha iniziato ad assumere delle pieghe che sotto una lente occidentale richiedono chiarificazioni e disclaimers a non finire a scanso di equivoci, che infatti mi sono sentito istintivamente di fornire nonostante per lei, ovviamente, non ce ne fosse bisogno perché aveva capito cosa intendessi dire.
Tra l’altro, col pulmino siamo passati anche sotto casa sua, non lontano da qua. Un piccolo condominio quadrato, dai colori scuri, spartano nell’aspetto ma dignitoso. Ha studiato all’Università Kim Il Sung, il cui tetto era visibile dal finestrino.
Poiché davanti al suo ingresso c’è la statua del giovane Kim Jong Il e la poesia da egli composta nel 1960 all’inizio del suo anno accademico, O Corea, io ti farò onore, le ho chiesto che ne è stato del passaggio dove menzionava i «tremila ri» della Corea tutta e della strofa «terra dai tremila ri bordata d’oro» nel Canto del Generale Kim Jong Il. Molto tranquillamente mi ha risposto che le parole in questione sono state soppresse, sì, ma non sostituite: segno, comunque, che qui le domande, anche quelle forse un po’ più delicate o “indiscrete”, si possono fare, tutt’al più non si ottiene risposta per la sensibilità (reale o percepita) del tema. Ho anche potuto sbirciare parte del cortile d’ingresso delle residenze ufficiali dei dirigenti del Partito, anche se lei ha cercato di distrarmi indicandomi un asilo, che ho comunque fatto in tempo a vedere.
Sempre oggi ho scambiato qualche parola (e contatto) con un compagno russo di Khabarovsk, anche a proposito della politica traditrice del governo Meloni sull’Ucraina. Ieri, invece, ho potuto altrettanto liberamente dire ad alta voce a tavola di sostenere non solo la Palestina in generale ma tutti i movimenti della sua Resistenza, nessuno escluso. Tanto la DIGOS qua non ci può ascoltare. È qui la vera democrazia, altro che l’Italia.
Meravigliosa la processione con le torce di stasera, soprattutto il passaggio col ritratto ufficiale di Kim Jong Un (al quale ci siamo alzati tutti in piedi ad applaudire) e il terzo “capitolo” tematico: I successori della nostra rivoluzione. Con una simile gioventù, priva di grilli per la testa, degradazioni varie, OnlyFans, TikTok, Instagram ecc., il futuro del socialismo coreano è assicurato!
Momenti ludici anche con le guide, che per gioco mi facevano tradurre i vari slogan in coreano presenti sulla piazza: «Viva l’80° anniversario del glorioso Partito del Lavoro di Corea!», «Viva il Partito del Lavoro di Corea, organizzatore e guida di tutte le vittorie del popolo coreano!», «Verso nuove vittorie», «Celebrazioni dell’80° anniversario del Partito».




12.10.2025
Notizie dal mondo: Maria Zakharova ha criticato i Paesi europei per il loro sostegno all’Ucraina; la NATO terrà esercitazioni militari fino al 18 e se ne sono svolte anche tra Russia e India; l’Iran ha criticato le manovre ostili di USA e UE (Inghilterra, Francia e Germania); la Turchia ha condannato Israele per il blocco degli aiuti umanitari verso la Palestina; due foto di carri di derrate nella Striscia di Gaza; la Namibia ha adottato un piano di sviluppo autonomo della propria agricoltura; un articolo di fondo dal titolo: «Sono finiti i tempi dell’egemonia dell’Occidente».
Un onore dei più immensi la visita odierna alla nuova Scuola Quadri Centrale del Partito, anche perché, mi ha detto la compagna Kim, è raro che gli stessi coreani vi accedano così: non potendo mancare foto di rito davanti ai ritratti di Marx e Lenin (sono gli stessi che c’erano in Piazza Kim Il Sung fino al 2012, mi ha confermato la compagna Kim), abbiamo visto il museo interno e la sala informatica della biblioteca, collegata con la Grande Biblioteca del Popolo. Addirittura ci siamo seduti nell’aula visitata da Kim Jong Un l’anno scorso, nella quale, ci hanno spiegato, egli assistette a una lezione di marxismo-leninismo. Mi ha suscitato una particolare impressione vedere il suo ritratto ufficiale dal vivo. Molto nutrita la biblioteca riservata alle pubblicazioni straniere: ho visto i reparti di inglese, russo, cinese e giapponese.
Anche l’auditorium, dove i quadri si riuniscono a dibattito, è molto ben strutturato, moderno, semplice e pulito. Non parliamo poi della piscina e della sala massaggi, inaugurate l’anno scorso ed estremamente funzionali (la seconda l’ho vista solo in lontananza): ho chiesto alla compagna Kim se ci facessero i campionati mondiali. Risposta negativa, ma ha capito l’apprezzamento. Mi ha detto che da “più giovane” era una nuotatrice a livello amatoriale.


Nel viaggio di ritorno ho potuto apprendere che la compagna Kim ama la musica classica: Beethoven, Mozart e Čajkovskij su tutti. Del secondo ha intuito approfonditamente il genio, prendendolo come esempio di intelligenza umana.
Il giro che abbiamo fatto qui vicino mi ha fatto sentire a casa: verde, uccellini che cantano, tranquillità e pulizia. Negozi pieni di beni di consumo: qui nessuno patisce la fame, anzi.


Il Museo della Vittoriosa Guerra di Liberazione della Patria è maestoso oltre ogni immaginazione: sulla vasta distesa dopo l’ingresso troneggia maestoso l’iconico monumento al soldato che incita alla carica, le cui dimensioni, come quelle delle statue di Kim Il Sung e Kim Jong Il sulla collina Mansu, non possono essere ben rese da alcuna fotografia, per quanto ben scattata.

C’è ancora la guida famosa che compare in ogni video incentrato sulla struttura (a cui, ho visto, è stata aggiunta una stele autografa da Kim Jong Un due anni fa), ma è stata una totale sorpresa il panorama interattivo sull’Operazione Liberazione di Taejon, come assai piacevole è stata la vista di un quadro ritraente Kim Il Sung intento a parlare in pubblico con un ritratto di Stalin sullo sfondo. Peccato non aver visto la USS Baltimore (siamo però saliti sulla Pueblo, dove ho osservato attentamente i documenti e le cartine geografiche ivi esposte, le quali testimoniano inequivocabilmente che la nave-spia, dotata di tutti gli apparecchi all’uopo, era visibilmente penetrata nelle acque territoriali della RPDC), ma ho potuto liberamente porre una domanda alla guida del museo circa la versione propagandistica americana, che vorrebbe la Baltimore addirittura neanche mai inviata sul fronte coreano perché, affermano, dismessa nella seconda metà degli anni ’50 e definitivamente rottamata nel 1972. Lei ha ovviamente smentito tale ricostruzione, dicendomi che nella sezione dedicata, che non abbiamo potuto visitare per mancanza di tempo, ci sono tutti i documenti relativi: mi ha promesso che la prossima volta potrò vederli. Di ritorno sul pulmino, la compagna Kim ha fatto eco alla sua risposta, sottolineando come gli americani siano soliti mentire spudoratamente. Come alla sua collega, ho detto anche a lei che, pur non essendo io un esperto, mettendo a confronto le foto della Baltimore fornite dalla RPDC e quelle di altri contesti, effettivamente la nave è la stessa, e ho caricato su YouTube un video prodotto a Pyongyang proprio sul tema della Battaglia navale di Jumunjin (vado a memoria: credo a un certo punto sia stata intervistata la guida stessa, una giovane donna in abito militare, a occhio sulla quarantina, che comunica allo stesso tempo una grande gentilezza e una risolutezza di ferro).
Ho provato comunque delle belle sensazioni a vedere tutta la distesa delle armi abbattute o sequestrate agli americani durante la guerra, e soprattutto a salire sulla Pueblo.


Peccato aver potuto vedere soltanto dal pulmino i nuovi quartieri. Hwasong però è meravigliosa, potrebbe essere tranquillamente scambiata per Dubai o New York. Siamo ciononostante riusciti ad aver modo di fare una passeggiata insieme alle guide, cosicché ho potuto fotografare e filmare tutto ciò che non avevo potuto, o meglio, non mi ero sentito di fare le due volte che sono andato da solo con Cristian: anche questa è stata una grande falla felicemente ricoperta. Strade non dissestate, traffico assolutamente nella norma e addirittura dolci musiche e trasmissioni radiofoniche militanti in sottofondo hanno fatto da cornice alla vista stupenda di una città in continuo cambiamento e trasformazione, dove ho potuto vedere altri chioschi e negozi altrettanto pieni e variamente riforniti, che adesso, però, posso far vedere al mondo fuori da qui. La compagna Kim ha tenuto a ricordarmi ancora una volta che tutti questi appartamenti sono forniti gratuitamente dallo Stato ai lavoratori e alle persone meritevoli.
Devo ammettere che mi ha fatto quasi “strano” scendere nel sottopassaggio della stazione e non vedere nemmeno un senzatetto o un tossicodipendente: lì nei pressi, neanche uno spacciatore. Nessuno intento a espletare per strada i propri bisogni fisiologici, nessuno stravaccato sul marciapiede o in giro a chiedere «due spicci per un biglietto» (sic) e niente matti a delirare urlanti per conto proprio; bottiglie di birra o lattine vuote accartocciate in terra: zero…il socialismo è davvero un altro mondo.


Ho anche avuto modo di conversare un po’ più a lungo col compagno Pang, al quale ho fatto notare le mie impressioni su Pyongyang, confessandogli quanto mi sono sentito libero e a casa qui, dove ho potuto parlare di temi, come la Palestina e la Russia, che in Italia a tanti sono costati arresti, perquisizioni a casa e chiusure di profili social. Stupito, perché anche lui convinto che l’Occidente fosse relativamente più “libero”, ha poi tradotto tutto in coreano alla compagna Kim.
Oggi si chiudevano i seggi in Toscana…chissà chi avrà vinto. O meglio, chi ha vinto è scontato, e ciò non depone affatto a favore di sentimenti favorevoli al mio ritorno. L’ho detto anche alla compagna Kim, aggiungendo scherzosamente che trovandomi qui il mio voto va indiscutibilmente al Partito del Lavoro di Corea. Sono stato un rifugiato politico temporaneo!
13.10.2025
Notizie dal mondo: altri bombardamenti israeliani su Gaza; cala la produzione industriale dell’Australia; è esplosa una fabbrica di armi in Tennessee; disastri naturali (terremoti) in Giappone, Andhra Pradesh, Filippine, Papua Nuova Guinea e Vietnam; vaiolo delle scimmie in Africa con relativi casi; sforzi della Namibia per la lotta alla mortalità infantile e un interessantissimo articolo di fondo sulla Colomba della Pace di Picasso.
Stamattina siamo andati alla palestra di Taekwondo e abbiamo visto una breve esibizione, che però, come ha fatto notare Marcello, includeva anche del Kung-fu e altre discipline orientali. Ho riconosciuto il campo dalla memoria di alcune foto di competizioni internazionali che vi si sono svolte e dallo stemma della Federazione, che è poi quella storicamente legittima. Un tocco di classe l’hanno dato gli striscioni rossi in cima agli spalti: «Difendiamo a costo della vita il Centro del Partito con alla testa lo stimato compagno Kim Jong Un!», «Instauriamo il sistema di direzione monolitica del compagno Kim Jong Un!». Quale migliore occasione per inaugurare la felpa appena comprata al negozio dell’albergo (dove ho trovato anche tre portachiavi carinissimi con le bandiere di RPDC, Cina e Russia su un lato e sull’altro)? Scelta felice: è piaciuta a tutti i coreani!
Il negozio del Koryo tra l’altro è molto ben fornito di generi alimentari non solo coreani, molto interessanti del resto per avere un’idea delle abitudini alimentari di questo popolo, ma anche da Russia, Cina e sorprendentemente…Giappone! C’è anche qualche prodotto europeo, soprattutto cioccolata della Lindt. Purtroppo non si possono fare foto all’interno. Siamo anche stati al ristorante girevole all’ultimo piano a prenderci una birra: a un certo punto si vede una lunga schermatura della vetrata in un punto ben preciso: è quello che, ci ha spiegato Cristian, dà sulle residenze ufficiali dei dirigenti del Partito, nonché sull’ufficio di Kim Jong Un. Qualcosina, però, ho potuto con molto impegno intravedere.


La palestra di Taekwondo.
Sul percorso verso la Torre del Juche, propiziato da Cristian che canticchiava Vola alta, colomba, ho detto alla compagna Kim, che l’ha notato con gusto, che è già il secondo giorno che la sentiamo nella sala dei banchetti e che è bello che continuino a riprodurre di queste canzoni, nonostante la tematica “sudcoreana” (Vola alta, colomba è dedicata ai manifestanti democratici massacrati a Kwangju nel 1980 dal regime di Jeon Du Hwan). Con l’occasione le ho chiesto se, a seguito dell’abbandono dell’obiettivo della riunificazione, le masse popolari della Repubblica di Corea siano ancora considerate compatriote oppure un popolo straniero: mi ha risposto che è vera la prima. Tra l’altro, per suo tramite, ho appreso ieri che Via della Riunificazione qui a Pyongyang adesso si chiama “Via Nakrang”. Okryu, il nome del noto ristorante, vuol dire invece Fiume che scorre tra le gemme. Da Cristian ho poi saputo che esisteva addirittura una sorta di “Koreatown” fuori Pyongyang, con le riproduzioni dei monumenti di Pyongyang e Seoul in omaggio alla riunificazione: troppo tardi, ovviamente è stata smantellata (così gli avevano detto e non fatico a crederci).
Ancora sotto la pioggia, e dopo che la compagna Kim mi ha costretto, suo e mio malgrado, a interrompere la mia conversazione con Marta, siamo saliti sulla Torre del Juche: per me la seconda volta, ma purtroppo ci hanno detto che dal 20 novembre 2019 è in vigore un regolamento che vieta di scattare fotografie. Ho però comprato, finalmente, una riproduzione in legno del monumento, una maglietta con la bandiera della RPDC come la volevo da tanto tempo e un bellissimo cappellino, oltre a due spille con la bandiera nazionale incrociata, rispettivamente, a quelle di Russia e Cina. C’è tanto materiale ispirato alle amicizie sino-coreana e russo-coreana, con una leggera prevalenza di quella russa.

Il messaggio da me lasciato sul libro degli ospiti della Torre del Juche a nome della delegazione, tradotto in coreano dalla compagna Kim.
A tal proposito, la compagna Kim è rimasta esterrefatta quando, chiedendomi se adesso la televisione funzionasse correttamente (sì, dovevo inserire la tessera della camera nell’apposita fessura) e dicendole che ne ho approfittato per guardare RT, l’ho informata dell’oscuramento di quest’ultima e di Sputnik News nell’Unione Europea. Ha riso sarcasticamente quando gliene ho spiegato il perché e soprattutto quale fosse la narrativa ufficiale con la quale ci viene presentato il regime di Kiev.
La tappa successiva è stata l’Università di Kim Il Sung, a proposito della quale non ha cessato di mettermi a parte della sua emozione per il ritorno nel luogo dove ha studiato. Infatti, ancor prima di scendere dal pulmino ha riconosciuto il suo ex professore di Letteratura inglese.

Fotografia con la compagna Kim davanti al suo ex ateneo, l’Università Kim Il Sung.
La struttura è in realtà il “perno” di un’immensa cittadella universitaria sull’altro lato della strada rispetto a via Hwasong (“Marte”), come abbiamo visto dal modello plastico.
Abbiamo visitato il museo, incentrato sulle attività dei grandi Leader per lo sviluppo dell’università e dal quale sono rimasto colpitissimo relativamente a una foto del giovane Kim Jong Il con alcuni studenti albanesi nel 1962, che gli dedicarono persino una poesia. Altrettanto colpita è rimasta la compagna Kim, e poi il compagno Pang, quando ho risposto correttamente alla sua domanda su quale fosse, nel caso lo sapessi, il titolo della tesi di laurea di Kim Jong Il nel 1964: La posizione e il ruolo della prefettura nell’edificazione del socialismo. Ci hanno poi portati alla biblioteca elettronica, abbiamo assistito en passant a uno spezzone di lezione (mi pare di aver capito matematica informatica o qualcosa di simile) e visto addirittura alcune discussioni tra studenti di Economia circa il programma dei corsi. Di ciò sono rimasto particolarmente colpito: volevo aver ben compreso che tali dibattiti influenzassero davvero il programma dei corsi e la compagna Kim me l’ha confermato. Lei pensava che non capissi, ma in realtà non credevo alle mie orecchie: in Italia, le ho spiegato, cose come queste sono inconcepibili. «Il Ministero decide, i professori applicano, gli studenti studiano», ho sintetizzato. Anche da questo si capisce qual è la vera democrazia: un esercizio di democrazia dal basso e quindi nella sua forma più pura e genuina. Usciti dal plesso, ho potuto udire distintamente una celestiale melodia in lontananza, che però non conoscevo. Lei me ne ha detto il titolo: Leader, è notte fonda.
Ho notato anche che il testo di O Corea, io ti farò onore, esposto in una delle sale del museo, è rimasto intonso anche nel pezzo sui tremila ri.

«Ci hanno poi portati alla biblioteca elettronica, abbiamo assistito en passant a uno spezzone di lezione (mi pare di aver capito matematica informatica o qualcosa di simile) e visto addirittura alcune discussioni tra studenti di Economia circa il programma dei corsi. Di ciò sono rimasto particolarmente colpito: volevo aver ben compreso che tali dibattiti influenzassero davvero il programma dei corsi e la compagna Kim me l’ha confermato. Lei pensava che non capissi, ma in realtà non credevo alle mie orecchie: in Italia, le ho spiegato, cose come queste sono inconcepibili (…) Anche da questo si capisce qual è la vera democrazia: un esercizio di democrazia dal basso e quindi nella sua forma più pura e genuina».
Altrettanto piacere ha suscitato in me la vista, dal vivo, dell’iscrizione autografa del Generale Kim Jong Il datata 17 dicembre 2009: «Dovremmo tenere i piedi ben piantati sulla terra coreana ma con lo sguardo rivolto al mondo»!
Ultima visita: i Grandi Magazzini Wol Hyang (dal nome dell’eroina popolare Kye Wol Hyang, una cortigiana del Medioevo che con un astuto stratagemma uccise diversi invasori giapponesi: le guide sono rimaste sbalordite dal fatto che lo sapessi, ho detto loro che è grazie a un libro di aneddoti su Pyongyang che ho tradotto tempo fa). Ultimi acquisti prima della ripartenza: due bamboline coreane, qualche spilla, il rapporto di Kim Jong Un al VII Congresso del Partito, due serie di cartoline: una di manifesti sull’edificazione socialista, l’altra di fotografie dei nuovi quartieri, che abbiamo subito guardato insieme la compagna Kim e io. Tra di noi già aleggia, pesante, la malinconia: lei è convinta che io sarei un ottimo padre e marito qualora dovessi formare una futura famiglia. Spero che possa rivelarsi vero.
In una volata finale alla libreria dell’albergo ho comprato un libro su Kim Il Sung e uno su Kim Jong Il: Grande uomo di Ho Sun Bok e Il Dirigente del popolo di Kim In Chol, pubblicati entrambi l’anno scorso, rispettivamente a marzo e a giugno.
Ci siamo presi una birra tutti insieme a un locale qui vicino all’albergo. È tipo sushi, molto carino. Ci siamo divertiti, abbiamo mangiato bene (mi resterà a lungo in bocca il sapore agrodolce di quelle patatine condite da quelle che sembravano uova di storione) e abbiamo scattato tante foto ricordo, anche fuori, davanti alla stazione di Pyongyang e sullo sfondo di un grosso slogan su un palazzo, che tante volte abbiamo visto sulle rotte verso le nostre varie visite: «Viva il socialismo!». Col compagno Pang abbiamo tracciato una sorta di bilancio finale, in cui il lavoro della delegazione e mio in qualità di suo capo ha ricevuto tantissimi apprezzamenti, naturalmente ricambiati, ma anche punti da chiarire relativamente alle visite che non si sono potute fare per via del fitto programma incentrato sulle funzioni politiche e sulla gestione delle tantissime delegazioni qui convenute per la Festa del Partito.
Così, dunque, se n’è andato il nostro ultimo giorno nella Corea popolare.

