Come la Destra Sovranista e la Sinistra Cosmopolita Minacciano l’Esistenza e l’Utilità delle Comunità Italiche nel Mondo
Per comprendere il destino della diaspora italiana è necessario prima comprendere la sua reale struttura sociale. Troppo spesso, infatti, si parla degli “italiani all’estero” come se si trattasse di una realtà omogenea, mentre essa è, in verità, un mosaico estremamente complesso di generazioni, culture, livelli economici e gradi differenti di integrazione nelle società ospitanti. La diaspora italiana non è una sola diaspora: è, piuttosto, una stratificazione storica di tre grandi fenomeni migratori. Di Ivan Branco.
Dagli anni dell’unificazione d’Italia fino ad oggi, sono stati milioni gli italiani che, per i più svariati motivi, hanno deciso di lasciare la Penisola e di creare una nuova vita in altre parti del mondo.
Chi sempre in Europa, chi in altri continenti, come l’Africa o l’Asia, e chi (la maggior parte) nel cosiddetto “Nuovo Mondo”, ovvero le Americhe.
Una scelta, questa, dettata dal fatto che, a differenza di tutte le aree sopracitate, l’America era ancora un continente famelico di nuove braccia e menti che avrebbero potuto lavorare la sua terra e progettato il suo avvenire; una terra, dunque, che stava iniziando ad affondare le proprie radici e che aveva bisogno di quanta più energia possibile per poterlo fare, in cambio di un investimento materiale abbastanza abbordabile anche per delle numerose famiglie contadine e/o operaie in una situazione economica non prospera.
Con la nascita di società che avevano sempre più bisogno di manodopera e di cittadini da creare e far vivere nel proprio stato, non si aprivano solo delle nuove possibilità di vita per milioni di persone, per milioni di italiani, ma si aprì anche uno spiraglio per il nascente stato italiano di tenersi in contatto con le comunità italiane all’estero e di formare, così, una grande comunità italica in tutto il globo capace di portare avanti congiuntamente degli sforzi a beneficio di tutti gli italiani.
Questa possibilità, però, è stata realmente colta? Tutt’oggi com’è la situazione nei rapporti fra gli italiani all’estero, gli italo-discendenti e l’Italia? Soprattutto, l’Italia ha attualmente le capacità e la volontà di creare una strategia politica e una visione tale per poter riunire tutti gli italiani del mondo verso degli scopi comuni?
Per riuscire a rispondere a queste domande e a prospettare un cambiamento radicale nella politica e Weltanschauung italiana, è necessario osservare due aspetti fondamentali della questione: l’evoluzione delle comunità italiane/italo-discendenti nel mondo da un punto di vista culturale, istruttivo ed economico; la strategia e le politiche intraprese dallo stato italiano dal ‘900 fino ad oggi.
Per comprendere il destino della diaspora italiana è necessario prima comprendere la sua reale struttura sociale. Troppo spesso, infatti, si parla degli “italiani all’estero” come se si trattasse di una realtà omogenea, mentre essa è, in verità, un mosaico estremamente complesso di generazioni, culture, livelli economici e gradi differenti di integrazione nelle società ospitanti.
La diaspora italiana non è una sola diaspora: è, piuttosto, una stratificazione storica di tre grandi fenomeni migratori.
Il primo è quello della grande emigrazione tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, quando milioni di contadini, artigiani e lavoratori italiani lasciarono una penisola ancora povera e frammentata per dirigersi verso le Americhe, dove si inserirono come forza lavoro nei grandi cicli di sviluppo agricolo e industriale. In questa fase le comunità italiane si formarono come società parallele, spesso costruite attorno a elementi identitari molto concreti: il dialetto regionale, la parrocchia cattolica, le società di mutuo soccorso, i giornali in lingua italiana.
Il secondo grande ciclo migratorio fu quello del dopoguerra, quando centinaia di migliaia di italiani si trasferirono nei paesi industriali europei — Germania, Svizzera, Belgio, Francia — e nei paesi di immigrazione come Canada e Australia. In questo caso l’emigrazione fu spesso organizzata attraverso accordi bilaterali tra stati e fu legata alla ricostruzione economica dell’Europa occidentale. Gli italiani di questa generazione costituirono una classe lavoratrice disciplinata e altamente integrabile, che contribuì in modo decisivo allo sviluppo industriale dei paesi ospitanti.
Infine vi è la nuova emigrazione contemporanea, composta prevalentemente da giovani altamente istruiti: ricercatori, ingegneri, professionisti, tecnici, lavoratori della conoscenza. Questa nuova diaspora possiede caratteristiche radicalmente diverse rispetto a quella storica: è mobile, cosmopolita, altamente qualificata e spesso inserita nei circuiti globali della scienza, della tecnologia e della finanza.
Questa stratificazione storica ha prodotto una diaspora dalla struttura sociale estremamente differenziata.
In molti paesi delle Americhe — come Argentina, Brasile o Uruguay — gli italo-discendenti costituiscono ormai una componente strutturale delle classi dirigenti economiche e culturali. Non è raro trovare imprenditori, politici, accademici o artisti di origine italiana che occupano posizioni centrali nella vita pubblica di quei paesi. In questi contesti l’italianità non è più un’identità marginale, ma una delle matrici fondamentali della cultura nazionale.
Negli Stati Uniti e in Canada la situazione è simile ma con una peculiarità: l’identità italo-americana o italo-canadese si è trasformata progressivamente in una identità simbolica, che sopravvive attraverso elementi culturali selezionati — la cucina, le festività, alcune tradizioni familiari — ma che spesso ha perso la connessione linguistica diretta con l’Italia.
In Europa, invece, le comunità italiane sono caratterizzate da una presenza molto più recente e da un rapporto più diretto con il paese d’origine. In paesi come Germania, Svizzera o Francia esistono comunità italiane economicamente dinamiche e culturalmente attive, spesso sostenute da una fitta rete di associazioni, scuole italiane e istituzioni culturali.
Nel complesso, la diaspora italiana rappresenta oggi una formidabile rete economica e culturale globale. Migliaia di imprese fondate da italiani o da loro discendenti operano in settori che vanno dalla ristorazione all’industria, dal commercio internazionale alla finanza. Allo stesso tempo, la presenza italiana nel mondo accademico e scientifico è diventata sempre più significativa, alimentando una vera e propria rete transnazionale di competenze e conoscenze.
Tuttavia, questa potenziale forza globale è accompagnata da una fragilità strutturale.
Con il passare delle generazioni, infatti, il legame diretto con l’Italia tende inevitabilmente ad attenuarsi. La lingua italiana viene progressivamente abbandonata, le identità regionali si dissolvono e l’italianità sopravvive spesso solo come un riferimento culturale lontano.
La diaspora italiana si trova dunque sospesa tra due tendenze opposte: da un lato una straordinaria capacità di integrazione e successo nelle società ospitanti; dall’altro il rischio costante di una progressiva dissoluzione identitaria.
È proprio in questo punto di tensione che entra in gioco la questione decisiva del rapporto tra lo Stato italiano e le comunità italiche nel mondo.
Sin dall’inizio del Novecento lo Stato italiano comprese che le comunità italiane all’estero rappresentavano una risorsa strategica potenzialmente enorme.
Un paese relativamente giovane, privo di grandi risorse coloniali e di una forte proiezione geopolitica, poteva infatti compensare tali limiti attraverso la presenza diffusa dei propri emigrati nel mondo. Le comunità italiane avrebbero potuto costituire una rete naturale di influenza culturale, economica e politica, capace di amplificare il peso internazionale dell’Italia.
Fu durante il periodo fascista che questa intuizione venne trasformata in un vero progetto politico.
Il regime cercò di costruire una “nazione globale”, mantenendo un controllo culturale e ideologico sulle comunità italiane all’estero attraverso una vasta rete di istituzioni: scuole italiane, associazioni culturali, organizzazioni giovanili, giornali e circoli politici. L’obiettivo era duplice: rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale tra gli emigrati e utilizzare queste comunità come strumenti di proiezione dell’influenza italiana nel mondo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, tuttavia, questa strategia subì una radicale trasformazione.
La Repubblica italiana, impegnata nella ricostruzione economica e nella stabilizzazione democratica, sviluppò un rapporto molto più prudente con la diaspora. Le comunità italiane all’estero continuarono ad essere sostenute attraverso la rete consolare, le scuole italiane e alcune istituzioni rappresentative, ma mancò una vera e propria visione strategica capace di integrare la diaspora nella politica estera italiana.
Solo negli ultimi decenni si è assistito a un tentativo più sistematico di valorizzare le comunità italiane all’estero come strumento di soft power.
L’introduzione del voto degli italiani all’estero, la creazione della circoscrizione parlamentare estera e il rafforzamento degli istituti di cultura italiani rappresentano passi importanti in questa direzione. Allo stesso tempo, l’Italia ha cercato di utilizzare la propria diaspora come leva per promuovere il cosiddetto “Sistema Italia”: un insieme di iniziative volte a diffondere nel mondo la lingua italiana, la cultura, il design, la gastronomia e il modello economico italiano.
Nonostante questi sforzi, però, la politica italiana nei confronti della diaspora rimane ancora oggi profondamente incompiuta.
A conti fatti, l’Italia è in possesso di una risorsa che, nell’era delle tecnologie digitali e della globalizzazione, non ha ancora perso il suo valore e le sue potenzialità: una discendenza etno-culturale; una risorsa, che, però, non riesce a sfruttare davvero e che non ha intenzione di sfruttare.
Tornando così alle prime due domande poste all’inizio dello scritto, ovvero se sia possibile o no, per l’Italia, sfruttare questa influenza sopita, e a che punto si trovano i rapporti fra gli italiani all’estero, gli italo-discendenti e lo stato italiano e cosa sta facendo quest’ultimo per i primi, possiamo ora rispondere nel seguente modo.
Nel primo caso, si può affermare che l’Italia, più che non avere la possibilità di sfruttare i numeri e le qualità degli italici all’estero, non possiede degli adeguati mezzi e, soprattutto, una volontà reale e ben programmata per poter attuare un simile piano di unificazione e di poter indirizzare, così, tutte le comunità italiche verso degli obiettivi in comune.
Dunque, la mancanza di politiche adeguate per mantenere e rafforzare non solo il contatto, ma anche l’aiuto e il rafforzamento di queste comunità e della cultura italiana è più una conseguenza che una causa principale dell’isolamento e del potenziale economico, culturale e politico non ancora usato di queste comunità, che spesso finiscono per fornire le loro qualità e il loro potenziale unicamente ai paesi in cui abitano, recidendo qualsiasi interesse concreto con l’Italia.
Ma, come già detto più sopra, il problema principale è un altro, ovvero la mancanza di una linea strategica e di una concezione più universale dell’Italia e del suo ruolo nel mondo, che porta Quella a considerare unicamente gli italici all’estero come un retaggio di tempi passati, come delle persone non più realmente italiane e appartenenti a un paese e a un destino collettivo differente da quello dell’Italia.
Tale visione campanilistica e, al contempo, cosmopolita della cittadinanza e della discendenza degli italiani all’estero e gli italo-discendenti è stata è ed ancora rafforzata tanto dalla destra sovranista, provincialista e che fonda la propria cultura sulle tipicità gastronomiche e archeologiche del nostro paese; e tanto dalla sinistra del mondialismo e del contrasto ai concetti di confine e limite, portando così non a una reale apertura delle nostre menti e sensibilità, ma portando a una completa desensibilizzazione nei confronti di tutte le sfumature della realtà, delle distanze e differenze fra le civiltà e del fatto che la politica non si fa solo con il dialogo, ma si crea e realizza anzitutto con la potenza e il saper portare a proprio vantaggio ogni situazione.
Arrivando così al secondo punto, ovvero cosa sta facendo lo Stato italiano per mantenere i propri rapporti con gli italiani all’estero e gli italo-discendenti, possiamo affermare che non solo non sta facendo abbastanza per mantenere dei saldi rapporti con le varie comunità italiche nel mondo, ma che non sta nemmeno facendo qualcosa affinché questa situazione possa cambiare e, soprattutto, possa esser trasformata in uno strumento di ampliamento della forza, dell’influenza e della grandezza dell’Italia e di una sua propria sfera di influenza regionale e mondiale.
Ciò non si deve unicamente ai pochi interventi compiuti in questi ultimi decenni o alle concezioni delle forze politiche di destra e di sinistra, ma lo si deve anzitutto a una questione molto più profonda e radicata nella storia e nel divenire dell’Italia stessa: la tensione costante e contrastante fra il voler essere una potenza e il sottostare alle regole dello status quo politico per trarne quanto più beneficio possibile.
Questa tensione la si può intravedere in più periodo della storia della Penisola: dalla lotta e unione di Roma con i suoi vicini fino a diventare un grande impero; dalla realpolitik dei piccoli stati italiani fino all’Unificazione; dall’entrata nel primo conflitto mondiale alla politica imperiale e universalista fascista; fino ai giorni più recenti, in cui dapprima l’Italia ha tentato di essere un perno centrale della Nato in Europa e Mediterraneo e poi una delle colonne portanti di una nuova Europa unita in una comunità economico-politica; ma oggi, questa tensione-contrasto dove sta virando? Verso una vera politica di potenza o verso una politica di resilienza e piccola sovranità?
Vista l’attuale situazione geopolitica mondiale, i rapporti di forza che si stanno modificando nel corso di queste ore, il contesto in cui il nostro paese è inserito e le possibilità di manovra che possiede, possiamo affermare che, almeno nel medio-periodo, l’Italia non potrà ancora realizzare una politica di indipendenza nazionale e di trasformazione in un polo politico, culturale ed economico a sé stante e internazionale, e ciò anche per una questione inerente alla visione che l’Italia ha di sé stessa.
Giungendo così alla risposta all’ultimo punto, ovvero se l’Italia possiede o meno la volontà di fondare una strategia e una visione comune per tutti gli italici del mondo che possa portare a una loro unificazione e azione comune, possiamo affermare che non esiste una volontà di questo tipo principalmente per tre motivi: il primo motivo riguarda il fatto che è molto più conveniente rimanere una piccola potenza dipendente da una più grande (ovvero: gli USA) per poter godere di risorse economico-politiche tali per poter continuare ad avere e rafforzare la propria economia e protezione militare, senza il rischio di dover investire ingenti risorse e fallire nei propri investimenti politici, economici e militari. Il secondo motivo riguarda i valori stessi su cui si fonda lo stato italiano e del modo in cui agisce nella politica interna e in quella internazionale, ovvero su dei valori di tolleranza, egualitarismo, liberalismo e pacifismo che portano necessariamente a una rinuncia di una visione e delle politiche di potenza, di rafforzamento della propria comunità e alla creazione di alleanze e amicizie internazionali in cui a contare non sono solo i valori del commercio e della neutralità assoluta, ma un destino comune di pianificazione e costruzione del mondo di domani.
Spesso ci si dimentica che i valori della democrazia non sono i garanti assoluti della libertà, della condivisione e del progresso, anzi, anche la democrazia ha bisogno dei suoi capri espiatori, dei suoi dogmi e dei suoi oscurantismi per poter mantenere in equilibrio e far sopravvivere il proprio assetto, anche a costo di portare verso il baratro sociale, culturale, politico ed economico un’intera nazione o un intero continente.
Infine l’ultima motivazione riguarda la volontà dell’Italia di continuare a considerarsi come uno stato-nazione e a programmare il proprio divenire solo in conformità con tale visione.
Quella degli stati-nazione è una forma politico-culturale figlia di un retaggio di due secoli fa, che appartiene a delle condizioni storiche e strutturali ormai passate e che nutrono unicamente gli spiriti e le armi dei grandi imperi, e non già dei popoli di quei Stati-nazione.
Rimanere in tale condizione, per l’Italia, significa rimanere in un’eterna condizione di subordinazione e di progettazione del proprio futuro su piccola scala, con obiettivi e fini atti solo a garantire la sopravvivenza e il sostentamento precario, e non già l’edificazione di un impianto politico, culturale, sociale ed economico in grado di reggere delle politiche e dei piani molto più avventurosi, grandi e rischiosi.
In questo senso, all’Italia manca anche una visione universalizzante di sé stessa, e che non può essere creata tramite la stereotipizzazione culturale e il vanto di qualche grande successo e marchio economico, come nel caso dei settori della difesa, della moda, dell’ingegneria e della cucina.
All’Italia serve una nuova essenza e forma capace di formare sia in sé stessa e sia nelle sue comunità all’estero un nuovo tipo di italicità in grado di trasformare in un proprio prodotto culturale qualsiasi influenza proveniente dall’esterno, fondando così una cultura che possa veramente entrare in contatto con qualsiasi altra forma culturale rimanendo comunque in grado di formare, da questa grande unione, un unico polo che raccolga solo il meglio e lo adatti al compito universalizzante italico.
A questo punto, è necessario osservare e analizzare anche un altro fattore di grande rilevanza: il peso della Chiesa Cattolica.
Quella della Chiesa è un’istituzione che sin dall’800 ha avuto un ruolo di primo piano nel mantenere unite e in contatto le comunità italiane all’estero, fornendo sia un supporto sociale e sia un collante culturale e religioso.
Questa influenza, però, pur rimanendo ancora piuttosto salda, ha subito un declino alquanto notevole, in particolare per due motivi: il primo riguarda l’universalizzazione della chiesa stessa e il distacco, dunque, dai legami culturali e politici con l’Italia, ponendosi così come un attore completamente autonomo nel contesto internazionale, permettendo così che anche altre culture e civiltà influenzino e plasmino attivamente l’identità della Chiesa Cattolica.
Il secondo motivo riguarda, invece, la diminuzione costante dei fedeli cattolici italici nel mondo, con un aumento delle percentuali di protestanti (in particolare evangelici) e atei; inoltre, vi è anche da considerare il fatto che, in molte comunità italiane e italo-discendenti, il cattolicesimo stesso è visto più come un simbolo di appartenenza e di un’identità che, però, non possiede più alcun concreto e organico ordine e influenza sulla vita comunitaria e individuale.
Anche in questo caso, lo stato italiano non è riuscito a diventare il principale punto di riferimento per queste vecchie comunità e nuove generazioni provenienti da quelle, portando così sia a una poca e scostante presenza tanto dello stato italiano quanto di una cultura e identità unificatrice per tutti gli italici, e sia a lasciare le comunità di italiani e italo-discendenti alle istituzioni della Chiesa Cattolica che, però, non solo sta perdendo influenza, ma si sta sempre più laicizzando e globalizzando.
Dunque, in conclusione, possiamo domandarci: qual è la via migliore da poter percorrere per poter plasmare, insieme alle comunità italiche all’estero, un nuovo avvenire per gli italici nel globo?
Probabilmente dalla destra, in particolare quella più sovranista, si potrebbe parlare di “remigrare” parte di queste comunità direttamente in Italia per riunirli al resto del loro popolo e per sopperire alla mancanza, quasi strutturale, di manodopera e di giovani.
Dalla sinistra, al contrario, si penserebbe più alla costruzione di un rapporto puramente civico, e dunque al solo ampliamento dei diritti politici, sociali e civili a tutti gli italiani all’estero.
Nel primo caso, però, non solo sarebbe estremamente costoso organizzare il rimpatrio e l’allocamento di milioni di persone in un sistema economico, sociale e politico già in crisi e che non possiede piani e strategie mirate per poter sanare i problemi cronici che lo attanagliano (come il calo demografico, la bassissima crescita economica, la scarsità di risorse strategiche e una rete istituzionale e infrastrutturale decadente), ma si porrebbe un netto accento sulla volontà di non utilizzare il potenziale soft power dato dalla presenza delle comunità italiche all’estero e di dare ancora più valenza, così, solo a delle mire piccolo-borghesi e isolazioniste per l’Italia.
Dall’altra parte, però, la sinistra propone unicamente un ampliamento ai cittadini italiani all’estero di diritti che non creerebbero davvero un legame d’identità e di destino con l’Italia, ma avrebbero un puro valore formale e non avrebbero alcun reale impatto sulle vite e le coscienze delle comunità di italiani all’estero; inoltre, solo i cittadini italiani sarebbero considerati in quest’ottica, recidendo qualsiasi legame con le grandi masse di italo-discendenti, dichiarando implicitamente che non solo non sono più di competenza dello stato italiano, ma che non sono nemmeno considerati come italiani e che l’Italia non può più permettersi di agire anche nei loro confronti.
Dunque, da una parte l’isolazionismo, dall’altra la totale dispersione.
Si potrebbe rispondere, a queste due vie, con una terza, già tracciata precedentemente nell’articolo, ovvero: la fondazione di una cultura e di una visione della vita che non solo possa riunire gli italici nel mondo, cercando di sintetizzare tutte le loro sfumature e necessità, ma che dia vita anche a delle istituzioni in grado di tracciare delle linee di interesse comuni per tutti gli italici e che sia anche in grado di organizzare delle adeguate strategie e metterle in atto
Si tratterebbe, dunque, di riunire e superare, dialetticamente, sia il passato imperiale e universale romano, il sogno di una religione laica di Mazzini e sia le nuove possibilità e necessità dell’era digitale, post-storica e post-nazionale.
Un intento, dunque, atto a creare una vera e propria confederazione internazionale con alla base una volontà e un progetto universalizzante e imperiale.
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