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Questo primo luglio si celebra il 105° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, uno dei più longevi al mondo e sicuramente il più grande in termini quantitativi: esattamente un anno fa il Dipartimento Organizzativo del suo Comitato Centrale ha stimato in 100.271.000 i suoi membri, un incremento netto di 1,086 milioni rispetto alla fine del 2023, corrispondente a un tasso di crescita dell’1,1%.

Il PCC, prosegue il comunicato del 20251, conta attualmente 5,25 milioni di organizzazioni di base, con un aumento di 74.000 unità rispetto alla fine del 2023, pari a un tasso di crescita dell’1,4%. Tra queste, 306.000 sono comitati di partito di base, 330.000 sezioni generali e 4.614.000 sezioni locali.

Del Paese che esso dirige si è parlato, di recente, a Modena, in occasione della presentazione del libro La Cina non si USA di Fabio Massimo Parenti (Edizioni Dedalo, Bari 2026): molta eco ha avuto la relazione stesa al riguardo dal nostro segretario, Giovanni Amicarella, la quale così significativamente inizia:

«Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema”»2.

Difficile non concordare, sia alla luce dell’esperienza politica con esponenti e formazioni di ambedue gli schieramenti, sia, per quanto riguarda chi scrive, nell’ottica di quanto visto, sia pur affacciandosi brevemente a una parte della realtà della capitale, ma comunque di persona.

Ho però potuto constatare, avvicinandomi a Pechino con occhi diversi tra le due volte in cui vi ho soggiornato, l’entità dei cambiamenti sopraggiunti nel breve lasso decennale di tempo che ha separato le mie (finora) due visite.

Di Jean-Claude Martini

Il mio primo viaggio in Cina risale all’agosto 2015: vi sono stato, per la precisione, dal 16 al 21 agosto.

La mia formazione politica originariamente maoista, allora preponderante nella mia concezione del mondo, mi fece entrare nel Paese con un certo scetticismo, essendo a lungo stato assai critico del corso intrapreso dal Partito e dallo Stato cinesi dal 1978.

Il 16 agosto partii da Firenze per Amsterdam e da lì, con un volo dell’Air China, giunsi a Pechino nell’ambito di un viaggio di vacanza-premio per la maturità insieme alla mia famiglia. Per effetto del fuso orario, arrivai il 17 in tarda mattinata. All’aeroporto ci avrebbe aspettato la nostra guida, Yang. La prima cosa che vidi fuori di esso fu una densa coltre di smog, ma fortunatamente, nonostante che questo fosse stato una costante durante la mia permanenza, non si manifestò a livelli gravi, infatti nessuno ci ha dato le apposite mascherine. L’accoglienza fu molto piacevole, e feci subito bella impressione pur col mio scarno vocabolario di cinese imparato da autodidatta. Durante il lungo viaggio (più a causa del traffico che non della distanza effettiva; tra l’altro i pechinesi, soprattutto i tassisti, guidavano in maniera a dir poco spericolata!) ammirai gli altissimi grattacieli sia residenziali che sedi di banche e vari altri uffici. Feci caso anche alle moltissime macchine moderne di marca occidentale e ai taxi giallo-verdi, presenti in grandissima quantità.

Dopo due ore giunsi dunque al Traders Hotel, dove ero alloggiato, e dopo passeggiammo un po’ per la città essendo giorno libero nel programma delle visite. Trovai una Pechino molto occidentalizzata: McDonald’s ogni pochi metri, a ruota seguivano Starbucks e KFC. Senza contare poi i negozi di Louis Vuitton, Ermenegildo Zegna, Gucci, Dolce & Gabbana, le canzoni occidentali (soprattutto americane) che ogni poco sentivo per la strada, gente con indosso magliette con la bandiera americana o che girava in Lamborghini e Ferrari mentre altri, non però quanti ce ne sono in Italia a essere sincero, dormivano in terra perché non hanno una casa; mentre operai emaciati si davano da fare per costruire impalcature per un evento riguardante la China World Trade Corporation ma di cui non ricordo il nome. Ci recammo dunque al Silk Market, a dieci minuti dall’albergo: c’era davvero di tutto, dai vestiti, agli accessori femminili e maschili, alle opere d’arte antiche e moderne, all’abbigliamento militare, passando per i giochi e i telefoni cellulari e relativi accessori. Io acquistai copie del Libretto Rosso in italiano, in rumeno e in russo, più gli atti del X Congresso del PCC, anche se in cinese, oltreché una maglietta di Mao e una serie di foto in stile carte da gioco di quasi tutti gli incontri diplomatici di quest’ultimo dal 1944 al 1976. Vedendomi con tanta e tale oggettistica, alcuni hanno espresso sincero apprezzamento per la sua figura, meravigliandosi del mio apprezzamento del Presidente Mao, da uno di loro definito «uomo forte e molto intelligente».

Ritornando in albergo, notai che alla televisione e sui giornali non parlavano (comprensibilmente) d’altro che dei fatti di Tianjin occorsi pochi giorni prima3; solo l’indomani dalla BBC però ho potuto apprendere delle manifestazioni popolari per chiedere giustizia e chiarezza sulle dinamiche che hanno portato al verificarsi di quella tragedia.

Dopo cena, uscimmo a fare una passeggiata. La bellezza della Pechino notturna mi apparve in tutto il suo reale splendore: vedere le strade, gli edifici e i grattacieli illuminati in quella maniera produsse in me una miriade di sensazioni che riassumetti in una riflessione che non rinnegai mai: è impressionante il cambiamento di questa città, e della Cina in generale, in neanche 40 anni di tempo. Dopotutto ero in un Paese che per i criteri occidentali è una “dittatura a partito unico”. Devo dire in tutta onestà che per tutto il tempo che sono stato a Pechino, dal 17 al 21 e nuovamente il 27, non ho sentito minimamente la “cappa oppressiva” di questa “dittatura”, forse anche a causa soprattutto della già citata occidentalizzazione che caratterizza Pechino.

Il secondo giorno, 18 agosto, incontriamo Yang in albergo per iniziare il vero e proprio giro della città. Andiamo in Piazza Tiananmen, dove, dopo circa 10 minuti d’attesa a causa dei controlli, noto delle orribili strutture in plastica raffiguranti la Grande Muraglia e della vegetazione che mi oscurano la vista completa della Porta della Città Proibita. Ci viene spiegato che servono per la preparazione delle coreografie in occasione del 3 settembre, 70° anniversario della vittoria del popolo cinese nella Guerra di resistenza contro il Giappone. Notai alcuni bambini con la bandiera cinese in mano. Guardandomi intorno, fu per me, all’epoca maoista “ortodosso”, fonte di malinconia comparare quei momenti col ricordo che 49 anni esatti prima, a quell’ora e in quel posto, il Presidente Mao da quella Porta che avevo davanti ai miei occhi salutava e passava in rassegna un gigantesco esercito di un milione di Guardie Rosse pronte ad affrontare le tempeste della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. Mi girai verso il suo Mausoleo: non potemmo visitarlo per l’eccessiva coda e il fatto che mezz’ora dopo sarebbe chiuso. Ricordo ancora che pensai: «Chissà se potesse uscire da lì e affacciarsi, cosa direbbe».

La tristezza più profonda comunque svanì come entrammo nella Città Proibita.

Dopo aver felicemente soddisfatto il desiderio di una madre affinché mi facessi fotografare col suo bambino (la qual cosa, non avendo mai saputo di questa “usanza”, mi stupì e mi lusingò alquanto), ammirai i giardini, i monumenti e i vari gioielli e stanze degli imperatori della Cina antica: solo parecchi anni dopo, e cioè pochi mesi fa rispetto alla stesura di quest’articolo, che è un’usanza tipica delle persone provenienti dalla campagna, tante delle quali non hanno letteralmente mai visto un occidentale in vita propria e, per qualche motivo, avvicinarvisi è una sorta di status symbol.

Mi stupì la perfetta conservazione di tutto quanto c’era, la bellezza della natura circostante, a dispetto del fatto che ci fossero moltissime persone le quali spintonavano e cercavano di passare avanti a ogni costo senza troppe cerimonie. La visita durò qualche ora, ma sentii molto poco la stanchezza, contrariamente al mio solito, poiché fui positivamente affascinato da tutto ciò che vidi. Tra l’altro, da alcuni punti si vede un buon panorama di Pechino. Dopo, andammo in un negozio di tè dove ce ne fu offerta una degustazione di vari tipi, e ne acquistammo qualche bustina alla fine. Il fatto che fossero naturalmente serviti a temperature bollenti mi costringeva a “rincorrere” tutti gli altri, ma posso affermare in compenso di aver potuto gustarli di più.

Usciti dunque dal negozio concludemmo la giornata con un giro in risciò per gli hutong, i vicoli più “tradizionali” di Pechino. Ci fermammo nell’abitazione di un anziano signore che ci spiegò in breve la storia della sua casa, appartenuta a un imperatore, e di quelle vicine, dove abitavano i suoi funzionari, i principi e i nobili prima del 1911. Ci fermammo poi in un negozio di gioielli, dopo che ebbi notato un Reggae Bar (!), e qui vidi alcuni sportivi della federazione slovacca di atletica leggera a Pechino per i giochi dell’IAAF. Iniziò a tirare vento e a piovere, dopodiché tornammo in albergo.

All’indomani, come preannunciatoci, la guida cambiò. Trattavasi adesso di una ragazza, Angela, con la quale andammo a visitare la Grande Muraglia (tra le altre cose, durante il viaggio, conversando del più e del meno, ella si lamentò del fatto che l’età pensionabile in Cina è stata alzata dai 55 per gli uomini e 50 per le donne a 64 entrambi). Mi immaginavo che fosse uno spettacolo per gli occhi, data la grandezza e la maestosità del monumento e la vastità del panorama naturalistico che da lassù si poteva vedere, ma poterci essere e guardare tutto in prima persona è qualcosa che svela innumerevoli particolari impossibili da cogliere altrimenti. Immaginavo anche che la salita fosse meno faticosa: in foto gli alti gradini non si vedono! Ne valse comunque la pena, e per fortuna non faceva troppo caldo nonostante il tempo fosse assai soleggiato.

Acquistai nel negozio di souvenir in cima un ritratto del Presidente Mao con sotto scritto: «Auguriamo al grande capo il Presidente Mao una vita infinitamente lunga» e alcune spille dell’epoca. Ci recammo poi in un tempio buddhista molto frequentato e il cui ingresso dava sul marciapiede. Guardavo sorridendo i buddhisti (tra i quali la nostra stessa guida, che si unì a loro, con buona pace della propaganda occidentale sulla “persecuzione dei religiosi”) che si inchinavano alle meravigliose statue dei vari Buddha, compresa quella più grande, alta 20 metri e ricavata interamente dal legno di un tronco d’albero millenario. L’odore dell’incenso produsse in me piacevoli sensazioni. Ne uscii abbastanza affascinato dall’iconografia buddhista, considerando che il fondatore di questo credo all’esatto centro tra filosofia e religione esistette davvero e sulla sua esistenza, contrariamente ai fondatori di altre credenze, si hanno prove certe.

Il programma del quarto giorno prevedeva la visita al Tempio del Cielo e alla Tomba dei Ming, più una gita in barca sul lago del Parco Longtan, che ricorderò perché poco prima di salire sulla barca mi sono fatto scattare una fotografia con una ragazza davvero bella, ma, un po’ per il poco tempo a disposizione un po’ per la mia dabbenaggine, non la feci rifare con la mia macchina fotografica.

Comunque sia, conservo un’ottima impressione anche di questa giornata, soprattutto della Tomba dei Ming, il cui parco si è impresso nella mia memoria per la piacevolezza dell’ambiente e dell’atmosfera, complice anche il tempo coperto ma non freddo e non minacciante pioggia. Per raggiungerlo tra l’altro abbiamo dovuto attraversare un po’ di campagna, e ho notato i vari mercati ortofrutticoli che sembravano cooperative. Qui ho visto più simboli che potessero ricondurre al socialismo, soprattutto le bandiere rosse sull’insegna e alcuni manifesti di propaganda del Partito.

La città intanto si copriva di manifesti per la succitata ricorrenza del 70° anniversario della vittoria contro i giapponesi. Siamo stati inoltre all’Accademia Imperiale, dove abbiamo visto riproduzioni di una vecchia scuola confuciana.

Paragonando gli studenti di allora a quelli odierni, la guida ci disse che questi ultimi, a causa della diffusione della tecnologia (cellulari, internet ecc.), sono diventati più incolti, non leggono più e non rispettano più gli insegnanti e gli altri in generale. Prima di partire dall’albergo notiamo un anziano signore che, avendo capito che siamo italiani, ci canta una strofa di Bella Ciao, peraltro in un buon italiano. Avrei voluto rispondergli con L’Oriente è Rosso.

Tornai a Pechino da Pyongyang (paragonata dalla nostra ultima guida a Pechino 40 anni fa) il 27 solo per una notte, giusto il tempo di notare propaganda animalista a favore degli squali e poi tornare a Firenze passando per Parigi.

In generale, nonostante le mie posizioni ideologiche dell’epoca, la visita mi impressionò positivamente e mi permise di cogliere alcuni aspetti che senza andarci non avrei mai potuto cogliere. Apprezzai molto gli ambienti che ho visto, nonostante il caos che caratterizzava la città (al netto della divisione in targhe pari e dispari per quanto riguarda la circolazione, almeno fino al 3 settembre 2015, mi dissero), e l’accoglienza generale che caratterizza da sempre il popolo cinese: non ci mancò mai nulla in questi giorni e anche il cibo, così come l’organizzazione generale del viaggio, fu eccellente.

Da quelle sensazioni e quei ricordi ancora vivi tornai, stavolta assieme ai compagni che avrebbero fatto parte della delegazione invitata alle celebrazioni per l’80° anniversario della fondazione del Partito del Lavoro di Corea a Pyongyang4, dal 5 al 7 ottobre 2025.

Nel frattempo, anche la mia cultura politica e teorica si era, in certo qual modo, relativamente accresciuta. Nel 2017 mi capitò sotto mano, dal Consolato cinese di Firenze, una serie di opuscoli in inglese, in francese e qualcuno anche in cinese, a cura dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese e pubblicati dalle Edizioni in Lingue Estere, a proposito dei più recenti progressi sociali, politici, diplomatici, economici e militari del fu Impero di Mezzo. Nel 2019 terminai invece la lettura dei primi due volumi di Governare la Cina, alla cui traduzione italiana contribuirono peraltro le prof.sse Valentina Pedone e Miriam Castorina, delle quali ebbi l’onore di seguire i corsi di lingua e letteratura cinese all’Università di Firenze tra il 2015 e il 2018. Le mie vedute sul nuovo corso della politica della RPC erano dunque decisamente mutate. Nel 2025, come culmine di questo percorso, ho avuto l’immenso onore e piacere di fare la conoscenza della nuova console a Firenze, compagna Yin Qi, e di prendere parte a qualche evento organizzato dal Consolato.

In questa occasione arrivai a Pechino, peraltro senza più bisogno del visto, con un volo da Milano Linate che aveva fatto precedentemente scalo a Shenzhen, con un volo dell’Hainan Airlines, compagnia statale, sul quale notai con piacere una sezione dedicata ai canti e ai documentari patriottici e socialisti cinesi da poter ascoltare durante la tratta: le cuffie, però, purtroppo non funzionavano. In compenso, mi sono appropriato di una copia del China Daily.

Già l’aeroporto di Shenzhen è comunque stato per me un’anticamera di ciò che avrei visto quanto a progressi nella modernizzazione tecnica del Paese: ho ancora una fotografia che mi scattai accanto a uno strumento robotizzato per la gestione del proprio volo.

La romantica alba cittadina si contrappose suo malgrado al cielo coperto che trovai nella capitale. Eravamo alloggiati al Zhong An Hotel, dove risiedette Edgar Snow quando si recò a narrare le vicende della rivoluzione cinese intervistandone i protagonisti, come il Presidente Mao di cui rimase amico fino alla fine dei suoi giorni. La fedele tematizzazione della struttura includeva diverse edizioni italiane del capolavoro del giornalista statunitense, Stella rossa sulla Cina: Il Saggiatore, il Club degli Editori, Einaudi, dal 1965 al 2016 hanno fatto conoscere a generazioni di italiani la prima vera, e più nota al mondo, monografia sugli eventi che hanno cambiato la Cina e scritto la storia del XX secolo. Notai persino una copia bulgara uscita nel 1964, singolare visti i rapporti intercorrenti tra Pechino e il blocco filo-sovietico in quell’anno.

Un albergo apparentemente spartano ma molto accogliente, pulito e ben tenuto, vicinissimo all’iconica stazione ferroviaria.

Mi imbattei personalmente, tuttavia, in un problema non di poco conto: il mancato caricamento di Telegram non era dovuto a un difetto del mio telefono, ma al blocco che, a mia totale insaputa, era stato recentissimamente imposto. Ero infatti rimasto al 2015, quando persino WhatsApp (che personalmente non ho più dal 2021) era liberamente accessibile e utilizzabile, e uno dei compagni mi disse che anche Telegram, fino all’anno prima, quando c’era stato l’ultima volta, funzionava. Non mi ero comprato una eSim, sottovalutando lo stato di cose di cui del resto, ripeto, non ero al corrente. In mio soccorso giungevano inaspettatamente VK e le e-mail (saggiamente sono passato da Hotmail a Yandex già nel 2024), le quali invece, “storie” a parte per quest’ultima, andavano tranquillamente. Utilizzai quindi VKontakte per tutto il mio soggiorno pechinese per tenere i contatti con familiari, amici e compagni rimasti in Italia.

Risolto questo problema, sono stato in grado di apprezzare con molta maggior serenità l’evoluzione e la bellezza di ciò che mi circondava.

Il primo approccio post-decennale a Pechino è stato con la metropolitana: moderna, pulita, sicura, senza schiamazzi né gente strana a far cose strane. Veloce e soprattutto sempre puntuale. Ancor più sono rimasto sorpreso dalla distesa apparentemente infinita di verde che si estendeva per tutto il percorso dall’aeroporto al centro città. Chilometri e chilometri di alberi e di radura che contornavano la lunghissima autostrada, che in seguito ho saputo riparata in 8.000 tonnellate d’asfalto nel giro di una notte5, e un cielo nel quale non ho mai notato la benché minima traccia di smog e senza “pesantezza” alcuna nell’aria.

Non ho avuto difficoltà a reperire bancomat per prelevare yuan, anche se i pagamenti digitali, rispetto a dieci anni prima, sono molto più diffusi. Talvolta l’uso della prepagata è stato d’obbligo.

Ho tratto però un’impressione assai positiva dalla costante, ma non pervasiva, presenza di gazebo della polizia un po’ ovunque per il centro, che si accompagnava alle tante installazioni, anche in aeroporto, dedicate al 76° anniversario della Repubblica Popolare Cinese da poco trascorso ma ancora celebrato in quei giorni. Avanzatissimi anche i controlli biometrici in metropolitana, che si accompagnano alla scansione del documento d’identità, nel nostro caso il passaporto.

Il primo giorno, ad ogni modo, fu dedicato ovviamente al riposo e all’adattamento al nuovo fuso orario, che vede gli orologi cinesi avanti di sei ore rispetto ai nostri.

Non ci facemmo tuttavia mancare una passeggiata serale dopo cena, tra vicoli e strade adornati con la bandiera nazionale pur sotto la pioggia. Anche nelle viuzze più defilate, gli hutong, al netto di condizioni igieniche esteriormente più trasandate non c’è stato alcunché di tale da generare senso di insicurezza o timore. Stavolta, tuttavia, gente per strada non ne ho vista e, fatto salvo per un anziano che chiedeva bottiglie vuote al ristorante, neanche scene di povertà.

Sugli illuminati e variopinti viali centrali ci siamo imbattuti in una concessionaria della Xiaomi, che io neanche sapevo producessero anche automobili oltre ai telefoni (mi ha fatto “effetto” entrare in una showroom della stessa marca produttrice del mio cellulare). Una sala non grandissima ma liberamente accessibile, con esemplari di auto elettriche dotate, all’interno, di tutte le funzionalità, dall’alta potenza ma dai costi bassissimi: tra i 300 e i 1.000 cavalli a confronto di un prezzo da poche migliaia di euro. Mi fu detto che la Ferrari ha cercato di copiarle, ma invano, anche dissezionandole.

Fotografai, tra le altre cose, l’insegna rossa fiammante della Libreria Wangfujing, alla quale andammo il giorno dopo.

Il 6 ottobre fu perlopiù dedicato al Museo del Partito e a Piazza Tiananmen, per la quale ultima dovemmo prenotare il giorno prima pena il vederci negato l’accesso. Per il primo, invece, curiosamente nemmeno le receptionist dell’albergo seppero darci indicazioni, perché…ne ignoravano l’esistenza.

Riuscimmo, con un po’ di ingegno e inventiva, a rinvenirne l’ubicazione, nelle immediate vicinanze del bellissimo Villaggio Olimpico, anch’esso immerso nel verde. Per arrivarvi, però, dovemmo prendere la metropolitana, sulla quale notai un piccolo televisore, accanto alle porte d’uscita, che trasmetteva film e documentari dedicati all’Esercito Popolare di Liberazione.

Dopo le foto di rito davanti ai bassorilievi nel piazzale e, soprattutto, all’imponente riproduzione della bandiera rossa con falce e martello del PCC, entrammo nel museo e la prima ad accogliere il mio sguardo fu una troneggiante statua ritraente Karl Marx e Friedrich Engels, a “corredo” della quale erano esposte copie originali dell’edizione tedesca, inglese e francese del Manifesto del partito comunista e del Capitale. Tutt’attorno, fotografie, dipinti e reperti che hanno tracciato, con meticolosa precisione, la storia del Partito dalla sua nascita nel 1921 fino ai giorni nostri. Il mio udito invece riconobbe immediatamente la voce di Mao Zedong mentre, dalla balconata di Tiananmen, proclamava, 76 anni prima, la nascita della Repubblica Popolare Cinese.

In questa cornice si susseguivano bandiere del Kuomintang catturate, i Tre principi di Sun Yat-sen, riproduzioni dei mezzi militari utilizzati dai rivoluzionari cinesi e dallo stesso Presidente Mao quando passava in rassegna le truppe, divise militari, armi, taccuini di appunti, momenti di vita nelle basi rosse, ritratti dei dirigenti del Partito e dell’Esercito di allora, sculture e quadri raffiguranti le battaglie iconiche e i primi stemmi del neonato PCC, insieme a testi autografi e manoscritti di varia natura.

Si passa poi alle visite di Mao nelle fabbriche e nei campi durante i primi anni dell’edificazione del socialismo e al progressivo assurgere della Cina popolare sull’arena internazionale (una piccola sezione è dedicata alla campagna bellica di Resistenza all’aggressione americana e aiuto alla Corea, cioè all’intervento dei Volontari cinesi nella Guerra di Corea), insieme agli indicatori della crescita economica del Paese e ai progressi del suo socialismo.

Non mancano, però, menzioni ad anni più travagliati, come la Rivoluzione Culturale, i fatti di Tiananmen del 1976 e la vittoria sulla Banda dei Quattro.

Un’intera sezione, delle due in cui si divide il museo, è dedicata da lì in poi alla Politica di Riforma e Apertura adottata da Deng Xiaoping alla fine del 1978. Ogni padiglione include didascalie non solo sui fatti contingenti, ma anche sui contributi teorici apportati da ciascun dirigente al patrimonio condiviso del Partito: il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle Tre Rappresentanze di Jiang Zemin, il Concetto di Sviluppo Scientifico di Hu Jintao e, da ultimo, il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era, tutti discendenti dal marxismo-leninismo.

Alta tecnologia e agricoltura fanno da cornice, come dimostrazione pratica dell’applicazione di dette teorie, toccando persino l’ambito sportivo: le Olimpiadi del 2008 e del 2022 hanno un “posto al sole” nell’esibizione, come a sé emerge lo stemma della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong al suo ritorno nella madrepatria cinese nel 1997. La potenza militare e la figura di Xi Jinping risaltano ancor più, insieme ai nuovi documenti di Partito approvati a ogni congresso.

Al negozio, prima di uscire, sono riuscito, a proposito di ciò, ad acquistare il quinto volume di Governare la Cina, in lingua inglese. Non sono passate molte ore, che dalla Libreria Wangfujing, nella quale peraltro sono stato piacevolmente colpito alla vista di tre o quattro bambini seduti in terra a leggere al piano della sezione dei libri per ragazzi, sono arrivati a fargli compagnia i volumi III e IV, i documenti del XX Congresso Nazionale del PCC (ottobre 2022, ultimo ad oggi svoltosi) e altri libri contenenti stralci e citazioni del Presidente Xi su vari argomenti: la nuova Via della Seta, l’eradicazione della povertà e il suo intuito e la sua visione generali. Avrei voluto prenderne uno sulla modernizzazione cinese, ma tra soldi e spazio ho rinunciato, riuscendo però a farmelo mandare più di recente da un contatto cinese. Non ho potuto lasciar lì, tuttavia, l’unico libro in italiano sul piccolo stand riservato alle Edizioni in Lingue Estere: una Breve storia del Partito Comunista Cinese, tra i cui traduttori figura il prof. Andrea Catone, che avevo amico su Facebook finché vi ho avuto un profilo (2016-2022).

Ad altri souvenir per familiari e amici si è aggiunto il gentilissimo omaggio gratuito di una bandiera cinese, mentre in un negozio lì vicino la cassiera, vedendomi in difficoltà con la busta rotta, mi ha gentilmente dato una più resistente sporta bianca e viola della Tsinghua University, che mi ha facilitato di molto la vita.

Per le strade, infatti, il patriottismo della gente era ben palpabile. Mamme, nonne e bambini con la bandiera si dirigevano tutti insieme verso Piazza Tiananmen, secondo il percorso contingentato e indirizzato dalle barriere predisposte, con tantissimi posti provvisori di controllo di volti e documenti e uno, al chiuso, che presumo invece fisso.

Nel percorso abbiamo incrociato una famigliola con un bambino piccolo che mi salutò sorridente. Io replicai in cinese e da lì nacque un dialogo con la mamma e la nonna, che mi chiese da dove venissimo.

«Siamo italiani!»

«Ah! Di quale città?»

«Firenze»

«Firenze! Che bella! Complimenti per il tuo cinese»

«Ma no, ma no…! L’ho studiato lì, all’Università di Firenze, tre anni».

Questo breve scambio di battute, intercorso in cinese, ha segnato un notevole passo avanti nel mio “forzato” ripasso della lingua, in cui ho voluto cimentarmi lasciando da parte l’inglese, volendo approfittare proprio di questi pur brevi giorni di visita.

Meno leggeri sono stati i minuti che ho trascorso ai controlli finali, a causa…dei libri comprati alla Wangfujing!

Sembra assurdo, ma i controllori hanno pensato bene di fermare la coda per controllare con estrema cura tutti i libri, chiedendomi dove li avessi presi e perché. Glielo spiegai, non senza una certa sorpresa, mentre se li passavano tra di loro, sfogliandoli con cura. Alla fine, con uno scambio di battute simpatiche, me li hanno resi lasciandomi andare senza problemi.

In serata uno dei compagni mi spiegò che il fatto insolito del gran numero di letteratura del PCC in possesso di un occidentale, per di più diretto verso Piazza Tiananmen, ha probabilmente fatto scattare un campanello d’allarme circa possibili provocazioni.

Ma eccomi, finalmente, tornato in Piazza Tiananmen dopo dieci anni. Questa volta non c’erano impalcature di nessun tipo, la vista era sgombra e il cielo sereno: intorno gente a chiacchierare seduta, passeggiare e scattarsi fotografie. Una piccola e dolcissima bambina, col fazzoletto rosso al collo, salutava da pioniera a favor di fotocamera per i suoi genitori, sullo sfondo del ritratto del Presidente Mao sulla Porta della Città Proibita. Appena un mese prima, da quella balconata si sono affacciati ministri e capi di Stato di 20 Paesi, con alla testa Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong Un, accorsi per le celebrazioni dell’80° anniversario della vittoria della Guerra di Resistenza del Popolo Cinese contro l’Aggressione Giapponese e della Guerra Mondiale Antifascista, dopo il vertice di Tianjin che ha segnato la nascita concreta dell’assetto multipolare ormai sostanzialmente formatosi6.

Dopo qualche foto e la vista del ritratto di Sun Yat-sen (esposto solo per le occasioni importanti, definitivamente scomparsi, invece, dall’aprile 1989, quelli di Marx, Engels, Lenin e Stalin) Assistemmo dunque a un concerto lirico, riprodotto tramite stereo, con giochi d’acqua proprio lì sotto, al termine del quale facemmo il giro ed entrammo sotto la Porta. Il grande problema di quel luogo, non ci addentrammo nel Giardino che però visitai nel 2015, è che si entra ma non si può tornare indietro. Fummo quindi obbligati, io e gli altri due compagni che avevamo lasciato il terzo nella piazza a scattare qualche fotografia per lavoro, a fare tutto il giro del perimetro esterno unicamente per sbucare da tutt’altra parte rispetto a quella percorsa all’entrata, senza poter tornare dentro la piazza stessa anche per i marciapiedi “irreggimentati”: non funzionando le cose come in Italia, dove di fatto si può attraversare ovunque “purché non passi nessuno in quel momento”, ci era impossibile passare da un marciapiede all’altro se non sopra strisce pedonali che però, nel punto in cui le trovavamo, conducevano poi da tutt’altra parte ancora. In breve, col ragazzo rimasto a Tiananmen potemmo ricongiungerci solo a cena all’albergo, anche perché non avevamo altri strumenti per poterlo contattare. La critica che ci rivolse a tavola fu tanto assertiva quanto indiscutibilmente giusta e fondata.

Così si concluse la nostra due giorni cinese (tre contandoli col fuso orario italiano), che si estese per un altro giorno il 14 ottobre, di ritorno da Pyongyang, che trascorremmo senza questo ragazzo, lui diretto a Shanghai, noi in attesa del volo che ci riportasse in Europa e da lì in Italia.

In due cercammo di sbrogliare questa matassa dei percorsi, avendo a disposizione l’intera giornata, che l’altro scelse di passare in aeroporto. Non senza fatica, vi riuscimmo, e io comprai un altro paio di calamite per ricordo, visitando altre aree adiacenti a Tiananmen, tra dipinti, bandiere nazionali, slogan patriottici sul socialismo e sul Sogno Cinese, un treno con la scritta autografa in calligrafia maoista «Servire il popolo» e ragazze in abiti tradizionali probabilmente per una sessione fotografica artistica.

Passando per i negozi sulla via Qianmen ho potuto osservare il Tram Dangdang, riproduzione del primo autobus comparso a Pechino, nel 1924. Nei sottopassaggi della metropolitana, invece, presenza frequente sono stati gli inservienti in camicia e fascia rossa al braccio, simile a quella delle Guardie Rosse, e i responsabili con la spilla del Partito a supervisionare l’operato collettivo dei lavoratori nei luoghi pubblici e anche sull’aereo. Al ritorno, sul volo Hainan Airlines da Pechino a Bruxelles, ho “raddoppiato” portandomi dietro una copia del Global Times.

Tutto si è svolto nella più totale puntualità e precisione. Ovviamente, fino all’Italia: l’unico ritardo è un quarto d’ora spudoratamente schiaffatomi dal treno diretto alla stazione fiorentina di Santa Maria Novella da Milano Centrale.

Un motivo in più, per quanto piccolo, per augurare da questa disgraziata penisola un buon compleanno al Partito Comunista Cinese, con l’augurio di maggiori successi nell’opera di edificazione del socialismo con caratteristiche cinesi e l’auspicio di poterne toccar con mano un maggior quantitativo, possibilmente non più da turista ma da compagno e, soprattutto, da lavoratore.

Note

1 www.gov.cn

2 www.cese-m.eu

3 Il riferimento è alle esplosioni avvenute a Tianjin il 12 agosto 2015 in una stazione di stoccaggio di container, che provocarono 173 morti, 800 feriti e 8 dispersi.

4 www.socialismoitalico.it

5 www.italpress.com

6 www.cese-m.eu

Ma quindi, ‘sta Cina, è socialista o no?
Entriamo nel dibattito a gamba tesa, non a caso proprio oggi che decorre il centocinquesimo anniversario della fondazione del PCC.

Cento anni di storia, cento milioni di membri. Lo croce o delizia, in base alla collocazione politica, dei “tifosi da stadio” della politica internazionale di mezzo globo.

Ne parliamo attraverso un’antologia militante e teoricamente fondata, il volume interpreta la Cina contemporanea come formazione prevalentemente socialista, analizzando proprietà pubblica, pianificazione, ruolo del PCC, pensiero di Xi Jinping, sviluppo tecnoscientifico e funzione antimperialista nella costruzione di un ordine multipolare globale.

Attraverso i contributi di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, la possibilità di farsi un’idea sulla base dei fatti.

Una collaborazione World Politics Blog, liberamente scaricabile: