Dentro questa paralisi, però, c’è una variabile che può cambiare il quadro: l’Italia. Non è un Paese marginale, ma una nazione strategica tra Mediterraneo, Nord Africa, Balcani e Medio Oriente. Rotte energetiche, logistica, sicurezza: tutto passa da qui. Eppure continuiamo a muoverci senza una visione. Di Marco Pugliese per ifattieleopinioni.com
C’è un errore che si ripete da oltre un decennio: scambiare la prudenza per immobilismo. Bruxelles lo chiama rigore, in realtà è fallimento sistemico. Dal 2011 al 2025 l’Eurozona cresce in media dell’1,4% annuo, contro il 2,6% degli Stati Uniti. La manifattura è scesa sotto il 16% del PIL europeo, mentre l’energia per l’industria costa dal 30% al 50% in più rispetto ai competitor. In Italia, i salari reali hanno perso oltre il 6% dal 2010 e la produzione industriale resta sotto i livelli pre-crisi. Il modello è sbagliato. Totalmente disfunzionale alla realtà.
Il ritorno del Patto di Stabilità, con aggiustamenti fino allo 0,5% del PIL annuo, rischia di aggravare la situazione, una follia totale. In un contesto di crescita debole, significa comprimere investimenti e domanda interna. È una scelta prociclica. Gli Stati Uniti hanno mobilitato oltre 750 miliardi di dollari per sostenere industria ed energia. La Cina investe stabilmente oltre il 5% del PIL. L’Europa, invece, resta sospesa tra vincoli e rinvii e fa impoverire i cittadini.
Il risultato? Oltre il 20% della capacità industriale energivora europea ha ridotto o fermato la produzione tra 2022 e 2024. Le famiglie vedono erodersi il potere d’acquisto, i consumi rallentano, gli investimenti si spostano altrove. Senza crescita, il debito non scende: aumenta. Fa fatto esattamente il contrario di ciò che propone Bruxelles.
Dentro questa paralisi, però, c’è una variabile che può cambiare il quadro: l’Italia. Non è un Paese marginale, ma una nazione strategica tra Mediterraneo, Nord Africa, Balcani e Medio Oriente. Rotte energetiche, logistica, sicurezza: tutto passa da qui. Eppure continuiamo a muoverci senza una visione.
Serve una strategia italiana chiara e coraggiosa. Primo: Mediterraneo allargato come priorità permanente, con una regia integrata tra politica estera, energia e sicurezza. Secondo: politica industriale vera, con investimenti in porti, difesa, cantieristica, aerospazio ed energia. Terzo: presenza stabile in Nord Africa e Sahel, perché i vuoti geopolitici non restano tali, vengono occupati. Quarto: autonomia strategica dentro le alleanze, senza subalternità né a Bruxelles né ad altri attori globali. Insomma autonomia esercitata fuori da vincoli per noi dannosi.
Uscire dall’inerzia europea e sospendere realmente i vincoli del Patto di Stabilità non è una scelta ideologica, ma una necessità economica. Senza domanda, industria ed energia competitiva, l’Europa scivola. Senza strategia, l’Italia con lei.
La storia economica non premia chi aspetta. Premia chi decide. E oggi il tempo delle decisioni non è domani: è già scaduto.
Ci diamo una mossa?

L’Anti-Italia, un retroscena europeo di Antonino Galloni comedonchisciotte.org
La Prima Repubblica per me finisce già nel 1981 col divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia. Lì inizia la mia crociata. Ero sostenuto da Federico Caffè, da Carlo Donat-Cattin, da Craxi e da tanti altri personaggi. C’era anche un gruppetto nel Partito Comunista che poi fu fermato da Ciampi, purtroppo con l’avallo di Berlinguer. All’epoca ero inserito nella “sinistra sociale” della DC e insegnavo all’Università Cattolica di Milano. C’era stata una campagna di stampa a mio favore, perché avevo avvertito che, dopo il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il debito pubblico sarebbe raddoppiato, superando il Pil, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%.
Era il 1989 quando Andreotti mi scrisse: “Aveva ragione lei, professore. Ci dà una mano per cambiare l’economia di questo paese?”. Incontrai il suo braccio destro, Paolo Cirino Pomicino, e gli dissi: “Voi mettetemi a capo del ministero del bilancio, poi al resto penso io”. Li lasciai sbalorditi, non immaginavo che accettassero. Invece un giorno mi mandarono a prendere dai Carabinieri mentre ero in vacanza con la famiglia, a Fondi: dovevo precipitarmi a Roma e assumere quell’incarico. Cirino Pomicino mi mise anche a disposizione 27 professori universitari che si erano riavvicinati alle idee keinesiane, abbandonate dall’Accademia e dal mondo politico dalla fine degli anni ’70».
Il ministro mi spiegò che, per il governo, la priorità era combattere l’inflazione. Per me, ribattevo io, la vera priorità era tornare ad un regime di collaborazione fra Banca d’Italia e pubblica amministrazione, perché questo poi avrebbe avuto anche effetti sull’inflazione stessa. Avrebbe frenato il debito pubblico, perché la banca centrale comprava i nostri titoli: questo era stato il segreto della situazione pre-divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il segreto che aveva contribuito a farci diventare la quinta potenza industriale del mondo, la quarta potenza manifatturiera.
Il cambiamento da me proposto creò allarme all’Università Bocconi di Milano guidata da Mario Monti, con cui si litigò nel settembre, però io dimostrai che il mio piano era necessario per salvare l’Italia: banca centrale e Tesoro dovevano tornare a collaborare. Non era per niente d’accordo la Fondazione Agnelli, né ovviamente la Fiat, né Confindustria. Avevo contro la stessa Banca d’Italia, che pensava di perdere autonomia se si fosse tornati al regime pre-1981. Ma tutte queste pressioni non mi spaventavano, perché sapevo quello che stavo facendo.
Al che, il cancelliere tedesco Helmut Kohl telefonò al ministro Guido Carli, con cui era in sintonia, chiedendogli che il governo italiano si liberasse di me. Di colpo, intuii di non essere più gradito. Me lo confermò onestamente lo stesso Cirino Pomicino, che nell’ufficio in cui eravamo mi chiese di non parlare, sapendo della presenza di microfoni: comunicammo scambiandoci bigliettini, che poi lui distrusse. Dopo quell’episodio dovetti allontanarmi dal ministero del bilancio. Certo, restavo ben protetto anche da Andreotti, che mi nominò direttore generale al ministero del lavoro.
Continuammo a dialogare, anche se la politica italiana era finita sotto il controllo di personaggi legati alla Germania. Venimmo a sapere che, per convincere la Francia ad appoggiare la riunificazione tedesca, Kohl aveva proposto a Mitterrand di abbandonare il marco, temuto dai francesi, in favore della moneta unica europea. Francia e Germania dovevano svaltutare continuamente le loro valute per poter reggere la concorrenza industriale italiana. Secondo vantaggio dell’accordo: alla Francia avrebbero lasciato le colonie e il franco africano. L’essenziale era ridimensionare la nostra forza economica e industriale: già col divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia avevano sottratto alla classe politica il potere di decidere gli investimenti pubblici.
Ecco perché penso che la fine della Prima Repubblica sia l’81, non il ’92: da lì in poi, in Italia, la politica non conterà più. Cirino Pomicino se n’era reso conto e, in forma anonima (con lo pseudonimo di “Geronimo”), s’era messo a scrivere articoli “antisistema”. Resta una domanda: perché Andreotti e tanti altri accettarono che il patto fra Kohl e Mitterrand implicasse necessariamente che l’Italia dovesse venire deindustrializzata? Proprio in questo inserirei l’aspetto più importante della fine di Craxi: Cuccia (Mediobanca) e Confindustria gli proposero la privatizzazione delle nostre imprese a partecipazione statale, ma anche delle imprese pubbliche e dei servizi pubblici. Volevano privatizzare tutto e far passare aziende e servizi sotto Confindustria. Da buon socialista, Craxi non accettò. E il suo rifiuto gli costò la vita.
Craxi non è stato fatto fuori per lo scontro con gli Usa a Sigonella. È stato eliminato per aver detto di no ai massimi vertici della massoneria di Mediobanca e di Confindustria. A quel tipo di massonerie non puoi dire di no: se rifiuti sdegnosamente, ti fanno fuori. L’epilogo maturò 11 anni dopo con Mani Pulite, il suicidio della Dc e le riforme elettorali che avrebbero inaugurato la Seconda Repubblica, in cui inaspettatamente Berlusconi si impose battendo Occhetto. Mentre il paese da allora s’è impantanato, un certo mainstream media continua a ripetere che le privatizzazioni fecero il bene del paese. A noi raccontavano che i cambiamenti (il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia e poi le privatizzazioni) erano stati introdotti per combattere corruzione e clientelismo.
Negli anni 80, io avevo proposto una ricetta ben diversa per combattere la corruzione: aumentare la spesa, assumere e fare piena occupazione, facendo funzionare la pubblica amministrazione a favore dei cittadini, perché questo avrebbe ridotto la domanda di favori verso la classe politica. In realtà ci stavano prendendo in giro (sapevano perfettamente che il loro obiettivo non era certo la lotta alla corruzione, ndr).
La cosa era già cominciata con Moro e forse, prima ancora, con Mattei: perché non era ammissibile che l’Italia fosse così importante, nello scacchiere internazionale e soprattutto nel Mediterraneo, quindi bisognava indebolirci.
Il primo passaggio fu l’uccisione di Moro, il secondo passaggio il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, il terzo passaggio le privatizzazioni e la svendita delle partecipazioni statali. Il quarto passaggio, le riforme elettorali e Mani Pulite. Siamo stati vittime di un progetto di deindustrializzazione e di indebolimento del paese, che adesso porta a dover scegliere: o accettiamo di continuare a decadere, oppure prendiamo le distanze dall’Unione Europea per creare un’Europa grande e vera. Un’Europa che dialoghi con tutti, dal Portogallo alla Russia, e guardi al Mediterraneo. Sono queste le sfide che abbiamo davanti.