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Sentire parlare di “sindacalismo rivoluzionario” oggi e soprattutto, in Italia, dove gli attuali maggiori sindacati sono del tutto assoggettati alle logiche di potere (salvo per poi inserirsi nel corso delle proteste per la Palestina, per tentare di rifarsi una verginità), può sembrare strano; ma non si tratta di una mera etichetta politica o di una spuria categoria ideologica come tante altre. Di Lorenzo Maffetti.

Racchiuso nell’insieme del socialismo, il sindacalismo rivoluzionario italiano è stato un fenomeno che ha storicamente portato alla ribalta gli operai, fronteggiando lo stato borghese. Nonostante poi la parabola fallimentare del socialismo italiano, braccato dalla reazione borghese prima e dal duo DC-USA dopo, il tutto condensato in un mix di scelte socio-politiche sbagliate e immissioni di elementi non proprio affini alla causa nel suo decorso storico, il sindacalismo lascia una traccia, che è  “modus vivendi” e “forma mentis” insieme, inserendosi nella storia del socialismo, non come un suo opposto e neppure come suo sottoposto, ma come originalità politica e combattiva intrisa di un certo patrimonio nazionale.

Nel riassumere il sindacalismo rivoluzionario, Max Gaozza (nella sua omonima analisi già uscita su questo sito) è molto preciso: seguendo le orme di Corridoni e dei sindacalisti del passato, e calando l’ideale e la propria visione nel mondo del 1993, afferma che <<Il Sindacalismo Rivoluzionario può quindi definirsi la dottrina che enuclea quanto di specificamente rivoluzionario, cioè operante verso un mutamento della società, esiste nel Sindacato e, senza rinnegare il rimanente, attribuisce solo a questi elementi specifici la virtù di concorrere al mutamento della società moderna.>> Quindi l’unità primaria e la fonte di forza del sindacalismo è l’operaio, il lavoratore agente come “forza rivoluzionaria” all’interno del Sindacato. Oltre alla teoria, il sindacalismo rivoluzionario è soprattutto un atto di azione, una imposizione autoritaria del sindacato operaio che, non preoccupandosi <<della legalità esistente (legalità borghese)>>, proclama <<che il suo fine è la gestione sociale della fabbrica>> e che <<su questo terreno è esclusa la base della mediazione e dell’accordo>>.

Soprattutto, il sindacalismo rivoluzionario non è solamente una rivoluzione politica, ma economica, perché si occupa di operai, salari, gerarchia, gestione della fabbrica e lotta di classe e la macchina dello Stato è declassata a <<organizzazione degli interessi generali (educazione, amministrazione ecc.).>>; esso non ha bisogno dei seggi parlamentari. E anche nel suo carattere rivoluzionario non è solo teoria, ma anche accrescimento delle facoltà di fabbrica da parte degli operai, miglioramento tecnico e manuale, al fine di saper gestire collettivamente l’impianto industriale, eliminando la subordinazione dell’operaio al padrone. <<Il Sindacalismo Rivoluzionario tende appunto ad accrescere le sue qualità di buon operaio, d’uomo libero, di buon produttore, che non sia un numero in un gregge capitalistico, economico o elettorale. Non è però pensabile che la maggioranza della classe lavoratrice sia oggi capace di seguire la politica sindacalista rivoluzionaria ed è questo uno dei grandi limiti.>>

Osservando più a fondo, il sindacalismo è un fatto umano, inserendosi di punta nell’humanitas propria del socialismo nel suo insieme, per una duplice ragione: da un lato rivendica dignità e diritti di tutti gli esseri umani, preoccupandosi della trasformazione della società e delle sorti della base di essa, i lavoratori, sempre più schiacciati dalle riforme e dall’andamento del Belpaese; dall’altro lato, visto che <<I sindacalisti rivoluzionari sono soprattutto preoccupati della trasformazione della società>>, esso è cosciente degli attuali limiti della classe lavoratrice: per cui, secondo Max Gaozza, <<Non è però pensabile che la maggioranza della classe lavoratrice sia oggi capace di seguire la politica sindacalista rivoluzionaria ed è questo uno dei grandi limiti. Fra troppe miserie vaga oggi l’animo delle migliaia e migliaia di operai e troppi problemi immediati ne occupano le azioni esterne>>. 

Quindi “i limiti teorici del sindacalismo rivoluzionario” diventano un fatto concreto ed un nodo da sciogliere, in relazione al fatto che questi limiti sono anche i limiti del socialismo del XXI secolo. Tale relazione è data dalla comunanza di intenti e problemi, e questi ultimi riguardano l’intero socialismo italiano, che nel corso degli anni è riuscito a dividersi in mille particelle tutte in conflitto tra di loro, pur con una certa comunanza di intenti. I morbi che lo affliggono – nulla togliendo all’importanza dei fatti e dei fattori geopolitici – sono: l’utopismo, la cecità, l’incapacità politica e l’incapacità relazionale, in relazione al cambiamento dei tempi, non ben percepito.

Tutti e quattro questi elementi infetti hanno in comune l’ancoraggio al passato e ad una visione del mondo che non può più conciliare con il mondo presente.

La società è cambiata e il mondo, più che mai, si è velocizzato, le quotidianità delle persone è cambiata, le disuguaglianze sono rimaste e affrontate diversamente dal passato; sono sorte nuove abitudini, buone e cattive; nuovi mezzi di comunicazione e nuove dipendenze sociali e tecnologiche; e di fronte a tutti questi cambiamenti, il socialismo e il sindacalismo italiani, fino ad ora, si sono arrestati, in nome dell’orgoglio del passato.

Ma proprio perché noi tutti abbiamo in comune da un lato una visione d’insieme che non può prescindere dall’analisi minuziosa delle condizioni materiali, economiche, politiche e soprattutto “umane” e dall’altro la vita vissuta nella quotidianità e completamente calata realtà, con tutte le difficoltà che affliggono non soltanto lavoratori e famiglie, ma anche i giovani, i limiti del sindacalismo e del socialismo italiani sono superabili ritornando a pensare in modo concreto ed umano, ad essere rivoluzionari e riappropriandosi del cuore del socialismo, contro qualsiasi ignoranza collettiva: l’“humanitas” – il sentirsi pienamente esseri umani, esseri sociali dotati di ragione e sentimenti e soprattutto degni di libertà contro non solo l’oppressione economica, ma anche sociale e psicologica, e quindi tendere verso la giustizia laddove impera l’egoismo.

Il messaggio centrale del socialismo – forse incompreso, forse sovrastato dallo stesso andamento della storia -, ovverosia che la riappropriazione della libertà e della dignità umana è compito di tutti coloro la cui umanità è schiacciata in nome delle logiche e delle mancanze della società che profittano solo al benestare di pochi, e la riconquista della libertà passa attraverso l’unione politica e sociale di chi sente il bisogno di giustizia e di chi ne ha diritto, così come anche di chi si sente inadeguato per questo mondo.

Per fare ciò – ecco il nucleo della questione – è necessario pensare alle condizioni materiali della realtà e da là articolare le soluzioni ai problemi, investendo energie umane e culturali in questo senso, perché sia che si voglia tener fede al socialismo, sia perché le soluzioni ai problemi odierni non possono prescindere da soluzioni quantomai moderne (o concepite in relazione alla realtà moderna).

E nessun altro più di Lenin – ne siamo convinti – avrebbe approvato quanto andiamo dicendo: ossia che con il procedere del mondo mutano le condizioni e  mutano gli esseri umani e, visto che non cambiano invece le ingiustizie, sta a noi, alla nostra ragione e alla nostra creatività e combattività comprendere la via d’uscita a questa società, per creare qualcosa di nuovo.