Avevo intenzione di pubblicare un articolo sull’evoluzione delle tattiche nella guerra in Ucraina, come promesso l’ultima volta, ma, data l’escalation della situazione in Iran, mi è sembrato più opportuno scrivere nuovamente su questo argomento, quindi il pezzo sull’Ucraina sarà rimandato di qualche tempo. Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org
Un importante punto di partenza arriva questa settimana da un nuovo articolo pubblicato su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations:

La tesi principale dell’articolo è interessante e tocca corde particolarmente rilevanti per quanto riguarda l’Iran. In sostanza, essa sostiene che il grande avvento del “mondo multipolare”, annunciato per anni come il culmine finale e la fine del ciclo della “Fine della Storia” di Fukuyama, non è quello che sembra. Al contrario, ha portato all’eliminazione dei precedenti vincoli imposti agli Stati Uniti dall’idea che, in quanto unica superpotenza globale, essi dovessero governare in modo equo, come un re placido e benevolo che domina i suoi sudditi.
La scomparsa di questa idea a favore di una multipolarità più spietata ha ironicamente permesso ad una figura come Trump di spogliarsi di queste pretese ereditate e di far passare gli Stati Uniti ad una modalità operativa “tutti contro tutti” incentrata interamente sull’interesse personale, senza considerazioni di principio per le conseguenze più ampie che, in precedenza, avrebbero potuto frenare tali azioni, date le aspettative inerenti all’essere il leader mondiale e il “modello di riferimento” globale.
L’autore scrive:
Questa apparente convergenza oscura una differenza nel modo in cui i vari attori definiscono la “multipolarità”. Per l’amministrazione Trump, riconoscere la multipolarità non significa accettare limiti al potere americano. Al contrario, serve come giustificazione per abbandonare la tradizionale concezione statunitense della leadership globale e delle responsabilità che ne derivano.
Inoltre:
L’idea di multipolarità consente a Washington di perseguire una politica estera più ristretta e transazionale, incentrata sull’ottenimento di vantaggi piuttosto che sul sostegno dell’ordine, senza preoccuparsi del mantenimento di istituzioni o norme che non servono gli interessi immediati degli Stati Uniti.
La differenza nella definizione per il Sud del mondo, come giustamente osserva l’autore, è significativa:
Per la Cina, la Russia e molti Paesi in via di sviluppo, al contrario, la multipolarità non è solo descrittiva, ma anche ambiziosa. Si tratta di un progetto politico volto a limitare il dominio americano, a erodere le istituzioni guidate dall’Occidente e a costruire modelli alternativi di governance, sviluppo e sicurezza in cui gli Stati Uniti non siano l’unico paese al comando.
Per molti versi, si può sostenere che l’idea sia un gioco semantico: gli Stati Uniti come egemone “unipolare” globale avevano sempre agito più o meno con lo stesso interesse personale che hanno ora nell’ambito della concezione “multipolare”. Un altro modo di vedere la questione è che Trump considera l’avvento del concetto di “multipolarità” come una sorta di sollievo: a suo avviso, esso libera gli Stati Uniti da responsabilità gravose e consente loro di agire senza vincoli verso interessi che prima erano off-limits.
La contraddizione sta nel fatto che lo scopo originario della multipolarità era quello di creare un contrappeso al modo di operare degli Stati Uniti, che, in precedenza, non era soggetto ad alcun vincolo. Ci troviamo quindi di fronte ad una sorta di paradosso in cui l’idea di un mondo multipolare non fa altro che definire una situazione sostanzialmente immutata, ma che conferisce agli Stati Uniti una sorta di vantaggio ideologico nel perseguire i propri interessi senza riserve e con scarso senso di vergogna o rimorso. È come se Trump dicesse: “Volevate un mondo multipolare con Stati Uniti deboli? Va bene, ora questi Stati Uniti deboli saranno costretti a fare tutto il necessario per mantenere la loro fetta di torta”. Sfortunatamente per il resto del mondo, quella “fetta” è generalmente l’intera torta quando si tratta dell’appetito vorace dell’Impero.
Il motivo per cui questa transizione era necessaria è probabilmente dovuto al peso che gli Stati Uniti erano costretti a sostenere in quanto egemoni globali unipolari. Il potere egemonico degli Stati Uniti derivava in larga misura dal “mito” o dall’illusione dell’”ordine basato sulle regole” globale e dal nebuloso “stato di diritto” che lo sosteneva. Agire in modo troppo sfrenato avrebbe significato minare questa fragile concezione: bisognava mantenere le apparenze, fingere di agire “legalmente”, anche se ciò significava inventare giustificazioni dubbie per gli interventi militari, come avevamo visto in Iraq e altrove.

L’autore scrive:
La realtà è che il mondo è ancora unipolare. Le illusioni di multipolarità non hanno creato un assetto internazionale più equilibrato. Al contrario, è successo l’opposto: hanno consentito agli Stati Uniti di liberarsi dai precedenti vincoli e di proiettare il proprio potere in modo ancora più aggressivo. Nessun’altra potenza (o blocco) è stata in grado di lanciare una sfida credibile o di lavorare collettivamente per contrastare il potere degli Stati Uniti. Ma, a differenza del precedente periodo di unipolarità emerso alla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti stanno ora esercitando un potere unilaterale privo di responsabilità.
Rileggete: “Ma a differenza del precedente periodo di unipolarità emerso alla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti stanno ora esercitando un potere unilaterale privo di responsabilità”.
Detto questo, non sono d’accordo con la successiva affermazione dell’autore: che la multipolarità sarebbe attualmente un’illusione perché il mondo continua a mantenere un solo polo, che l’autore ritiene essere gli Stati Uniti, come unica iperpotenza in grado di soddisfare la propria lista di attributi. L’unico criterio che manca alla Cina rispetto agli Stati Uniti è la capacità di proiettare la propria forza militare in tutto il mondo. Ma la Cina compensa questa mancanza con una capacità molto più solida di proiettare il proprio soft power economico e la propria influenza rispetto agli Stati Uniti, rendendo i due Paesi asimmetricamente uguali e quindi, per definizione, commensurabili almeno bipolarmente piuttosto che unipolarmente.

Uno dei motivi per cui l’autore attribuisce erroneamente la supremazia esclusiva agli Stati Uniti è la sua convinzione, sbagliata, che l’economia cinese sia solo due terzi di quella statunitense. È chiaro che l’autore è un sostenitore del conteggio nominale del PIL, che è ingannevole, e che non conosce, o ignora intenzionalmente, lo standard PPP, più corretto e applicabile, secondo il quale la Cina supera di gran lunga il suo omologo. Ammette persino che la Cina è stata in grado di neutralizzare gli Stati Uniti nella guerra commerciale sui dazi, ma sostiene che gli Stati Uniti detengono ancora altre carte economiche vincenti nei confronti del loro avversario.

Ma, mentre elogia la supremazia degli Stati Uniti, l’autore sembra attribuire indirettamente all’Europa il merito di aver sostenuto le azioni militari unilaterali degli Stati Uniti, come quelle contro l’Iran o il Venezuela. L’affermazione è che gli Stati Uniti godono dello status di unica superpotenza perché [in Europa] non ci sono state proteste contro tali atti di aggressione, ma, come già detto, questo è più un merito della conformità dell’ordine occidentale nel suo complesso e del suo allineamento alla linea imperiale occidentale, piuttosto che della potenza singolare degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti stanno semplicemente sfruttando la solidarietà decennale dell’élite occidentale e, in qualche modo, il coro delle loro azioni combinate viene attribuito alla potenza individuale degli Stati Uniti.
L’AMERICA SCATENATA
Il primo anno del secondo mandato di Trump ha smentito la narrativa del declino americano e dell’ascesa della multipolarità. L’uso assertivo da parte di Trump del potere economico, diplomatico e militare per promuovere gli interessi degli Stati Uniti evidenzia la straordinaria libertà d’azione di cui godono gli Stati Uniti. La debole risposta internazionale alle aggressive politiche commerciali di Washington, ai suoi interventi in America Latina e in Medio Oriente e alle sue minacce di conquistare nuovi territori ha messo in luce quanto sia difficile per qualsiasi coalizione opporre una resistenza efficace agli Stati Uniti. Il potere è distribuito in modo più ampio nel sistema internazionale rispetto alla fine della Guerra Fredda, ma questa diffusione rende più difficile canalizzare un’azione collettiva contro Washington.
Si noti la sfumatura: il perseguimento dei propri interessi da parte degli Stati Uniti viene utilizzato come prova del loro status di iperpotenza inarrestabile, ma il fatto che tali interessi abbiano successo o meno viene completamente ignorato, nonostante sia fondamentale per un’analisi corretta della portata del potere presunto degli Stati Uniti.
In Iran abbiamo assistito alla sconcertante capacità degli Stati Uniti di sferrare attacchi, ma ciò che non si è visto è stata la capacità di tali attacchi di produrre effettivamente risultati ragionevolmente decisivi, a parte i transitori vantaggi in termini di pubbliche relazioni per Trump. In Venezuela abbiamo assistito alla stessa cosa: un’operazione militare appariscente che ha portato ad un epilogo altamente discutibile e ambiguo, in cui non si è potuto percepire alcun guadagno reale quantificabile, a parte alcune “voci” non documentate secondo cui la Cina potrebbe ricevere meno petrolio venezuelano, o qualcosa del genere. Le cifre casuali sui grandi profitti lanciate da Trump sono oscure e non verificabili quanto le sue vanterie sui dazi, con regolari affermazioni di centinaia di miliardi di profitti di cui nessuno sembra conoscere la provenienza. Infatti, proprio oggi la Corte Suprema sembra aver dichiarato illegali i dazi, cosa che potrebbe costringere Trump a rimborsare agli importatori decine se non centinaia di miliardi di dollari.
Anche i dazi doganali sono citati dall’autore come esempio della capacità degli Stati Uniti di agire senza opposizione nell’intimidire economicamente altre nazioni. Ma, nella maggior parte dei casi, gli Stati Uniti non hanno ottenuto alcun vantaggio reale: ad esempio, secondo la linea di Trump, i dazi sull’Europa servivano semplicemente a riequilibrare le precedenti disparità commerciali che avevano ingiustamente avvantaggiato l’Europa e non erano l’atto ingiustificato di una superpotenza inarrestabile.

E, nel caso della Cina, gli Stati Uniti hanno, in ogni caso, sostanzialmente perso lo scontro.
L’articolo cita persino la Groenlandia come esempio della nuova potenza incontrollata degli Stati Uniti:
La richiesta apparentemente intransigente di Trump di acquisire la proprietà della Groenlandia è il caso più esplicito di questo nuovo paradigma. Egli ha indicato che il pieno controllo dell’isola scarsamente popolata è più importante della salvaguardia della NATO, il fondamento dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa per otto decenni. L’Europa, da tempo abituata alla NATO e all’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, sta lottando per adattarsi alla fine delle sue relazioni amichevoli con Washington e alla frantumazione del suo tanto decantato ruolo di moderatore del comportamento degli Stati Uniti.
Ma noi sappiamo che il caso della Groenlandia attesta in realtà l’esatto contrario: è stato un altro dei tanti fallimenti di alto profilo degli Stati Uniti nella proiezione del proprio potere, che ha effettivamente dimostrato la mancanza di rispetto operativo per la presunta influenza degli Stati Uniti, dato che anche piccole nazioni europee come la Danimarca sono sembrate pronte a confrontarsi militarmente con gli Stati Uniti sulla questione. Ancora una volta l’autore privilegia l’intenzione rispetto al risultato reale. L’esplosione delle squilibrate intenzioni degli Stati Uniti è ben nota, ma queste esultazioni di vane speranze non stanno producendo alcun risultato reale indicativo di una superpotenza globale, almeno non quando si ignorano le “vibrazioni” superficiali inerenti alle conseguenti spacconate e si valutano criticamente i reali guadagni materiali.
D’altra parte, anche la Russia ha agito unilateralmente in Ucraina e, nonostante le forti reazioni internazionali, ha ottenuto risultati significativi e quantificabili: il gioiello della Crimea, milioni di nuovi cittadini, importanti territori e risorse industriali e agricole, ecc. Quali azioni dimostrano il vero potere, la capacità di vantarsi e fingere o di ottenere risultati concreti a vantaggio della nazione?
L’unico aspetto su cui l’autore ha ragione è che la nuova impostazione ha permesso agli Stati Uniti di liberarsi completamente da ogni necessità di fingere e di perseguire semplicemente gli interessi imperiali con intenzioni puramente schiette:
Ma, mentre i leader delle precedenti amministrazioni statunitensi mascheravano gli interventi con una retorica liberale, Trump li inquadra esplicitamente in termini di potere americano. In una straordinaria intervista alla CNN dopo l’operazione per catturare Maduro, il consigliere di Trump Stephen Miller aveva definito senza mezzi termini la visione del mondo dell’amministrazione: viviamo, aveva detto, in un mondo “governato dalla forza, governato dalla violenza, governato dal potere: queste sono le leggi ferree del mondo sin dall’inizio dei tempi”.
Questo è stato notato da molti, che, allo stesso modo, considerano una boccata d’aria fresca il fatto che gli Stati Uniti perseguano per una volta i propri obiettivi neoconservatori senza bisogno di false flag o altri preparativi eccessivamente elaborati:

L’autore ribadisce la sua tesi alla fine dell’articolo, evidenziando in modo lampante proprio il punto debole dell’argomentazione:
Nonostante le diffuse affermazioni sulla sua imminenza, quindi, la multipolarità non è affatto vicina alla realizzazione. Semmai, le aspirazioni alla multipolarità hanno contribuito a questo nuovo ordine di potere americano senza restrizioni. La prima amministrazione Trump e l’amministrazione Biden avevano identificato la Cina e la Russia come minacce al dominio degli Stati Uniti, e questi due Paesi avevano sottolineato la debolezza americana ed erano stati più assertivi nelle loro politiche estere. Nel suo secondo mandato, Trump ha accolto l’arrivo della multipolarità non come una sfida, ma come il messaggio che gli Stati Uniti non devono più essere responsabili dell’ordine globale. Nella visione multipolare di Trump, ogni Paese può esercitare il proprio potere come meglio crede, ma, date le disparità di potere militare e di mercato tra gli Stati Uniti e tutti gli altri, solo Washington può esercitare il proprio potere senza restrizioni. Gli Stati Uniti accettano esteriormente la premessa condivisa della multipolarità, ma raccolgono i frutti di una unipolarità che di fatto continua.
Egli sostiene che la multipolarità non può esistere perché il divario tra le capacità economiche e militari degli Stati Uniti e quelle degli altri Paesi è così vasto che solo gli Stati Uniti hanno la capacità di proiettare il proprio potere con totale impunità. Come ho scritto, ad un esame più attento, questa tesi non supera la prova dell’obiettività: gli Stati Uniti sotto Trump hanno fatto molto rumore e hanno dato l’impressione di intraprendere importanti azioni unilaterali, ma, in realtà, hanno ottenuto poco o nulla. Cosa costituisce il potere reale in questo caso? La tesi non è che gli Stati Uniti non siano la nazione più potente in assoluto, ma che l’iperbole che circonda il loro dominio sia semplicemente fuori controllo. Nessuna delle recenti e appariscenti azioni degli Stati Uniti ha prodotto qualcosa che possa essere anche solo lontanamente considerato decisivo dal punto di vista geopolitico; ogni mossa importante ha lasciato più domande che risposte su ciò che gli Stati Uniti stavano cercando di ottenere. Il vero potere non è avvolto nell’ambiguità.

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L’autore sostiene che la multipolarità non sarebbe in realtà arrivata come molti speravano o desideravano, perché, secondo lui, tutto ciò che queste illusioni hanno scatenato è solo una maggiore unipolarità degli Stati Uniti su larga scala. Quello che però possiamo vedere è il contrario: la multipolarità sta infatti arrivando e gli Stati Uniti stanno cercando di sfruttarne a proprio vantaggio la diffusione intrinseca, reagendo con un’ostilità ancora più imprevedibile rispetto al passato. Per molti versi, tuttavia, questo può essere visto semplicemente come le proiezioni insicure e le compensazioni eccessive di un egemone unipolare morente, disperato di mostrare al mondo che è ancora lo sceriffo in città. Ma i suoi attacchi sono sempre più inefficaci e, alla fine, sembrano dimostrare il contrario di ciò che intendono ottenere.
Con l’imminente e tanto atteso culmine della saga iraniana, questa prospettiva potrebbe rivelarsi errata: forse gli Stati Uniti dimostreranno un potere geopolitico davvero spaventoso e decisivo, il potere di riorganizzare l’intero scacchiere a proprio piacimento. Ma, se gli Stati Uniti dovessero fare marcia indietro o ottenere nuovamente risultati inefficaci in Iran, come ci si aspetta, allora avremo la prova definitiva che la politica muscolosa dell’era Trump non ha ottenuto altro che la creazione del proprio mito. E probabilmente capiremo che i selvaggi parossismi di aggressività globale degli Stati Uniti sono tollerati dai nuovi capi del mondo multipolare non per paura, ma perché li vedono per quello che sono: gli inutili ultimi sussulti di un impero ormai superato che cerca di compensare il proprio declino.
Vi lascio con questo estratto sul declino dell’impero romano tratto dal libro di Michael Parenti del 2003 The Assassination of Julius Caesar: A People’s History of Ancient Rome. Come scrive Thomas Fazi, “Sostituite ‘romano’ con ‘americano’ e difficilmente troverete una descrizione più appropriata della politica estera degli Stati Uniti“, per non parlare del declino terminale degli Stati Uniti, simile a quello di una supernova.
