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Negli ultimi decenni si è assistito a numerosi sconvolgimenti nel disordine globale, in particolare allo scoppio di molti conflitti e di guerre che hanno e stanno ridisegnando continuamente l’assetto geopolitico e culturale mondiale.

Ma, al di là della superficiale visione della guerra come auge di un conflitto fra stati, civiltà o anche fra gruppi umani più piccoli, si potrebbe fare un’altra interpretazione che ci riguarda non più realmente, ma più da vicino: la guerra non è solo un fatto politico, ma è anche un dispositivo permanente e in evoluzione che muta le società, i suoi individui e le aspirazioni che essi hanno.

Di Ivan Branco

Negli ultimi decenni si è assistito a numerosi sconvolgimenti nel disordine globale, in particolare allo scoppio di molti conflitti e di guerre che hanno e stanno ridisegnando continuamente l’assetto geopolitico e culturale mondiale.

Ma, al di là della superficiale visione della guerra come auge di un conflitto fra stati, civiltà o anche fra gruppi umani più piccoli, si potrebbe fare un’altra interpretazione che ci riguarda non più realmente, ma più da vicino: la guerra non è solo un fatto politico, ma è anche un dispositivo permanente e in evoluzione che muta le società, i suoi individui e le aspirazioni che essi hanno.

In questo senso, la guerra contribuisce a generare nelle società e negli uomini cambiamenti e desideri tali da portare la guerra anche all’interno del tessuto civile delle società, trasformandole così in un altro campo di battaglia.

Il senso stesso della società civile, che si può sintetizzare e distaccare dal mondo militare come il luogo, fisico e ideale, in cui gli uomini, le culture e le civiltà si incontrano, scambiano e convivono grazie a delle leggi e una ragione superiore alle contingenze, ebbene questo stesso senso viene così ridimensionato e poi sostituito da una concezione della violenza, del conflitto, dell’isolamento e anche dell’espansionismo come forze positive e che permeano tutto l’agire e il pensare umano e la sua organizzazione collettiva.

La società non è più il luogo dell’incontro, dello scambio e della legge, ma è un campo di scontro, tensione e sovranità, portando così alla ribalta anche quel senso egoistico, tribale, disciplinato, nichilista, ma anche onesto e crudo dell’esistenza militare e bellica.

Questo è il tipo di sviluppo che la maggior parte delle società e blocchi di civiltà del mondo sta sperimentando da 30 anni: dagli USA alla Russia, passando per l’Ucraina, i Balcani e il Caucaso e finendo in Medio Oriente e infine in Africa.

Stiamo vivendo qualcosa di molto più sottile e potenzialmente più distruttivo e intenso di un semplice aggravarsi delle tensioni mondiali: il collasso delle società civili e la nascita di società in cui la guerra e l’esperienza bellica si fanno legge che governano la vita degli stati e l’esistenza degli individui.

Dagli anni ’90 in poi, il mondo è entrato in una fase di trasformazione profonda in cui le guerre non hanno più soltanto ridefinito confini, alleanze e rapporti di forza, ma hanno progressivamente rimodellato la struttura psicologica, culturale e politica delle società civili, trasformando la militarizzazione da evento straordinario a condizione permanente dell’esistenza collettiva. Questo tipo di sviluppo delle società non ha come unico precedente storico quello delle guerre e rimodellamenti geopolitici dagli anni ‘90 ad oggi: già nel 1792-3, durante la guerra che la Francia rivoluzionaria stava combattendo contro le monarchie di Austria e Prussia, il governo francese portò avanti una campagna di coscrizione di massa per arginare la carenza di uomini e d’organizzazione dell’esercito francese. Oltre a ciò, molte delle varie fazioni rivoluzionarie che formavano l’Assemblea Legislativa, spinsero molto affinché la Francia entrasse in guerra, portando così anche un clima di radicalizzazione e alla mobilitazione generale della società francese. Altri due casi emblematici sono quelli dei periodi post-bellici del ‘14-’18 e ‘39-’45, periodi in cui sia in Italia sia nel resto del globo si è assistito non solo a uno sforzo bellico congiunto di tutte le popolazioni coinvolte nei conflitti, ma anche alla cementificazione, sia prima sia dopo i due conflitti mondiali, di metodi e idee che traevano dalla guerra la loro linfa vitale. In tutto ciò, dunque, il periodo che va dagli anni ‘90 ai nostri giorni non differisce molto da molte altre esperienze di mobilitazione e militarizzazione delle società e degli stati, ma vi è un distinguo principale che la caratterizza in modo particolare rispetto alle altre epoche. In un mondo che aveva visto la fine di qualsiasi contrapposizione fra grandi blocchi politici, delle barriere culturali e commerciali e la nascita di un sotto-mondo completamente digitale e la cui cultura si formava e viaggiava a una velocità tutta sua, ebbene, il ritorno della guerra, della distinzione noi/loro e della programmazione “attiva” delle dinamiche e del contenimento sociale ha portato non solo alla ribalta della necessità di formare una società in grado di sopportare il peso dell’impegno militare e di servire sotto le armi per gli interessi del proprio paese, ma ha visto anche il formarsi di un tipo di cultura della conflittualità, della sopravvivenza e della disgregazione che per potenza e radicamento supera tutte le epoche precedenti.

Dalla società americana post-11 settembre, segnata dalla paranoia securitaria, dalla sorveglianza e dalla normalizzazione dello stato d’emergenza, fino alla Russia post-sovietica, ai Balcani frammentati dai nazionalismi etnici, al Caucaso destabilizzato dalle guerre identitarie, al Medio Oriente dissolto in conflitti settari, guerre civili e organizzazioni ibride come lo Stato Islamico, la guerra ha cessato di essere un fenomeno limitato al campo militare per penetrare nel linguaggio politico, nella percezione dell’altro e nella vita quotidiana delle popolazioni. Parallelamente, in Africa e nel Sahel, il collasso o l’indebolimento delle istituzioni statali ha favorito l’ascesa di milizie, economie armate, signori della guerra e regimi militari, rendendo il potere armato la principale forma di legittimità sociale e politica. In questo nuovo scenario globale, la distinzione tra società civile e struttura militare tende progressivamente a dissolversi, lasciando emergere società ibride dominate dalla paura, dalla frammentazione identitaria, dalla logica della sopravvivenza e dalla centralità permanente della sicurezza e del conflitto.

Nei vari contesti socio-politici delineati, pur con le loro sfumature e caratteristiche particolari, si può riscontrare un unico grande movimento riguardante il passaggio dalla distinzione fra società civile e mondo militare a un nuovo tipo di società, ovvero quella “post-civile”.

In tutte le società coinvolte in guerre prolungate e intense negli ultimi 30 anni, dall’Occidente all’Oriente e in Africa, ebbene, le società civili stanno vedendo un mutamento della propria forma e della propria essenza.

In termini generali, questo tipo di mutamento e di evoluzione, nonché anche lo stesso concetto di “società post-civile”, riguardano il fatto che la politica e tutti i suoi caratteri si stanno completamente distaccando dalle vecchie definizioni e delimitazioni dell’epoca moderna e contemporanea, e si stanno già delineando i tratti delle possibili società di una nuova epoca che sta sopraggiungendo: quella della conflittualità latente e ad alta intensità.

Più precisamente, il cambiamento della società è duplice: essa non è più la composizione di attori e categorie con un’identità definita e il cui processo dialettico di incontro-scontro-risoluzione ponga le basi di definizioni politiche, sociali, culturali e antropologiche precise e misurabili; e, al contempo, vi è un rafforzamento e un assolutizzazione di certi principi, istituzioni e visioni che portano così ogni elemento sociale a doversi sottomettere alle logiche di quei componenti superiori.

Ciò che sta avvenendo, tramite proprio la militarizzazione delle collettività, è lo sviluppo e l’affermazione, sempre più autonoma, di una vera e propria politica a più dimensioni e velocità.

La prima dimensione che si sta andando a delineare è quella in cui non vi sono più dei caratteri che vivono organicamente seppur in modo distinto, come lo stato, la società civile e il mondo militare, ma vi operano delle tensioni e dei gruppi che si fondano sulla pura forza, influenza ed egemonia.

La convivenza collettiva e le sue regole vengono così sostituite, sia nel contenuto e sia, in parte, nella forma, da una logica in cui a prevalere è la necessità di distaccarsi, come individui e/o come gruppi, da tutto il corpo sociale e considerarlo come estraneo o persino come un nemico. Questo perché il continuo rapportarsi della popolazione con un tipo di linguaggio, di esperienza, di spettacolarizzazione della guerra e anche con l’aumento di uomini, donne e giovani che hanno attivamente preso parte a dei conflitti e sono poi tornati nella società civile, ebbene tutte queste cause stanno portando a un rimodellamento dell’assetto sociale proprio perché l’esperienza bellica viene interiorizzata dagli individui e, così, anche dal tessuto sociale stesso. Il conflitto e la radicalizzazione, in un corpo sempre più disallineato, disperso e debole, divengono le uniche soluzioni pratiche e delle convinzioni ideali che possono mantenere uno stato di sicurezza e di indipendenza, negli individui e nei gruppi, in un contesto in cui quello stato è sempre sotto minaccia, anche da parte delle istituzioni.

La seconda dimensione, invece, è contrapposta ma parallela alla prima: tutti quanti i gruppi principali, i sottogruppi e i gruppi “underground” di una società, pur essendo in continua competizione e contrapposizione fra di loro, vengono sottomessi da un’autorità (che sia immanente, come un’istituzione, o astratta, come un’ideologia o una religione) la quale non ha come interesse primario quello di far cessare i conflitti fra tutti i gruppi sociali, ma di usare questa divisione per favorire la propria supremazia su tutti i gruppi e far sì che la potenza acquisita possa essere usata anche per il conflitto contro altre autorità (ovvero: altri stati, altri ideologie, etc.).

In questo caso, le logiche del conflitto fra la micro-identità sociali non viene annullato, ma ampliato e intensificato poiché posto nelle mani di un gruppo che detiene una forza e un’egemonia maggiori rispetto a tutti quanti gli altri che, appunto, vanno a comporre l’autorità.

Ciò è anche la conseguenza di un altro tipo di mutamento che sta avvenendo, e che la militarizzazione, seppur in modo indiretto in molti casi, sta aiutando a propagare: la stratificazione in tante micro-realtà e micro-identità all’interno del più grande corpo sociale, che dal solo corpo sta diventando sempre di più uno spettro.

Sia le tensioni micro-identitarie; sia l’importanza data ai concetti della forza, dell’influenza e dell’egemonia; e sia il rafforzarsi dei gruppi che compongono l’autorità sociale stanno portando a due conseguenze che renderanno ancora più netto e decisivo il taglio con la società moderna e la necessità del conflitto come mezzo e fine della strutturazione sociale.

La prima conseguenza riguarda l’intensificarsi della radicalizzazione di tutte le fasce ideologiche, culturali e persino d’età, ponendo quindi non solo una maggior stratificazione nei gruppi, ma, paradossalmente, anche a un incremento della tolleranza e dell’accettazione verso idee, ideologie e movimenti sempre più estremi e/o radicali che raggruppano molti gruppi eterogenei fra di loro tramite l’uso delle stesse categorie di analisi e di fini condivisi. Un esempio lampante di ciò è la rivitalizzazione che sta vedendo il movimento dell’alt-right, non solo in America, ma in tutto il mondo; ma anche la recente collaborazione fra gli indipendentisti tuareg e i jihadisti in Mali; o ancora, il raggruppamento di forze politiche sia moderate sia estremiste all’interno delle formazioni militari dell’esercito russo e di quello ucraino.

La seconda conseguenza, legata strettamente alla prima, è che si sta assistendo anche all’intensificarsi proprio di quello spazio che non possiede reali confini giuridici, storici e mentali, ma solo delle tensioni e dei raggruppamenti che possono fortificarsi e sciogliersi a una velocità e con dei metodi iperveloci: lo spazio di Internet. Quest’ultimo non è più una frontiera che va ancora esplorata e colonizzata, ma, anzi, è Internet stesso che sta colonizzando e rimodellando quelli che sono, a tutti gli effetti, i sistemi culturali, d’identità, sociali, politici e persino militari tramite un ulteriore dispersione delle collettività, il rafforzamento delle micro-identità e dei gruppi dell’autorità.

In sostanza, in questa società post-civile, grazie anche alle spinte esogene della guerra e del suo star alterando la percezione e la razionalizzazione degli spazi, dei luoghi, dei confini, dei rapporti e delle identità degli individui, delle collettività, degli stati e delle idee, ebbene il conflitto si sta facendo sempre più interiorizzato e usato come dispositivo per regolare l’interazione e la concezione che gli individui possiedono all’interno di una società e di un’intera società nei confronti di un’altra civiltà.

Nella rimodulazione della percezione, anche il linguaggio è soggetto a questo tipo di cambiamento radicale: i termini conflittuali, le immagini di distruzione e lotta, il richiamo continuo alla sicurezza e alla prevenzione, ebbene, tutto ciò sta contribuendo a plasmare non solo il modo in cui si parla, ma anche il modo in cui si concepisce l’agire e il pensare sociale e politico e verso quali finalità tutto ciò vada concepito.

Già Jean Baudrillard, con le sue analisi e interpretazione dei conflitti, intuì che la commistione fra guerra e percezione, intensificata ancora di più dall’avvento ed espansione di Internet, avrebbe portato proprio alla creazione di una moltitudine di simulacri che non solo avrebbero sciolto tutti i legami sociali e culturali, ma, paradossalmente, avrebbero rafforzato la creazione e la potenza di tante micro-realtà che si contendono il loro spazio all’interno della società – e dunque anche nel globo.

Il passo ulteriore che però sta accadendo, è che tali micro-identità non vivono e non operano più di loro iniziativa, ma operano per il perpetuarsi ed evolversi di quella conflittualità, politica militante e militarizzazione che, da strumenti di potere e controllo degli stati sugli individui e gli altri stati, sono divenute dei sistemi indipendenti di intensificazione e collasso delle rivalità umane.

In sostanza, la guerra riesce ad autoalimentarsi grazie proprio alla multidimensionalità e multivelocità delle società, che si traduce nell’aver già rimodulato le percezioni, gli usi, le idee e gli obiettivi dei micro-gruppi e delle autorità sociali per far sì che tutti i loro futuri sviluppi siano sempre improntati verso la necessità del conflitto e della competizione.

 

Il dispositivo della guerra e la formazione delle società post-civili non sono solo peregrinazioni filosofiche e astratte, ma stanno già ridisegnando gli spazi e le interazioni delle attuali società.

Negli USA la radicalizzazione, il controllo statale e la percezione della paura interna e dell’esterno hanno raggiunto limiti inimmaginabili per qualche decennio fa, e tutto ciò si sta ulteriormente intensificando.

Nel contesto russo-ucraino il processo di unione fra civile e militare è già una realtà, che il conflitto attuale sta portando solo ai suoi estremi e al suo diventare stato permanente e di definizione delle politiche future.

Nei casi del Medio Oriente e dell’Africa tale processo sta saturando le già presenti divisioni e settorialità delle società, portando a una pericolosa commistione fra l’essenza arcaica di quelle società, la loro impacciata modernizzazione e la visione sempre più presente di uno sviluppo futuro portato avanti dalle macchine e l’iper-globalizzazione.

Inoltre, anche nel contesto latino-americano è visibile questo cambiamento tramite l’affermarsi di stati sempre più presenti ma anche di realtà sociali e persino criminali ancora forti e in grado di rivaleggiare con gli stati e la loro volontà di ristabilire il loro primato giuridico, politico ed esistenziale.

Tale processo di militarizzazione infetta anche il Vecchio Continente, risvegliato dal sonno e dal sogno della pace perpetua e della pacifica e compromissoria convivenza fra i cittadini e le civiltà, e rigettato così nella concretezza del divenire storico e dei processi geopolitici.

Dunque, la guerra si sta trasformando sempre di più in una conflittualità latente che trasforma attivamente e passivamente i linguaggi, le forme del potere e della socialità, le idee e la percezione degli spazi e del tempo, unificando tutte le civiltà tramite la loro disgregazione interna e una perenne rivalità fra nazioni e idee che troveranno nel conflitto né una risoluzione né una sintesi, ma solo un cambiamento necessario e imposto del loro attuale stato in altri per rafforzare il dispositivo della guerra. In altre parole, le società attuali non possiedono la capacità strutturale per poter uscire dalle logiche della guerra, portando quest’ultima a permeare la strutturazione futura delle collettività e anche delle individualità umane.

E l’evolversi della società post-civile, seppur ancora in atto, sta già mostrando delle prime e chiare forme della sua struttura: non solo radicalizzazione degli individui, conflittualità come forma mentis e d’azione dei gruppi e delle autorità sociali, o dispersione-rimpicciolimento-intensificazione delle identità, ma anche la decostruzione del ruolo di mediazione svolto dalla società civile tra le necessità esistenziali dei soggetti e dei gruppi, il loro essere differenti ma comunicanti e il rispetto senza sottomissione nei confronti di un’autorità condivisa.