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Accanto a questa tradizione si sviluppò una diversa idea di trasformazione politica e sociale, legata alla democrazia rivoluzionaria balcanica. I suoi sostenitori ritenevano che la liberazione nazionale non fosse sufficiente se non accompagnata da un cambiamento delle condizioni sociali delle masse popolari. La liberazione dei popoli balcanici doveva quindi essere collegata alla lotta contro le strutture sociali e politiche che permettevano lo sfruttamento, comprese le dinastie locali. Da questa prospettiva nacque l’idea di una Federazione Balcanica, fondata sulla collaborazione tra i diversi popoli della regione. L’obiettivo era creare una struttura politica capace di garantire una maggiore uguaglianza tra le nazionalità, mantenendo allo stesso tempo le loro specificità, e di ridurre la possibilità di ingerenza da parte delle potenze imperialistiche. La federazione veniva così presentata come una possibile alternativa sia alla frammentazione nazionale sia alla subordinazione politica ed economica agli Stati più forti.

Di Enea Stella

Il socialismo balcanico come orizzonte federativo

Nella seconda metà del XIX secolo, la penisola balcanica divenne uno dei principali centri di instabilità della cosiddetta “Questione d’Oriente”. Alla base di questa situazione vi era soprattutto la progressiva crisi dell’Impero ottomano, il cosiddetto “malato d’Europa”, che faticava sempre più a mantenere il controllo sui propri territori balcanici. Il suo indebolimento favorì la crescita delle aspirazioni indipendentiste dei popoli sottoposti al dominio ottomano, ma allo stesso tempo aprì una dura competizione tra le Grandi Potenze, interessate a estendere la propria influenza su una regione di grande importanza strategica e commerciale, posta tra Europa e Asia. Russia, Gran Bretagna e Austria-Ungheria intervennero più volte nelle crisi balcaniche, sfruttando le rivolte contadine e la diffusione dei movimenti nazionali per perseguire i propri interessi. La difesa delle comunità cristiane e dei diritti delle diverse nazionalità divenne così anche uno strumento della politica internazionale. Attraverso protettorati, accordi e forme di tutela, le potenze finirono per contribuire alla frammentazione politica della penisola, favorendo la nascita di Stati spesso deboli e in competizione tra loro. Un momento decisivo fu il Congresso di Berlino del 1878, che ridisegnò gli equilibri territoriali della regione sulla base soprattutto delle esigenze diplomatiche delle potenze europee. Le aspirazioni nazionali dei diversi popoli furono così inserite in un sistema di equilibri internazionali che lasciava aperte numerose controversie. Ogni questione territoriale poteva quindi trasformarsi in un nuovo motivo di tensione e diventare, allo stesso tempo, occasione di intervento per una delle potenze interessate alla regione.

La dipendenza dei Balcani dall’Europa occidentale riguardava anche il piano economico. L’arrivo di grandi quantità di prodotti industriali a basso costo mise in difficoltà molte attività artigianali locali e contribuì a rafforzare una struttura economica basata soprattutto sull’agricoltura e sull’esportazione di materie prime. La debolezza economica degli Stati balcanici fu aggravata dalle spese necessarie al mantenimento degli apparati amministrativi e militari, oltre che dalla costruzione delle infrastrutture ferroviarie, spesso legate agli interessi strategici delle potenze straniere. Per sostenere queste spese, diversi Stati ricorsero massicciamente ai prestiti esteri, finendo progressivamente sottoposti al controllo dei creditori europei. La questione dell’autonomia politica si intrecciava così con quella dell’autonomia economica, che rimaneva fortemente limitata.

In una società ancora prevalentemente contadina e caratterizzata da un livello di sviluppo economico inferiore rispetto a quello dell’Europa occidentale, il nazionalismo assunse forme diverse. Da una parte si affermò un nazionalismo dinastico e borghese, che cercava l’appoggio delle Grandi Potenze per sostenere ambiziosi progetti territoriali. Ne sono esempi il progetto della Grande Serbia, quello della Grande Bulgaria e la greca Megali Idea. Queste aspirazioni alimentarono soprattutto la competizione per il controllo della Macedonia, una delle aree più etnicamente e linguisticamente complesse della penisola. Il sostegno delle potenze straniere permetteva ai diversi movimenti nazionali di rafforzarsi, ma allo stesso tempo li inseriva in rapporti di dipendenza che rendevano difficile una piena autonomia politica. Il nazionalismo poteva quindi diventare uno strumento di emancipazione dal dominio ottomano, ma anche alimentare nuove rivalità tra i popoli balcanici.

Accanto a questa tradizione si sviluppò una diversa idea di trasformazione politica e sociale, legata alla democrazia rivoluzionaria balcanica. I suoi sostenitori ritenevano che la liberazione nazionale non fosse sufficiente se non accompagnata da un cambiamento delle condizioni sociali delle masse popolari. La liberazione dei popoli balcanici doveva quindi essere collegata alla lotta contro le strutture sociali e politiche che permettevano lo sfruttamento, comprese le dinastie locali. Da questa prospettiva nacque l’idea di una Federazione Balcanica, fondata sulla collaborazione tra i diversi popoli della regione. L’obiettivo era creare una struttura politica capace di garantire una maggiore uguaglianza tra le nazionalità, mantenendo allo stesso tempo le loro specificità, e di ridurre la possibilità di ingerenza da parte delle potenze imperialistiche. La federazione veniva così presentata come una possibile alternativa sia alla frammentazione nazionale sia alla subordinazione politica ed economica agli Stati più forti.

È all’interno di queste trasformazioni politiche, sociali ed economiche che si svilupparono le prime elaborazioni del socialismo balcanico. Esse nacquero dal confronto con il marxismo e con il movimento socialista europeo, ma furono profondamente influenzate dalle condizioni specifiche della penisola. La questione sociale si intrecciava infatti continuamente con quella nazionale e con il problema dei rapporti tra i diversi popoli balcanici. Per questo il socialismo della regione sviluppò una propria attenzione al federalismo e alla cooperazione tra le nazionalità, cercando di adattare le idee socialiste alla realtà prevalentemente contadina e politicamente frammentata dei Balcani.

Tra i primi esponenti di questa tradizione furono Svetozar Marković in Serbia e Hristo Botev in Bulgaria. Entrambi furono intellettuali e rivoluzionari e, pur muovendosi in contesti differenti, condivisero l’idea che la trasformazione sociale dei Balcani dovesse essere legata alla liberazione dei popoli e alla costruzione di rapporti di solidarietà tra loro. Le loro esperienze mostrano quindi come il socialismo balcanico non si sviluppasse semplicemente attraverso l’importazione delle dottrine occidentali, ma attraverso un confronto diretto con problemi specifici della regione: il rapporto tra questione sociale e questione nazionale, la debolezza economica, la presenza delle grandi potenze e la necessità di trovare una forma di cooperazione tra popoli spesso divisi da rivalità territoriali e politiche. La loro esperienza costituisce così uno dei primi tentativi di elaborare una prospettiva socialista capace di confrontarsi direttamente con la particolare realtà storica dei Balcani.

Svetozar Marković: il primo socialista balcanico di statura europea

Dopo aver completato nel 1863 gli studi presso la Facoltà tecnica della Velika škola di Belgrado, Svetozar Marković ottenne nel 1866 una borsa di studio del ministero degli Esteri russo e si trasferì a San Pietroburgo per frequentare l’Istituto dei tecnici delle vie di comunicazione. Gli anni trascorsi nella capitale dell’Impero zarista furono decisivi per la sua formazione politica e intellettuale. La Russia viveva allora una situazione contraddittoria: mentre il potere imperiale cercava di contenere con sempre maggiore durezza la diffusione delle idee rivoluzionarie, negli ambienti universitari e nei circoli clandestini cresceva un forte interesse per i problemi della trasformazione sociale. I rivoluzionari russi si interrogavano in particolare sulla possibilità di seguire una strada diversa da quella percorsa dall’Europa occidentale, evitando che la modernizzazione conducesse necessariamente alla piena affermazione del capitalismo. A San Pietroburgo Marković entrò in contatto con i circoli studenteschi radicali e con gli ambienti più avanzati dell’intelligencija russa. Ebbe soprattutto modo di avvicinarsi alle idee dei seguaci di Nikolaj Černyševskij, la cui opera Cosa fare? avrebbe avuto un’influenza importante sul suo pensiero. Da Černyševskij Marković ricavò un’idea del progresso molto distante da quella del liberalismo occidentale: la modernizzazione non doveva necessariamente significare la semplice imitazione delle società industrialmente più avanzate, ma poteva partire dalle caratteristiche storiche e sociali delle singole comunità. Questo problema avrebbe assunto un’importanza centrale quando Marković iniziò a riflettere sulla situazione della Serbia.

La Serbia era infatti ancora una società prevalentemente rurale, economicamente arretrata e priva di un proletariato industriale numericamente significativo. Per Marković, in queste condizioni, l’applicazione diretta del modello di sviluppo occidentale avrebbe rischiato di produrre una trasformazione sociale profonda senza risolvere le condizioni di dipendenza della popolazione. Era quindi necessario chiedersi se la Serbia potesse seguire una strada diversa, utilizzando alcune delle forme comunitarie già presenti nella società contadina. Tra queste particolare importanza avevano la zadruga, la comunità familiare allargata basata sulla gestione comune della proprietà, e l’opština, il comune rurale caratterizzato da forme di autogoverno locale. Marković riteneva che queste istituzioni potessero offrire alcuni elementi utili alla costruzione di una futura società socialista. L’obiettivo non era però conservare intatto il mondo rurale tradizionale. Marković cercava piuttosto di capire quali forme di solidarietà e di proprietà collettiva potessero essere trasformate e adattate alle esigenze di una società moderna.

Durante il periodo trascorso in Russia, Marković entrò anche in contatto con le idee di Pëtr Tkačëv, teorico rivoluzionario influenzato dal giacobinismo e convinto della necessità di una minoranza organizzata capace di preparare e guidare la trasformazione politica. In questi ambienti Marković si avvicinò inoltre ad alcuni concetti del marxismo e alla teoria del valore-lavoro. Apprezzava la forza dell’analisi del capitalismo e della critica dei rapporti di produzione, ma non accettava l’idea che il percorso seguito dall’Europa industriale dovesse necessariamente rappresentare il modello valido per ogni società. La specificità della Serbia rimaneva per lui fondamentale. Un paese nel quale la maggioranza della popolazione viveva ancora della terra non poteva essere analizzato con le stesse categorie utilizzate per le società industrializzate dell’Europa occidentale. Da qui derivava l’importanza attribuita da Marković alla questione agraria: la trasformazione della Serbia avrebbe dovuto partire dalla democratizzazione della proprietà, dall’autogoverno locale e dalla riorganizzazione delle comunità rurali. La rivoluzione serba avrebbe quindi avuto un carattere fortemente contadino. Questa impostazione lo avvicinava alle correnti del socialismo agrario e alle teorie che attribuivano al mondo rurale un ruolo attivo nei processi rivoluzionari.

Nell’autunno del 1868 Marković finì sotto la sorveglianza della polizia zarista e decise di lasciare San Pietroburgo per trasferirsi a Zurigo. La città era allora uno dei principali luoghi di incontro dell’emigrazione politica europea: vi convivevano anarchici, socialisti, repubblicani, democratici e rivoluzionari provenienti da paesi diversi. Questo ambiente offriva anche la possibilità di discutere la questione nazionale insieme ai problemi più generali della trasformazione sociale. A Zurigo Marković pubblicò sul giornale Zastava il saggio Naše obmane (Le nostre delusioni), nel quale criticava duramente l’autoritarismo e l’inefficienza delle istituzioni politiche serbe. La sua critica riguardava quindi il modo in cui la nuova Serbia indipendente stava costruendo il proprio apparato statale: Marković temeva che il nuovo Stato potesse diventare sempre più centralizzato e burocratico, allontanandosi dalla popolazione. Nello stesso periodo entrò in rapporto con alcuni giovani serbi destinati ad avere un ruolo importante nella politica del paese, tra cui Nikola Pašić, Pera Velimirović, Dimitrije Rakić e Đura Ljočić. Attorno a questo gruppo cominciò a formarsi il nucleo della futura corrente radicale serba. Il termine “radicale” indicava la volontà di superare il liberalismo moderato e di elaborare una politica fondata sulle condizioni concrete della società serba. La democratizzazione politica doveva procedere insieme alla trasformazione sociale.

Nell’estate del 1870 Marković tornò in Serbia e l’anno successivo fondò Radenik (Il Lavoratore), considerato generalmente il primo giornale socialista serbo e uno dei primi dell’intera penisola balcanica. Il giornale sostenne con entusiasmo la Comune di Parigi, vista come un’esperienza concreta di governo fondato sulla partecipazione popolare. Attraverso Radenik circolarono inoltre traduzioni e adattamenti di testi di Marx, contribuendo alla diffusione della cultura socialista moderna in lingua serba. L’attività del giornale attirò presto l’attenzione delle autorità e nel maggio del 1872 esso venne vietato, anche dopo la pubblicazione di un articolo nel quale Gesù era presentato come una figura vicina agli ideali socialisti e rivoluzionari. La questione religiosa aveva per Marković un significato politico e sociale preciso. Il cristianesimo delle origini poteva essere interpretato come una tradizione fondata sulla comunione dei beni e sulla solidarietà tra gli oppressi, mentre la Chiesa istituzionale, nel corso dei secoli, si era progressivamente avvicinata al potere politico e alle gerarchie sociali. La sua critica alla Chiesa rientrava quindi nella critica più generale alle istituzioni che, secondo lui, contribuivano a mantenere l’ordine sociale esistente invece di favorire l’emancipazione.

La pressione delle autorità costrinse nuovamente Marković a lasciare la Serbia. Ricercato dalla polizia, trovò rifugio a Novi Sad, allora appartenente al Regno d’Ungheria, dove nel giugno del 1872 pubblicò Srbija na istoku (La Serbia all’Est), la sua opera più importante. Il libro proponeva una lettura della storia serba basata soprattutto sulla storia sociale. Marković interpretava la prima insurrezione serba del 1804 non soltanto come una lotta nazionale e religiosa contro il dominio ottomano, ma anche come una rivolta contadina contro lo sfruttamento esercitato dai proprietari e dai notabili musulmani. Questa interpretazione aveva anche una precisa implicazione politica: riconoscere ai contadini il ruolo di protagonisti della storia significava mettere in discussione una storiografia che tendeva invece a concentrarsi sui principi, sui capi militari e sulle élite politiche. Per Marković, una parte fondamentale della tradizione serba doveva essere ricercata nelle esperienze di autogoverno comunitario sviluppate nelle campagne.

Da questa prospettiva derivava anche la sua critica alla dinastia Obrenović e alle aspirazioni della Grande Serbia. Marković temeva che l’espansione territoriale potesse trasformare la liberazione nazionale in una nuova forma di dominio. Una Serbia impegnata nella conquista dei territori vicini avrebbe potuto diventare militarista nei confronti dei popoli circostanti e sempre più autoritaria al proprio interno. Questo avrebbe inoltre alimentato la diffidenza delle altre nazionalità balcaniche. La posizione di Marković era significativa anche perché non derivava dal rifiuto dell’identità nazionale serba. Egli era un patriota serbo, ma riteneva che la nazione non dovesse diventare uno strumento nelle mani delle élite. La liberazione nazionale doveva essere accompagnata dalla liberazione sociale; altrimenti il rischio era quello di sostituire un sistema di dominio con un altro.

Da qui prendeva forma la sua idea di una Federazione Balcanica, che avrebbe dovuto essere costruita attraverso comuni autonomi e comunità autogestite. Non si trattava semplicemente di mettere insieme gli Stati esistenti, ma di creare un’organizzazione politica fondata sulla partecipazione dal basso. La questione nazionale e quella sociale erano quindi strettamente legate. La fine degli imperi ottomano e asburgico non sarebbe stata sufficiente se avesse prodotto soltanto una serie di piccoli Stati dinastici dipendenti dalle grandi potenze europee. Per Marković, una vera indipendenza avrebbe richiesto una trasformazione democratica e sociale capace di coinvolgere direttamente le popolazioni della regione.

Queste idee furono sviluppate anche nel saggio del luglio 1871 Slavia austriaca e unità serba, dedicato al problema dell’Austroslavismo. Il progetto austroslavista prevedeva una maggiore autonomia dei popoli slavi all’interno dell’Impero asburgico attraverso una riorganizzazione federale della monarchia. Marković riteneva però che questa soluzione fosse difficilmente realizzabile, poiché le élite tedesche e magiare non avrebbero rinunciato facilmente ai privilegi sui quali si fondava il sistema imperiale. Secondo lui, quindi, l’Impero asburgico non poteva essere semplicemente riformato. La trasformazione dei rapporti politici nella regione avrebbe richiesto un cambiamento molto più profondo. Per la stessa ragione, l’unità degli slavi meridionali non doveva essere costruita attraverso un accordo con le dinastie esistenti. La Federazione Balcanica immaginata da Marković non aveva un carattere etnico: doveva riunire comunità differenti sulla base dell’autogoverno, dell’uguaglianza e della cooperazione. In questo modo avrebbe potuto proteggere i piccoli popoli balcanici sia dalle vecchie strutture imperiali sia dalla pressione economica esercitata dalle potenze capitalistiche occidentali.

Alla base della sua riflessione politica vi era anche l’analisi della società rurale serba. Se la Serbia non doveva necessariamente ripercorrere tutte le tappe dello sviluppo capitalistico occidentale, bisognava capire quali elementi delle istituzioni tradizionali potessero essere utilizzati nella costruzione di una diversa organizzazione sociale. In questo progetto un ruolo importante spettava alla zadruga, la tradizionale comunità familiare allargata degli slavi meridionali. Più generazioni potevano vivere insieme, condividere la terra e organizzare collettivamente il lavoro e la distribuzione delle risorse. Marković vedeva nella proprietà collettiva e nelle pratiche cooperative della zadruga alcuni elementi che avrebbero potuto essere utilizzati per costruire una futura economia socialista. Se queste forme comunitarie fossero state trasformate e modernizzate, avrebbero potuto limitare la diffusione dei rapporti capitalistici e impedire la formazione di un proletariato rurale completamente privo di proprietà.

Il punto, quindi, non era conservare la zadruga nella sua forma tradizionale, ma capire quali suoi elementi potessero essere utilizzati in una società diversa. Marković conosceva il dibattito sviluppato dai populisti russi intorno alla comunità rurale e riconosceva alcune analogie con la zadruga serba. Le differenze, però, erano rilevanti. La comunità rurale russa presentava caratteristiche istituzionali che non avevano un equivalente diretto nella zadruga, come la redistribuzione periodica delle terre. La zadruga era invece fondata soprattutto sui rapporti di parentela e non costituiva un’unità politica autonoma. Per questo Marković attribuiva alle due istituzioni funzioni differenti: la zadruga rappresentava soprattutto la dimensione economica della società futura, mentre l’opština costituiva il livello politico dell’autogoverno. Le due strutture avrebbero dovuto essere collegate attraverso assemblee democratiche e istituzioni federali.

Il socialismo di Marković comprendeva quindi una trasformazione molto più ampia dei rapporti di proprietà. La partecipazione politica e l’autogoverno locale erano elementi essenziali del suo progetto. Allo stesso tempo, egli era consapevole che la zadruga stava già entrando in crisi. La diffusione dell’economia monetaria, la pressione fiscale dello Stato e la ricerca di una maggiore autonomia individuale contribuivano alla disgregazione delle comunità familiari tradizionali. Marković non ignorava neppure gli aspetti più problematici della loro organizzazione interna. Il carattere patriarcale della famiglia e la subordinazione delle donne erano difficilmente conciliabili con un progetto di emancipazione sociale. Anche la liberazione femminile doveva quindi rientrare nella trasformazione socialista. Il mondo comunitario del passato poteva offrire alcuni elementi utili, ma non poteva essere semplicemente riprodotto. Occorreva distinguere ciò che poteva favorire l’uguaglianza e la solidarietà da ciò che invece continuava a mantenere rapporti gerarchici.

La parabola politica di Marković fu molto breve. La salute, già compromessa dalla tubercolosi contratta durante gli anni in Russia, peggiorò ulteriormente durante i nove mesi trascorsi nel carcere di Požarevac. Nonostante le sue condizioni, continuò a occuparsi di politica e, appena possibile, tornò a Kragujevac. Il 1º gennaio 1875 fondò Oslobođenje (Liberazione), cercando di mantenere attivo il movimento socialista nonostante la repressione. Anche questa esperienza durò poco. Le autorità lo accusarono di propaganda favorevole ai Karađorđević e di incitamento all’odio contro il principe. Di fronte al rischio di un nuovo processo, Marković lasciò nuovamente la Serbia. Dopo un passaggio a Vienna si trasferì a Trieste, dove morì poco dopo, nel 1875, a soli ventotto anni.

La sua morte mise in evidenza le difficoltà del movimento radicale-socialista serbo. Marković aveva rappresentato un punto di collegamento tra orientamenti differenti e, dopo la sua scomparsa, queste posizioni divennero più difficili da tenere insieme. Una parte del movimento si orientò verso il parlamentarismo e la partecipazione alle istituzioni; altre componenti continuarono invece a sostenere l’insurrezione contadina e la trasformazione rivoluzionaria della società. Si svilupparono inoltre posizioni più nazionaliste, interessate a utilizzare il socialismo per rafforzare la Serbia, e posizioni federaliste legate al progetto di una federazione balcanica sovranazionale. La repressione statale contribuì a indebolire ulteriormente il movimento: i giornali socialisti furono chiusi o vietati e diversi dirigenti furono incarcerati o costretti all’esilio. Le idee di Marković, tuttavia, continuarono a circolare. La crisi politica e sociale che interessava la penisola e che sarebbe culminata nella grande crisi del 1875-1878, iniziata con la rivolta contadina di Nevesinje in Erzegovina, contribuì a mantenere aperti i problemi ai quali il socialismo serbo aveva cercato di dare una risposta.

La morte di Marković non cancellò quindi la sua influenza. Il movimento radicale-socialista da lui fondato si sarebbe rapidamente diviso e alcuni dei suoi compagni avrebbero seguito strade lontane dalle sue idee federaliste e antimperialiste, ma la sua figura continuò a esercitare una forte autorità sulle generazioni successive di socialisti e democratici serbi. La sua critica dell’accentramento statale, la difesa dell’autogoverno comunitario e l’idea che la liberazione nazionale dovesse essere accompagnata dall’emancipazione sociale costituirono gli elementi principali della sua proposta politica. In questo senso, Marković rappresentò uno dei primi tentativi di elaborare una forma di socialismo legata alle condizioni specifiche della società balcanica. È proprio su questo terreno che la sua esperienza può essere accostata, pur con differenze importanti, a quella del poeta e rivoluzionario bulgaro Hristo Botev.

Hristo Botev: la lirica, l’esilio e il martirio rivoluzionario

Hristo Botev nacque nel 1848, nell’allora Impero ottomano, in una famiglia legata al mondo dell’istruzione e al movimento di rinascita nazionale bulgara. Era l’anno delle rivoluzioni europee e Botev crebbe in un ambiente nel quale la questione nazionale si intrecciava sempre più con quella della libertà politica e dell’emancipazione sociale. La sua prima formazione avvenne sotto la guida del padre, prima del trasferimento nell’Impero russo, a Odessa, dove arrivò grazie a una borsa di studio. Qui entrò in contatto con un ambiente intellettuale attraversato dalle correnti radicali che si stavano diffondendo nella Russia del tempo. Frequentò circoli rivoluzionari russi e polacchi e conobbe così il populismo russo, il socialismo rivoluzionario e le prime correnti anarchiche. Queste esperienze ebbero un peso importante nella sua formazione, perché contribuirono a sviluppare in lui l’idea che la liberazione nazionale non potesse essere separata da una trasformazione più profonda della società.

Dopo un temporaneo ritorno in patria, Botev si trasferì in Romania, che rappresentava uno dei principali centri dell’emigrazione politica bulgara. Dopo essere passato da Giurgiu e aver trascorso un periodo a Brăila, dove lavorò come correttore di bozze e tipografo, nell’ottobre del 1867 raggiunse Bucarest. Qui conobbe alcuni dei principali esponenti del movimento rivoluzionario bulgaro, tra cui Vasil Levski, destinato a diventare il principale organizzatore della rete clandestina all’interno della Bulgaria. Levski rappresentava per Botev un modello di rivoluzionario diverso dall’intellettuale costretto all’esilio: la sua idea di liberazione nazionale si basava sull’organizzazione concreta, sulla disciplina e sulla costruzione paziente di una rete rivoluzionaria nel paese. L’incontro con Levski contribuì quindi a collegare la formazione teorica di Botev con una concezione molto più concreta dell’azione politica.

Negli anni successivi Botev alternò l’attività di insegnante in Bessarabia al lavoro giornalistico e politico a Bucarest. Nel giugno del 1871 fondò Duma na bulgarskite emigranti (La parola degli emigrati bulgari), attraverso il quale iniziò a diffondere con maggiore sistematicità le proprie idee. Il giornale gli permise di affrontare non solo la questione della liberazione della Bulgaria dal dominio ottomano, ma anche i problemi sociali che avrebbero dovuto essere affrontati dopo l’indipendenza. La sua attività pubblicistica lo portò presto in conflitto con le autorità. Accusato di cospirazione per i suoi rapporti con gli ambienti rivoluzionari russi, venne arrestato nell’aprile del 1872. Fu liberato alcuni mesi dopo grazie all’intervento di Levski e dello scrittore Lyuben Karavelov, una delle figure più importanti dell’emigrazione politica bulgara.

Da quel momento Botev collaborò strettamente con Karavelov, lavorando come tipografo e condirettore dei giornali Svoboda (Libertà) e Nezavisimost (Indipendenza). Parallelamente curò Budilnik (La sveglia), un giornale satirico nel quale utilizzava spesso l’ironia per criticare l’indifferenza delle classi agiate bulgare verso la causa nazionale e rivoluzionaria. La sua polemica, dunque, non era rivolta soltanto contro il dominio ottomano. Botev riteneva che anche una parte delle élite bulgare, soprattutto i ceti economicamente privilegiati e i notabili interessati a conservare l’ordine esistente, costituisse un ostacolo alla trasformazione del paese. Da qui derivò uno degli elementi più caratteristici del suo pensiero: la rivoluzione doveva essere contemporaneamente nazionale e sociale. Liberarsi dal dominio straniero senza modificare i rapporti di potere interni avrebbe lasciato intatti molti dei problemi che gravavano sulla popolazione.

L’impiccagione di Vasil Levski, nel febbraio del 1873, privò il movimento del suo principale organizzatore e provocò una profonda crisi all’interno del Comitato Centrale Rivoluzionario Bulgaro (BRCC), con sede a Bucarest. Al suo interno si confrontavano diverse posizioni sulla strategia da adottare. Karavelov e i suoi sostenitori ritenevano necessario preparare più lentamente l’insurrezione, mentre Botev, insieme ai settori più radicali, era favorevole a un’azione più immediata e riteneva necessario sfruttare la crescente instabilità internazionale. La crisi balcanica apertasi con la rivolta della Bosnia ed Erzegovina nel 1875 sembrò creare le condizioni per una nuova fase rivoluzionaria. Botev pensava infatti che una rivolta bulgara potesse inserirsi nella più ampia crisi dell’Impero ottomano e contribuire a provocarne il crollo. Nell’agosto del 1875, dopo le dimissioni di Karavelov, assunse la presidenza del BRCC e divenne così uno dei principali rappresentanti dell’ala radicale del movimento rivoluzionario bulgaro.

Il pensiero politico di Botev si sviluppò all’interno di una prospettiva internazionalista e antimperialista. La liberazione della Bulgaria non doveva semplicemente sostituire il dominio ottomano con quello di una nuova élite nazionale. Per essere effettiva, avrebbe dovuto accompagnarsi a una trasformazione dei rapporti sociali e a una nuova organizzazione dei rapporti tra i diversi popoli della penisola. Questa impostazione appare chiaramente nell’articolo Sulla discordia tra i popoli balcanici, pubblicato nel marzo del 1875 sul giornale Zname. Botev analizzava le divisioni esistenti tra le popolazioni balcaniche e criticava i nazionalismi che assumevano un carattere espansionistico. Le rivalità tra serbi, greci, rumeni e bulgari non erano necessariamente il risultato naturale del desiderio di indipendenza. Quando il sentimento nazionale diventava uno strumento per conquistare nuovi territori, rischiava di riprodurre tra i popoli balcanici rapporti di dominio simili a quelli contro cui essi avevano combattuto.

La sua critica riguardava anche il Principato di Serbia. Botev riconosceva l’importanza della lotta serba contro il dominio ottomano, ma contestava il modo in cui la classe dirigente di Belgrado utilizzava l’idea dell’unità slava per perseguire obiettivi dinastici e territoriali. Su questo punto la sua posizione era vicina a quella di Svetozar Marković e alla sua critica della Grande Serbia: entrambi distinguevano la liberazione di un popolo dall’espansionismo dello Stato che pretendeva di rappresentarlo. Botev criticava allo stesso modo lo sciovinismo greco e l’espansione dell’influenza ellenica nella penisola. Guardava inoltre con diffidenza alle politiche di assimilazione culturale e alle difficoltà incontrate dagli emigrati bulgari nei territori sottoposti all’amministrazione rumena.

La sua critica, tuttavia, non mirava a sostituire un nazionalismo con un altro. Il problema era il nazionalismo come strumento di competizione tra élite. Secondo Botev, una soluzione della Questione d’Oriente fondata sulla semplice spartizione dei territori ottomani avrebbe creato nuovi conflitti. Le Grandi Potenze avrebbero potuto sfruttare le rivalità tra i popoli balcanici per estendere la propria influenza, mentre i nuovi Stati avrebbero rischiato di diventare dipendenti dalle strategie internazionali degli Stati più forti. La fine del dominio ottomano, dunque, non garantiva da sola la libertà dei popoli. Senza una trasformazione politica e sociale, la penisola avrebbe potuto passare da una forma di subordinazione a un’altra.

Da questa convinzione derivava il progetto di una Federazione Balcanica, fondata sulla cooperazione tra i popoli liberati e su istituzioni politiche decentrate. Su questo punto Botev si spingeva più lontano di Marković. Il pensatore serbo immaginava una federazione repubblicana costruita attraverso l’autogoverno dei comuni; Botev sviluppava invece una concezione più vicina al libertarismo rivoluzionario, nella quale il potere doveva essere sottratto il più possibile alle strutture centralizzate e alle élite burocratiche.

La rivoluzione avrebbe quindi dovuto affrontare due problemi contemporaneamente. Da una parte vi era il dominio dell’Impero ottomano; dall’altra esistevano, all’interno della stessa società bulgara, gruppi privilegiati interessati a conservare i propri vantaggi. Botev criticava in particolare i chorbadzhii, notabili e proprietari bulgari che collaboravano con le autorità ottomane o traevano profitto dallo sfruttamento delle popolazioni rurali. Per il contadino bulgaro, infatti, non sarebbe cambiato molto se fosse passato dalla dipendenza da un padrone straniero a quella da un padrone appartenente alla propria nazionalità. La liberazione nazionale doveva quindi essere accompagnata dalla trasformazione dei rapporti sociali. L’obiettivo era modificare le basi del potere, non semplicemente sostituire una classe dirigente con un’altra.

In questo aspetto Botev si avvicinava al socialismo rivoluzionario e all’anarchismo, mantenendo però una propria impostazione legata alla realtà balcanica. La questione nazionale non veniva eliminata, ma inserita all’interno di un progetto più ampio di emancipazione delle classi oppresse. Lo stesso atteggiamento emergeva nei confronti della popolazione musulmana dell’Impero ottomano. Botev, seguendo una linea già presente nel pensiero di Levski, distingueva il popolo turco dal sistema politico e sociale fondato sul potere del sultano. Nel saggio I turchi possono partecipare alla rivoluzione insieme ai bulgari, arrivò a sostenere che anche i contadini musulmani potessero partecipare alla rivoluzione se avessero riconosciuto la natura comune della loro oppressione.

Questa posizione era particolarmente importante perché rompeva con una concezione puramente etnica della liberazione. Un contadino cristiano e un contadino musulmano potevano condividere condizioni economiche e sociali simili, mentre un bulgaro appartenente ai ceti privilegiati poteva avere interessi molto diversi da quelli dei contadini bulgari. La divisione fondamentale, quindi, non poteva essere individuata soltanto nella nazionalità o nella religione, ma anche nei rapporti sociali e di classe. La Federazione Balcanica avrebbe dovuto nascere proprio dall’incontro tra queste due esigenze: la liberazione nazionale dei popoli e la loro emancipazione sociale. Su questo terreno Botev si avvicinava nuovamente a Marković, anche se la sua concezione rimaneva più radicalmente libertaria.

Tra gli autori che influenzarono maggiormente Botev vi furono Alexander Herzen e soprattutto Michail Bakunin. Da Bakunin derivarono alcuni elementi fondamentali della sua concezione politica: la critica dello Stato centralizzato, il rifiuto delle gerarchie politiche, l’importanza dell’azione rivoluzionaria dal basso e l’idea di una società organizzata attraverso comunità e federazioni liberamente associate. La rivoluzione non doveva quindi limitarsi alla conquista del potere statale, ma intervenire sui rapporti sociali che permettevano alle classi dominanti di mantenere il proprio controllo.

Su questo punto emergeva una differenza rispetto a Marković. I due condividevano la critica al capitalismo occidentale, l’importanza della questione contadina e il progetto di una federazione balcanica, ma attribuivano un peso diverso alle istituzioni politiche. Marković era più interessato alla costruzione di forme democratiche di autogoverno e alla trasformazione delle istituzioni comunitarie; Botev sviluppò una posizione più vicina all’anarchismo rivoluzionario, nella quale la distruzione delle strutture statali assumeva un’importanza maggiore. Accanto a Bakunin, Botev fu influenzato anche dalle posizioni radicali di Sergej Nečaev, la cui figura rappresentava un modello di rivoluzionario completamente dedito alla causa politica. Il contatto con queste idee contribuì a rafforzare in Botev l’importanza attribuita al sacrificio personale e alla disponibilità del rivoluzionario a mettere in gioco la propria vita.

L’influenza di Nečaev non significa però che Botev possa essere ridotto al terrorismo politico. La violenza rivoluzionaria era per lui soprattutto uno strumento per abbattere un ordine che considerava profondamente oppressivo. La rivoluzione doveva aprire la possibilità di costruire una società diversa. Botev fu inoltre influenzato dal socialismo utopistico francese, in particolare da Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Da Proudhon ricavò soprattutto l’interesse per le forme decentrate di organizzazione sociale e per l’autonomia delle comunità locali. La futura società bulgara avrebbe dovuto evitare la concentrazione del potere politico ed economico e organizzarsi attraverso comuni rurali e associazioni autonome.

Botev seguì con grande attenzione gli sviluppi della Comune di Parigi e ne difese pubblicamente il significato rivoluzionario. La Comune rappresentava ai suoi occhi un esempio concreto di governo diretto degli abitanti e dimostrava che una comunità poteva diventare autonomamente soggetto politico. Il suo interesse non riguardava soltanto le riforme sociali adottate dalla Comune, ma soprattutto il modo in cui essa aveva cercato di sottrarre la gestione della vita politica alle élite tradizionali. La Comune offriva quindi un modello nel quale libertà politica e trasformazione sociale erano strettamente collegate.

Negli ultimi anni della sua vita Botev approfondì anche la conoscenza del marxismo. Nel 1875 lesse in traduzione russa il Manifesto del Partito Comunista e il primo volume de Il Capitale. L’influenza di Marx rimase però inserita all’interno di una formazione che continuava a essere soprattutto populista e anarchica. Come Marković, Botev non riteneva necessario attendere il pieno sviluppo del capitalismo industriale prima di pensare a una rivoluzione. La Bulgaria era una società prevalentemente rurale e la trasformazione politica doveva quindi coinvolgere soprattutto i contadini e le comunità locali. La rivoluzione dipendeva in larga misura dalla mobilitazione popolare e dalla volontà politica, non da un processo economico considerato automatico.

Nell’aprile del 1876 esplose la grande Insurrezione bulgara, preparata dalle reti rivoluzionarie che negli anni precedenti avevano cercato di organizzare una sollevazione contro il dominio ottomano. La rivolta scoppiò però in condizioni difficili e non riuscì a svilupparsi in modo coordinato. Le forze ottomane e le milizie irregolari dei bashi-bazouk la repressero rapidamente, accompagnando la repressione con massacri che colpirono numerosi villaggi bulgari. Le notizie delle violenze provocarono una forte reazione nell’opinione pubblica europea e contribuirono a trasformare la questione bulgara in uno dei principali problemi internazionali del momento.

Per Botev, la sconfitta dell’insurrezione non significava però che la lotta fosse terminata. Di fronte al fallimento della sollevazione interna decise di intervenire personalmente. Con l’aiuto del comitato rivoluzionario di Giurgiu organizzò una cheta, un distaccamento armato composto da circa duecento uomini, assumendone il comando politico e militare. Era una scelta molto rischiosa: la rivolta era stata repressa e le autorità ottomane erano ormai in stato di allerta. Botev riteneva tuttavia necessario continuare la lotta e dare un segnale concreto di resistenza.

L’azione non ebbe l’esito sperato. La popolazione rurale, ancora terrorizzata dalla repressione seguita all’insurrezione di aprile, non si sollevò in massa. I contadini temevano le rappresaglie ottomane e non erano nelle condizioni di sostenere militarmente il distaccamento. La cheta di Botev rimase così isolata, costretta a muoversi in territorio ostile mentre le forze ottomane cercavano di accerchiarla. Il 20 maggio 1876, durante uno scontro nei pressi di Vratsa, Botev venne colpito mortalmente al petto da un proiettile. Aveva ventotto anni.

Con la sua morte terminò anche l’impresa militare. La cheta si disgregò rapidamente e i superstiti furono dispersi o catturati. Dal punto di vista militare la spedizione era stata un fallimento; sul piano simbolico, invece, la morte di Botev trasformò rapidamente la sua figura in quella di un martire della rivoluzione bulgara. La costruzione del suo mito iniziò già negli anni successivi. A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, scrittori come Ivan Vazov e figure politiche come Stefan Stambolov e Zahari Stoyanov contribuirono alla formazione della sua memoria pubblica. Il poeta rivoluzionario divenne progressivamente uno dei simboli della Bulgaria moderna, associato al sacrificio personale e alla dedizione assoluta alla causa nazionale.

La morte di Botev sullo Stara Planina contribuì così a fissarne l’immagine di poeta-soldato e martire rivoluzionario. La sua figura, segnata tanto dalla tradizione romantica quanto dalle idee libertarie, fu successivamente utilizzata da orientamenti politici differenti: entrò nel pantheon nazionale bulgaro, ma continuò anche a essere rivendicata dalle correnti della sinistra balcanica. Come Marković, Botev aveva individuato un problema centrale della politica balcanica: la liberazione nazionale rischiava di rimanere incompleta se non fosse stata accompagnata da una trasformazione dei rapporti sociali e da una maggiore cooperazione tra i popoli della regione. La sua idea di una Federazione Balcanica fondata sulla cooperazione, sull’autogoverno e sull’emancipazione sociale rappresentò così uno degli sviluppi più originali del socialismo rivoluzionario balcanico dell’Ottocento.

L’eredità

La morte prematura di Svetozar Marković e Hristo Botev non interruppe la tradizione socialista che aveva iniziato a svilupparsi nei Balcani. Anzi, la loro scomparsa contribuì a trasformarli quasi subito in figure di riferimento per le generazioni successive. Marković morì lontano dalla Serbia, indebolito dalla tubercolosi e dalla repressione politica; Botev cadde invece sulle montagne bulgare, combattendo contro l’esercito ottomano. Le loro vicende furono diverse, ma avevano alcuni elementi in comune: l’esilio, l’attività rivoluzionaria, la clandestinità e soprattutto una morte avvenuta quando erano ancora molto giovani. Per questo le loro biografie assunsero presto un valore simbolico. Entrambi rappresentavano una possibilità politica che nei Balcani avrebbe continuato a essere discussa a lungo: unire emancipazione sociale, liberazione nazionale e solidarietà tra popoli senza limitarsi a importare modelli elaborati nell’Europa occidentale.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il socialismo balcanico iniziò progressivamente a cambiare. Le nuove generazioni di militanti si confrontarono sempre più direttamente con le opere di Marx ed Engels e con il crescente prestigio della socialdemocrazia europea. Il passaggio dal socialismo agrario e comunitario di Marković e Botev al marxismo organizzato, tuttavia, non avvenne attraverso una rottura netta. Le nuove organizzazioni continuavano infatti a operare in società molto diverse da quelle dell’Europa industrializzata. La maggior parte della popolazione viveva ancora nelle campagne, l’industrializzazione procedeva lentamente e le borghesie nazionali erano relativamente deboli, spesso dipendenti dai capitali stranieri.

Da qui nasceva un problema destinato ad accompagnare a lungo il movimento socialista balcanico: come adattare un’idea universalistica come il socialismo a società prevalentemente rurali, attraversate da divisioni nazionali e religiose e inserite in uno spazio ancora condizionato dalla presenza degli imperi? Marković e Botev avevano già fornito una prima risposta. La trasformazione sociale doveva partire dalle condizioni concrete della penisola e tenere conto della questione contadina, delle forme di solidarietà comunitaria e della frammentazione politica dei Balcani. In questa prospettiva, il socialismo non poteva essere semplicemente una copia delle esperienze dell’Europa occidentale.

In Bulgaria questo processo portò alla formazione di un movimento socialista sempre più organizzato attorno alla figura di Dimitar Blagoev. Nel 1894 venne fondato il Partito Socialdemocratico Bulgaro, destinato in seguito a dividersi tra correnti moderate e radicali. In Serbia, invece, l’eredità di Marković seguì un percorso più complesso. La repressione governativa e l’evoluzione del movimento radicale contribuirono a separare progressivamente il socialismo dalle origini del Partito Radicale di Nikola Pašić, che aveva ormai abbandonato molti degli elementi più radicali del programma markovićano. Soltanto all’inizio del Novecento il movimento operaio serbo riuscì a costruire un’organizzazione stabile con la nascita, nel 1903, del Partito Socialdemocratico Serbo, nel quale avrebbero avuto un ruolo importante Dimitrije Tucović e Dragiša Lapčević.

Processi simili si svilupparono anche negli altri territori della penisola. Organizzazioni socialiste sorsero in Croazia, Slovenia, Dalmazia e Bosnia-Erzegovina, mentre anche all’interno dell’Impero ottomano, soprattutto nei centri urbani più dinamici e caratterizzati dalla presenza di popolazioni diverse, cominciarono a svilupparsi movimenti operai. Le differenze politiche e ideologiche tra questi gruppi rimasero notevoli, ma la loro crescita favorì comunque la formazione di una coscienza socialista balcanica, che iniziava a oltrepassare i confini dei singoli Stati.

All’inizio del XX secolo il problema dell’unità balcanica acquistò un’importanza ancora maggiore. Le rivalità tra gli Stati della penisola, la questione macedone, il progressivo indebolimento dell’Impero ottomano e l’intervento delle Grandi Potenze rendevano sempre più evidente il rischio che la frammentazione politica si trasformasse in una condizione permanente di conflitto. Tra i socialisti cominciò quindi a maturare l’idea di creare un coordinamento stabile tra i diversi movimenti della regione.

Il momento più importante di questo processo fu la Prima Conferenza Socialdemocratica Balcanica, riunita a Belgrado dal 7 al 9 gennaio 1910. Vi parteciparono rappresentanti provenienti da Serbia, Bulgaria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia, Montenegro e dai gruppi socialisti attivi nei territori macedoni ancora sottoposti al dominio ottomano. Per la prima volta forze politiche provenienti da società molto diverse cercarono di elaborare una posizione comune sulla questione sociale, su quella nazionale e sull’ingerenza delle potenze straniere.

Uno dei principali problemi individuati era il nazionalismo espansionistico. Serbia, Bulgaria, Grecia e Romania avevano interessi territoriali spesso incompatibili e le rispettive classi dirigenti tendevano a presentare le proprie rivendicazioni come una naturale espressione della volontà nazionale. I socialisti vedevano invece dietro molte di queste rivendicazioni interessi economici, ambizioni territoriali e strategie di potere. Il rischio era che le popolazioni balcaniche venissero utilizzate come strumenti di conflitti decisi dalle élite.

La risposta proposta era ancora una volta quella della Repubblica Federale Balcanica. L’obiettivo era creare una struttura politica nella quale le diverse nazionalità potessero conservare la propria lingua e la propria cultura senza trasformare automaticamente ogni differenza etnica in una frontiera politica. La federazione avrebbe dovuto quindi permettere la convivenza delle diverse comunità, sottraendole alla competizione permanente tra Stati nazionali.

Accanto alla questione nazionale, il programma socialista balcanico assumeva una forte dimensione antimilitarista. Gli eserciti permanenti erano considerati strumenti attraverso i quali le monarchie potevano sostenere tanto l’espansione territoriale quanto il controllo interno. A questi apparati veniva contrapposta l’idea di una milizia popolare legata alla difesa delle comunità e non agli interessi delle dinastie. Anche il problema economico aveva un peso importante. La frammentazione della penisola in numerosi piccoli mercati rendeva i singoli Stati più vulnerabili alla penetrazione finanziaria delle potenze occidentali. Una maggiore integrazione economica e politica avrebbe potuto quindi ridurre la dipendenza dai capitali stranieri e dall’indebitamento.

La tradizione federalista assunse forme diverse nelle elaborazioni dei principali dirigenti socialisti dell’inizio del Novecento. Tra questi spiccano Dimitar Blagoev e Dimitrije Tucović.

Blagoev fu probabilmente il dirigente più vicino, per radicalismo, alla tradizione rivoluzionaria inaugurata da Botev. Fondatore del movimento socialista bulgaro, sostenne con decisione l’indipendenza politica della classe operaia. A suo giudizio, la debolezza delle borghesie nazionali balcaniche rendeva difficile attribuire loro un ruolo realmente democratico. Erano troppo dipendenti dai capitali stranieri e troppo interessate alla conservazione dei propri privilegi per poter essere considerate alleate affidabili del proletariato. Anche la questione nazionale doveva quindi essere affrontata senza subordinare il socialismo agli interessi delle classi possidenti.

Particolarmente delicata era la questione macedone, che costituiva uno dei principali motivi di contrasto tra Serbia, Bulgaria e Grecia. Blagoev riteneva che essa dovesse essere sottratta alla logica delle annessioni territoriali e ricondotta al principio dell’autodeterminazione. Una federazione socialista avrebbe potuto, secondo questa prospettiva, superare proprio quella competizione nazionale che trasformava le popolazioni della regione in strumenti delle rispettive borghesie.

Una posizione altrettanto radicale venne sostenuta da Dimitrije Tucović, la cui riflessione si concentrò soprattutto sulla critica del militarismo e dell’espansionismo serbo. Tucović non esitò a mettere in discussione la politica estera del proprio paese, anche quando ciò significava entrare in contrasto con il sentimento nazionale dominante. Criticava infatti il tentativo di presentare le conquiste territoriali come una conseguenza necessaria della liberazione nazionale.

La sua analisi della questione albanese fu particolarmente significativa. In Serbia e Albania, pubblicato nel 1914, Tucović denunciò le violenze commesse dall’esercito serbo durante le operazioni militari in Albania. A suo giudizio, la politica di conquista produceva un risultato opposto a quello proclamato dalla propaganda ufficiale: invece di liberare i popoli balcanici, li sottoponeva a nuove forme di dominio e li spingeva sotto l’influenza di altre potenze imperiali.

La questione albanese diventava così un esempio concreto dei limiti dell’espansionismo nazionale.

Tucović riprendeva, in questo senso, la critica già formulata da Marković nei confronti della Grande Serbia. Essere patrioti non significava necessariamente sostenere la politica della propria classe dirigente. Per un socialista, anzi, era proprio il contrario: il compito politico consisteva anche nel denunciare le violenze commesse dal proprio Stato in nome della nazione. La critica doveva essere rivolta tanto contro le potenze straniere quanto contro il proprio governo quando esso agiva contro i principi dell’emancipazione.

La costruzione di una politica socialista nei Balcani rimase comunque legata al rapporto con la socialdemocrazia dell’Europa occidentale, soprattutto con il Partito Socialdemocratico Tedesco. Quest’ultimo rappresentava il principale punto di riferimento organizzativo e teorico del movimento operaio europeo, ma proprio la sua autorevolezza rendeva più evidente il problema della specificità balcanica.

Una parte della difficoltà derivava dalle posizioni espresse da Marx ed Engels sulla questione balcanica. Alcuni dei loro scritti di politica internazionale degli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento mostravano una forte diffidenza verso i movimenti nazionali slavi. Il timore principale era che la crisi dell’Impero ottomano potesse essere sfruttata dalla Russia zarista per rafforzare la propria presenza verso gli Stretti e il Mediterraneo. In questa prospettiva, le lotte nazionali balcaniche rischiavano di essere interpretate soprattutto attraverso la rivalità tra le grandi potenze.

Per i socialisti della regione il problema era evidente: come poteva un movimento che sosteneva l’emancipazione universale riconoscere il diritto dei popoli all’autodeterminazione se alcune lotte nazionali venivano considerate soltanto come strumenti della politica russa? Alla fine dell’Ottocento queste posizioni cominciarono a essere rimesse in discussione. Il dibattito sviluppatosi sulle pagine di Die Neue Zeit negli anni Novanta mostrò che la questione balcanica non poteva essere spiegata soltanto attraverso la politica estera della Russia. Rosa Luxemburg e Karl Kautsky, pur partendo da posizioni differenti, contribuirono a riconoscere il peso delle trasformazioni interne all’Impero ottomano e il legame tra il suo declino, le trasformazioni economiche e la nascita di nuovi movimenti politici e operai.

L’apertura rimase comunque parziale. Una parte della socialdemocrazia occidentale continuava a considerare l’Europa occidentale come il modello più avanzato dello sviluppo storico e i Balcani come una regione ancora arretrata, destinata a seguirne il percorso. I socialisti balcanici contestavano proprio questa impostazione. Le condizioni della penisola erano troppo diverse perché le categorie elaborate per le società industriali dell’Europa centro-occidentale potessero essere applicate senza modifiche.

Il problema divenne ancora più evidente all’inizio del Novecento, soprattutto quando il colonialismo e la questione della Bosnia-Erzegovina misero alla prova l’internazionalismo della Seconda Internazionale. Alcuni socialdemocratici occidentali arrivarono a considerare positivamente l’amministrazione esercitata dalle potenze europee nei territori coloniali, utilizzando argomenti che non erano molto lontani da quelli con cui gli stessi imperi giustificavano il proprio dominio.

Per i socialisti balcanici era una posizione difficilmente accettabile. La loro stessa esperienza storica mostrava infatti quanto facilmente il linguaggio della “civilizzazione” potesse essere utilizzato per giustificare la subordinazione di un popolo. L’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria nel 1908 rappresentò un caso particolarmente evidente. Tucović reagì duramente alle posizioni dei socialisti austriaci che accettavano l’annessione limitandosi a chiedere riforme costituzionali all’interno dell’Impero. Dal suo punto di vista, il socialismo non poteva difendere l’autodeterminazione in astratto e poi negarla quando entrava in contrasto con gli interessi di una grande potenza europea.

La questione bosniaca riproponeva così, in forme nuove, una critica che Marković aveva già rivolto all’austroslavismo. L’idea di trasformare gradualmente l’Impero asburgico in una struttura federale appariva ai socialisti più radicali insufficiente, perché lasciava intatti i rapporti di potere sui quali l’Impero si fondava.

Queste divergenze aumentarono la distanza tra la socialdemocrazia balcanica e una parte di quella occidentale. Nel 1914, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, la crisi dell’internazionalismo della Seconda Internazionale trasformò il problema in una scelta concreta. Molti partiti socialisti europei finirono infatti per sostenere le politiche nazionali dei propri Stati. La contrapposizione tra internazionalismo e nazionalismo non era più soltanto teorica: diventava una questione politica immediata.

I socialisti serbi e bulgari delle correnti più radicali mantennero invece posizioni fortemente antimilitariste. La loro opposizione alla guerra e alle spese militari li rese minoritari e politicamente isolati, ma mostrò anche la persistenza della tradizione federalista inaugurata da Marković e Botev. L’idea che i lavoratori dei diversi paesi balcanici avessero interessi comuni superiori a quelli delle rispettive classi dirigenti non era scomparsa. La crisi internazionale, semmai, ne rendeva ancora più evidente la necessità.

La fine della Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre aprirono una fase completamente nuova. Il crollo degli imperi ottomano e asburgico modificò profondamente la geografia politica della penisola e la nascita di nuovi Stati rese ancora più urgente il problema dei rapporti tra le diverse nazionalità. Allo stesso tempo, la rivoluzione russa offriva ai socialisti balcanici un nuovo punto di riferimento internazionale.

Nei primi anni Venti l’idea di una Federazione Socialista Balcanica tornò quindi al centro del dibattito. La nascente Internazionale Comunista sembrava inizialmente offrire uno spazio nel quale le precedenti aspirazioni federaliste potessero essere ripensate alla luce della rivoluzione proletaria. In questo tentativo ebbe un ruolo importante Christian Rakovsky, che cercò di mantenere un legame tra la tradizione socialista balcanica e il nuovo movimento comunista internazionale.

La situazione cambiò però rapidamente con la progressiva bolscevizzazione dei partiti comunisti e con l’affermazione dello stalinismo. Il progetto di una federazione costruita attraverso la cooperazione tra i diversi movimenti rivoluzionari lasciò progressivamente spazio a una struttura internazionale molto più centralizzata, nella quale le decisioni fondamentali provenivano da Mosca. La Federazione Socialista Balcanica perse così gran parte della propria autonomia e il problema della penisola venne sempre più inserito nel quadro della politica internazionale sovietica.

La vicenda di Christian Rakovsky mostra bene la drammaticità di questo cambiamento. Dopo essere stato uno dei principali dirigenti del movimento comunista internazionale, entrò progressivamente in conflitto con Stalin e con la crescente centralizzazione del potere sovietico. La sua emarginazione, la deportazione e infine l’esecuzione nel 1941 rappresentarono il punto finale di una parabola nella quale la vecchia idea di una federazione socialista costruita attraverso la cooperazione tra popoli diversi era ormai entrata in conflitto con il modello centralizzato imposto dall’Unione Sovietica.

Non era in gioco soltanto un diverso progetto istituzionale. Stava scomparendo una particolare concezione del socialismo, fondata sull’autogoverno, sulla pluralità delle comunità e sulla cooperazione tra popoli differenti. Marković aveva immaginato una federazione costruita dal basso, a partire dalle comunità rurali e dall’autogoverno municipale; Botev aveva pensato a una solidarietà rivoluzionaria capace di superare le divisioni nazionali e religiose. Il modello staliniano andava invece nella direzione opposta, privilegiando la centralizzazione del potere politico e l’uniformità organizzativa.

La contraddizione era evidente. Una tradizione politica nata anche dalla critica del centralismo statale finiva per essere assorbita da un sistema nel quale il centralismo costituiva uno dei principi fondamentali dell’organizzazione politica.

L’attualità del socialismo federalista balcanico

La storia del socialismo balcanico tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento non può essere letta semplicemente come l’arrivo del marxismo nell’Europa sud-orientale. Prima ancora della nascita dei partiti socialisti organizzati, Svetozar Marković e Hristo Botev avevano già posto alcune delle questioni che sarebbero rimaste centrali nella storia politica della penisola: il rapporto tra questione sociale e questione nazionale, la critica del militarismo e dell’espansionismo, il ruolo delle comunità locali, la necessità di superare la frammentazione politica e il problema dell’ingerenza delle Grandi Potenze.

La loro originalità stava soprattutto nel tentativo di pensare il socialismo a partire dalle condizioni reali dei Balcani. Non vedevano la penisola come una semplice versione arretrata dell’Europa occidentale, ma come uno spazio con caratteristiche proprie: società prevalentemente rurali, deboli borghesie nazionali, persistenza di strutture comunitarie e una forte presenza delle questioni nazionali e religiose. Marković aveva individuato nella zadruga e nell’opština elementi dai quali partire per costruire forme di cooperazione e autogoverno; Botev aveva sviluppato una posizione più nettamente libertaria, nella quale la liberazione nazionale doveva accompagnarsi all’emancipazione sociale e alla lotta contro le gerarchie.

Le generazioni successive cercarono di trasformare queste intuizioni in programmi politici più strutturati. La nascita dei partiti socialdemocratici, la Conferenza socialista balcanica del 1910 e il progetto della Federazione Socialista Balcanica rappresentarono alcuni dei principali tentativi in questa direzione. Alla base di questi progetti vi era una convinzione semplice, ma tutt’altro che scontata: la nascita di piccoli Stati nazionali non avrebbe garantito automaticamente la libertà dei popoli balcanici. La fine degli imperi poteva infatti produrre nuovi conflitti, questa volta alimentati dal militarismo, dall’espansionismo territoriale e dalla dipendenza economica dalle grandi potenze.

La federazione veniva quindi pensata come qualcosa di più di una semplice alleanza tra governi. Doveva modificare i rapporti politici ed economici della penisola e permettere alle diverse comunità di convivere senza essere costrette a trasformare ogni differenza in una frontiera. Il fallimento di questo progetto non cancellò le questioni alle quali esso cercava di rispondere. La Prima guerra mondiale mostrò quanto le rivalità nazionali, intrecciate agli interessi delle Grandi Potenze, potessero produrre una catastrofe di dimensioni continentali. Qualche anno più tardi, l’affermazione dello stalinismo mostrò un altro problema: anche un movimento nato nel nome dell’internazionalismo poteva trasformarsi in un sistema fortemente centralizzato.

La tradizione federalista balcanica rimase così stretta tra due modelli che aveva cercato di superare: da un lato il nazionalismo degli Stati rivali, dall’altro il centralismo imposto dall’alto. È anche per questo che l’esperienza di Marković e Botev conserva un interesse storico particolare. Non può essere ricondotta semplicemente a un nazionalismo socialista, né può essere considerata una forma incompiuta del comunismo novecentesco. Appartiene a una fase nella quale il socialismo balcanico stava ancora cercando la propria fisionomia e doveva confrontarsi con problemi che non avevano un equivalente preciso nelle società industriali occidentali.

Il punto centrale della loro proposta rimaneva la convinzione che unità e libertà non dovessero necessariamente escludersi. Le differenze nazionali potevano essere mantenute senza trasformarle in motivo di guerra, mentre l’unità politica poteva essere costruita senza ricorrere necessariamente alla centralizzazione. La federazione rappresentava, in questo senso, il tentativo di tenere insieme queste esigenze.

L’eredità di Marković e Botev sta quindi meno in un modello istituzionale preciso che nel modo in cui affrontarono il problema balcanico. Entrambi cercarono una strada che permettesse di superare contemporaneamente la frammentazione nazionalista e la subordinazione alle grandi potenze, senza sacrificare l’autonomia delle comunità. La libertà, nella loro prospettiva, non poteva essere separata dall’emancipazione sociale; l’unità, allo stesso modo, non poteva significare dominio di un popolo sugli altri.

La Federazione Balcanica rimase un progetto incompiuto. L’idea che i popoli della penisola potessero però costruire una forma di convivenza fondata sulla cooperazione, sull’uguaglianza e sull’autogoverno sopravvisse alla sua sconfitta. È probabilmente questo l’aspetto più importante della loro eredità: non una soluzione definitiva alla questione balcanica, ma il tentativo di immaginare una forma di unità nella quale unire non significasse dominare e difendere la propria libertà non significasse negare quella degli altri.