Il caso Regeni, a una decina d’anni di distanza, continua ad essere una presenza silenziosa nei dibattiti, ma soprattutto nei tanti striscioni che si possono vedere in giro per l’Italia.
Come l’autrice del pezzo sottolinea, i punti oscuri in questa vicenda sono ancora parecchi, a cominciare dal sospetto tempismo con cui avviene questo assassinio: proprio mentre l’Eni, che aveva scoperto il più grande giacimento di gas naturale del Mediterraneo, stava per firmare un contratto in esclusiva col governo egiziano.
L’allora presidente del consiglio, il conte Gentiloni, bloccò immediatamente ogni trattativa e richiamò l’ambasciatore italiano al Cairo: una mossa che ha provocato il drastico ridimensionamento della presenza italiana nell’area e nello sfruttamento del giacimento stesso. A voler pensare male, diceva papa Giovanni XXIII citato molte volte da Andreotti, si commette peccato, ma raramente ci si sbaglia.
Di Chiara Cavalieri per I Fatti e le Opinioni
Egitto. Basta pronunciare questa parola, accostandola al nome di Giulio Regeni, perché in Italia si apra immediatamente una ferita ancora sanguinante. Una ferita umana, giudiziaria, diplomatica e politica. Ma proprio perché si tratta di una tragedia enorme, proprio perché la morte di Giulio merita verità e non slogan, occorre avere il coraggio di affrontare anche le domande più scomode.
Per anni il dibattito pubblico italiano ha seguito una direzione quasi obbligata: la responsabilità degli apparati egiziani. Una tesi diventata, nel linguaggio mediatico, quasi una certezza morale prima ancora che una verità giudiziaria pienamente accertata. Eppure, analizzando la vicenda con freddezza, emergono elementi che stonano, incongruenze che disturbano, coincidenze che non possono essere archiviate come dettagli marginali.
La prima domanda è la più semplice: quale interesse avrebbe avuto l’Egitto a sequestrare, torturare, uccidere e poi fare ritrovare il corpo di un cittadino italiano in un momento diplomaticamente delicatissimo?
Nel 2016 il Cairo aveva bisogno di stabilità, investimenti, riconoscimento internazionale e cooperazione europea. L’Italia era un partner strategico essenziale. Era centrale sul piano energetico, industriale, diplomatico, migratorio e di sicurezza. L’ENI aveva appena consolidato una posizione decisiva nel Mediterraneo orientale con il giacimento di Zohr, uno dei più importanti dell’area. I rapporti tra Roma e Il Cairo erano dunque preziosi per entrambe le parti.
Perché allora l’Egitto avrebbe dovuto compiere un atto capace di distruggere proprio quella relazione?
Un apparato di sicurezza può essere duro, opaco, sospettoso. Può arrestare, interrogare, intimidire, espellere. Ma un’operazione che porta alla morte brutale di un ricercatore italiano e alla successiva esposizione del cadavere appare, dal punto di vista strategico, come un gesto autolesionista. Non rafforza lo Stato. Non protegge il regime. Non mette al sicuro l’immagine del Paese. Produce invece l’esatto contrario: scandalo internazionale, pressione diplomatica, crisi con Roma, danno reputazionale e sospetto permanente.
E qui nasce il primo grande dubbio.
Se Giulio Regeni fosse stato considerato sospetto, perché non arrestarlo formalmente? Perché non espellerlo? Perché non interrogarlo e poi rilasciarlo, come accaduto ad altri soggetti attenzionati in Egitto? Il caso di Maher, arrestato nel settembre 2014 e poi rilasciato dopo alcuni mesi, dimostra che esistevano modalità molto meno distruttive per neutralizzare una persona considerata problematica.
Perché con Regeni si sarebbe scelta invece la via più devastante, più visibile, più dannosa per l’Egitto stesso?
Il secondo punto riguarda il ritrovamento del corpo. Giulio venne trovato il 3 febbraio 2016, sul ciglio della strada tra Il Cairo e Alessandria. Non in un giorno qualsiasi. Proprio mentre al Cairo era presente una delegazione italiana, con l’allora ministro Federica Guidi, l’ambasciatore Maurizio Massari e decine di imprenditori italiani. Era un momento di relazioni economiche, diplomatiche e istituzionali. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi era impegnato in incontri importanti.
Perché far ritrovare il cadavere proprio allora?
Se si fosse trattato di una decisione degli apparati ufficiali egiziani, il tempismo sarebbe inspiegabile. Un servizio di intelligence professionale sa che il tempo, il luogo e il contesto di un evento sono parte dell’operazione stessa. E quel tempo, quel luogo e quel contesto sembravano costruiti per creare il massimo danno possibile ai rapporti tra Italia ed Egitto.
È qui che l’ipotesi di una provocazione, di una manovra destinata a colpire il rapporto tra Roma e Il Cairo, non può essere liquidata con sufficienza.
Naturalmente questo non significa assolvere nessuno. Significa però rifiutare una lettura automatica. Significa domandarsi se la morte di Giulio non sia stata anche il risultato di un intreccio molto più ampio, nel quale università, opposizione politica, reti ideologiche, interessi energetici e intelligence straniere abbiano avuto un ruolo ancora non chiarito.
Il capitolo Cambridge resta infatti uno dei più oscuri dell’intera vicenda. Giulio Regeni non era un turista. Non era un semplice studente in viaggio. Era un ricercatore mandato in Egitto a studiare ambienti estremamente sensibili: sindacati autonomi, ambulanti, reti sociali, movimenti potenzialmente ostili al governo egiziano.
Chi conosce l’Egitto sa che dopo il 2013 il Paese era attraversato da una fortissima tensione interna. I Fratelli Musulmani erano stati messi fuori legge. Il Sinai era un fronte aperto. Il terrorismo jihadista rappresentava una minaccia reale. Gli apparati di sicurezza erano in stato di massima allerta. In un simile contesto, un cittadino straniero che frequentava ambienti di opposizione, sindacati autonomi e reti sociali delicate non poteva non attirare attenzione.
La vera domanda allora diventa: chi ha valutato i rischi? Chi ha protetto Giulio? Chi gli ha spiegato davvero dove stava entrando?
Il giornalista Fausto Biloslavo ha più volte richiamato l’attenzione su questo punto: parte della responsabilità morale andrebbe attribuita anche a chi inviò Regeni in un contesto tanto pericoloso, fornendogli indirettamente credenziali e contatti che potevano trasformarlo in un bersaglio.
Anche il generale Leonardo Tricarico ha puntato il dito contro le zone d’ombra britanniche, parlando del Regno Unito, delle “manine” che avrebbero avuto interesse ad alzare la tensione tra Roma e Il Cairo, e soprattutto del ruolo di Cambridge. Secondo questa lettura, tutta la parte relativa ai professori, all’incarico, ai contatti e ai reali confini della ricerca resta opaca.
Ed è un’opacità gravissima.
Dopo la morte di Regeni, Cambridge avrebbe tentato di coinvolgere un altro studente italiano in una ricerca analoga al Cairo. Quando questo studente chiese garanzie minime — cioè che le autorità egiziane fossero informate della sua presenza e del suo ruolo — l’università avrebbe lasciato perdere.
Questo dettaglio pesa come un macigno.
Perché rinunciare se tutto era limpido? Perché non garantire trasparenza verso le autorità del Paese ospitante? Perché mandare giovani ricercatori occidentali in contesti ad alto rischio senza una cornice ufficiale chiara?
Il ruolo della tutor Maha Abdel Rahman è un altro nodo delicatissimo. Figura controversa, indicata da varie fonti come vicina ad ambienti riconducibili ai Fratelli Musulmani, la docente avrebbe spinto Regeni verso una ricerca sui sindacati autonomi degli ambulanti. Lei stessa, secondo quanto emerso, avrebbe mostrato un interesse particolare per quel tema. Eppure, davanti ai magistrati, avrebbe sostenuto che la scelta fosse stata di Giulio.
Anche la questione dei report resta poco chiara. Regeni avrebbe incontrato la tutor al Cairo poche settimane prima della morte e le avrebbe consegnato del materiale. Circostanza negata dalla docente, nonostante successive comunicazioni sembrassero indicare un apprezzamento per il lavoro svolto dal ricercatore.
Poi c’è Anne Alexander, altra figura centrale. Oppositrice durissima di Al-Sisi, vicina agli ambienti pro-Fratelli Musulmani, avrebbe incontrato Giulio prima della partenza e gli avrebbe fornito contatti. Il 5 novembre 2015, a Londra, partecipò a una manifestazione contro il presidente egiziano, definendolo “assassino” e “dittatore pazzo”, mentre tra i manifestanti comparivano simboli legati alla Fratellanza.
È legittimo domandarsi se Giulio Regeni non sia stato inserito, consapevolmente o inconsapevolmente, in una rete molto più politica che accademica.
E se così fosse, la responsabilità non sarebbe solo egiziana. Sarebbe accademica. Sarebbe britannica. Sarebbe di chi ha mandato un giovane ricercatore dentro un terreno minato senza proteggerlo davvero.
La pista geopolitica, poi, non può essere ignorata. L’Egitto era ed è un Paese-cerniera. Conta sulla Libia, sul Mediterraneo, sul Canale di Suez, sul rapporto con Israele, sul Sudan, sulla sicurezza energetica, sulla lotta al terrorismo, sulla gestione migratoria. È ascoltato dal generale Khalifa Haftar e ha capacità di influenza sulla Cirenaica, area decisiva per gli interessi italiani.
Per l’Italia, l’Egitto non è un Paese qualsiasi. È un partner strategico.
Una crisi tra Roma e Il Cairo poteva dunque favorire interessi terzi. Il Mediterraneo orientale era attraversato da una competizione energetica durissima. L’ENI aveva conquistato una posizione di forza con Zohr. Altri attori internazionali, compresi interessi britannici, guardavano a quell’area con enorme attenzione.
In questo quadro, l’omicidio Regeni appare anche come un evento capace di colpire il cuore della relazione italo-egiziana. E allora la domanda diventa inevitabile: cui prodest? A chi giovava davvero?
All’Egitto no. A Roma no. Alla famiglia Regeni certamente no. Ma a qualcuno, forse, una frattura tra Italia ed Egitto poteva convenire.
Il caso Regeni dovrebbe imporre una riflessione severa su tutto questo.
La verità per Giulio non può essere selettiva. Non può fermarsi al Cairo se le responsabilità partono anche da Cambridge. Non può chiedere conto solo agli apparati egiziani e tacere sulle tutor, sui contatti, sulle pressioni accademiche, sulle reti dell’opposizione, sui legami con ambienti vicini alla Fratellanza, sugli interessi britannici e sulle dinamiche energetiche.
C’è poi un ulteriore aspetto: la diplomazia.
Il governo italiano aveva certamente il diritto e il dovere di chiedere verità per un cittadino italiano ucciso all’estero. Ma il ritiro dell’ambasciatore nel 2016 fu una scelta discutibile. In diplomazia, soprattutto nei casi più delicati, la presenza è spesso più utile dell’assenza. Un ambasciatore sul posto può parlare, negoziare, raccogliere informazioni, esercitare pressione riservata, mantenere canali aperti.
Il governo Gentiloni, nell’agosto 2017, corresse quella decisione riportando l’ambasciatore al Cairo. Una scelta realistica, perché l’interesse nazionale italiano non può essere sacrificato alla logica dello scontro permanente.
Chiedere giustizia non significa rompere con l’Egitto. Significa pretendere cooperazione, ma dentro una relazione diplomatica matura. La Convenzione di Vienna del 1961, all’articolo 41, ricorda il principio del rispetto delle leggi dello Stato accreditatario e della non ingerenza negli affari interni. Naturalmente il diritto di uno Stato a tutelare i propri cittadini resta pieno. Ma la tutela efficace passa dalla diplomazia, non dalla teatralizzazione politica.
Il punto non è scegliere tra Giulio Regeni e l’Egitto. Il punto è cercare davvero la verità, tutta la verità, anche quando porta in direzioni scomode.
E oggi le direzioni scomode sono molte.
Portano a Cambridge. Portano ai professori. Portano alle tutor. Portano ai contatti forniti a Giulio. Portano agli ambienti dell’opposizione egiziana. Portano ai Fratelli Musulmani. Portano agli interessi energetici nel Mediterraneo. Portano al Regno Unito. Portano alla domanda più inquietante: Giulio Regeni è stato forse usato come pedina in un gioco più grande di lui?
Non abbiamo ancora una risposta definitiva. Ma abbiamo il dovere di porre la domanda.
Perché la morte di Giulio Regeni è stata troppo brutale, troppo simbolica, troppo tempestiva e troppo utile a danneggiare i rapporti tra Italia ed Egitto per essere letta soltanto come un episodio lineare di repressione interna.
La tesi degli apparati egiziani presenta punti deboli evidenti. Non spiega il movente strategico. Non spiega il tempismo. Non spiega il ritrovamento del corpo nel giorno più dannoso possibile. Non spiega perché l’Egitto avrebbe scelto la via più autolesionista. Non spiega il ruolo di Cambridge. Non spiega i contatti. Non spiega le opacità delle tutor. Non spiega perché dopo la tragedia si sia tentato di mandare un altro studente italiano al Cairo per una ricerca analoga.
Ed è qui che entra un altro tema che considero gravissimo: il finanziamento del film sul caso Regeni.
Non sono d’accordo che il film venga finanziato. Non sono d’accordo per una serie di ragioni precise. La prima è che una produzione cinematografica sostenuta con fondi pubblici su una vicenda ancora così controversa rischia inevitabilmente di dare forza istituzionale a una sola lettura dei fatti. Il cinema ha una potenza enorme: forma l’immaginario, orienta le emozioni, cristallizza una narrazione. Se quella narrazione è parziale, se lascia fuori le ombre di Cambridge, le responsabilità accademiche, i contatti politici, le piste geopolitiche e gli interessi internazionali, allora il rischio è che il finanziamento pubblico diventi una forma indiretta di legittimazione di una verità incompleta.
E una verità incompleta, quando si parla di una morte come quella di Giulio Regeni, non basta.
Non si tratta di negare il diritto di raccontare Giulio. Non si tratta di impedire a registi, autori o produttori di realizzare un film. Si tratta però di chiedere se sia opportuno che lo Stato finanzi una rappresentazione che potrebbe essere, almeno in parte, di parte. Perché se il film assume come premessa una sola responsabilità, se costruisce il racconto attorno a un’unica direzione accusatoria, se non affronta con uguale coraggio il ruolo di Cambridge e di chi mandò Giulio in quegli ambienti, allora non siamo più davanti a un’opera che cerca tutta la verità. Siamo davanti a una narrazione selettiva.
E qui nasce un’altra domanda: se oggi si finanzia un film che propone una determinata lettura del caso Regeni, perché è stato invece censurato, delegittimato o ignorato il documentario egiziano sulla vicenda?
Io quel documentario ce l’ho. L’ho visto tutto.
E posso dire con chiarezza che, a mio avviso, non aveva l’obiettivo di denigrare Giulio Regeni. Non c’era odio verso Giulio. Non c’era volontà di infangarne la memoria. Non c’era il desiderio di trasformare la vittima in colpevole.
Il punto centrale del documentario era un altro: cercare di capire che cosa ci fosse dietro Regeni. Capire chi lo avesse mandato in certi ambienti. Capire chi avesse organizzato quella ricerca. Capire quali responsabilità potessero esistere da parte di chi lo aveva esposto a un contesto tanto pericoloso.
In altre parole, quel documentario poneva domande.
Domande scomode, certo. Domande disturbanti. Domande che molti preferiscono non ascoltare. Ma domande legittime.
E allora perché una narrazione deve essere finanziata e amplificata mentre un’altra viene delegittimata o fatta sparire dal dibattito pubblico? Perché una versione dovrebbe avere diritto di cittadinanza culturale e l’altra no? Perché un film italiano può raccontare il caso Regeni secondo una certa prospettiva, mentre un documentario egiziano che prova a interrogarsi su Cambridge, sulle tutor e sulle responsabilità di chi lo mandò in Egitto deve essere trattato come propaganda?
Questa è una contraddizione profonda.
Se davvero si cerca la verità, allora bisogna avere il coraggio di ascoltare tutte le piste, anche quelle che disturbano la narrativa dominante. Una società libera non censura le domande. Le affronta. Le discute. Le verifica. Le confuta, se necessario, ma non le cancella.
Ed è proprio qui che il caso Regeni diventa anche un caso culturale.
Perché la cultura non può essere usata per blindare una sola interpretazione. La cultura dovrebbe aprire spazi di indagine, non chiuderli. Dovrebbe aiutare a pensare, non a ripetere. Dovrebbe accompagnare la ricerca della verità, non trasformarsi in uno strumento emotivo per imporre una versione definitiva quando definitiva non è.
Io credo che il caso Regeni meriti molto più di una verità prefabbricata.
Merita il coraggio delle domande.
Merita il coraggio di guardare anche verso Cambridge, verso le tutor, verso i contatti politici, verso gli interessi geopolitici e verso chi potrebbe aver avuto interesse a creare una frattura tra Italia ed Egitto.
Perché la tesi della responsabilità automatica degli apparati egiziani continua a presentare enormi punti deboli. Non spiega perché l’Egitto avrebbe dovuto danneggiarsi da solo. Non spiega il tempismo del ritrovamento del corpo. Non spiega le opacità britanniche. Non spiega le responsabilità accademiche. Non spiega perché un giovane ricercatore sia stato mandato in un ambiente tanto pericoloso senza adeguate garanzie.
Ed è proprio per questo che non condivido il finanziamento pubblico di un film che rischia di raccontare una sola verità possibile, ignorando tutte le altre domande ancora aperte.
La ricerca della verità non può essere selettiva. E soprattutto non può trasformarsi in censura verso chi prova a guardare anche nelle direzioni più scomode.