TIRANA – C’è un disegno geopolitico e finanziario feroce che sta ridisegnando i confini del Mediterraneo, trasformando paradisi naturali e avamposti strategici in feudi privati per l’oligarchia globale. Al centro di questo network internazionale si collocano il presidente statunitense Donald Trump, la destra d’affari di Israele, i petrodollari del Golfo e governanti compiacenti disposti a svendere la sovranità dei propri popoli. In Albania, il premier Edi Rama ha aperto le porte a questo colonialismo d’assalto, scatenando la rabbia delle piazze e la reazione degli attivisti. Ma la “conquista” di Tirana è solo il tassello di un mosaico molto più ampio che sta lambendo inesorabilmente anche le coste italiane ed europee.
Di Josef Dukaj

Il Triangolo Affinity: l’asse plutocratico tra Washington, Tel Aviv e i petrodollari
Il volto di questa nuova colonizzazione ha i tratti di Jared Kushner, genero dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e del suo fondo d’investimento Affinity Partners. Dietro la maschera dei grandi accordi diplomatici (i Patti di Abramo) si nasconde il solito network della finanza apolide. Questo fondo unisce i capitali speculativi e l’influenza politica della destra d’affari di Israele (interessata a estendere i propri tentacoli sul Mediterraneo) alla liquidità sterminata dei fondi sovrani del Qatar e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).
A gestire l’assalto sul campo balcanico spuntano i nomi dei fratelli al-Khayat, miliardari qatarioti di origine siriana, il cui veicolo societario è stato recentemente colpito dal congelamento dei fondi da parte della magistratura locale, svelando la natura parassitaria e opaca di questo network internazionale che usa la promessa di investimenti come leva per conficcare i propri artigli sulle risorse strategiche dei popoli.
Il Sistema RAMAGATE e il saccheggio di Sazan
L’oltraggio si consuma con la complicità del primo ministro albanese, Edi Rama, che ha letteralmente piegato le leggi dello Stato per favorire la cerchia presidenziale americana. Elevando il fondo al rango di “investitore strategico”, Rama ha garantito a Kushner una scandalosa esenzione totale dalle tasse per 10 anni. Ma l’insulto economico va oltre: lo Stato albanese si è impegnato a spendere miliardi di denaro pubblico per costruire strade, condotte idriche e reti fognarie a uso esclusivo dei resort di lusso, sottraendo risorse vitali ai salari e ai servizi dei lavoratori locali.
Su questa gigantesca truffa ai danni dello Stato ha aperto un’indagine ufficiale la SPAK (la Procura speciale anticorruzione). Il cuore del saccheggio è l’isola di Sazan (Saseno), un’oasi protetta caratterizzata da una forte militarizzazione con oltre 3.500 bunker sovietici, memoria storica del sudore del popolo a difesa dei propri confini. Consegnare questa isola-fortezza, a ridosso della quale transita il tratto sottomarino del TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto vitale che collega i giacimenti dell’Azerbaigian al Salento, significa abdicare alla sovranità nazionale e cedere un avamposto energetico cruciale a un comitato d’affari straniero.
La Flamingo Revolution: la terra dei Padri spetta ai Figli
La risposta del popolo lavoratore non si è fatta attendere. Battezzata dai media indipendenti Flamingo Revolution, la rivolta unisce pescatori, agricoltori, operai, piccoli imprenditori, tutti uniti contro la privatizzazione selvaggia della costa e della laguna protetta di Zvërnec. In prima linea, gli attivisti Klajdi Belo e Arilda Lleshi hanno documentato e denunciato le violenze e le intimidazioni delle milizie private assoldate per recintare le spiagge pubbliche con il filo spinato. Nemmeno l’uso dei cannoni ad acqua da parte della polizia a Tirana è riuscito a piegare la dignità di una popolazione che rivendica il diritto sacrosanto di essere padrona a casa propria.
Le motivazioni della piazza scavano ben più a fondo del pur legittimo sdegno ecologista. Se la difesa ambientale dell’ecosistema di Zvërnec è la scintilla, il motore della protesta è fondamentalmente Nazionale. Il popolo è insorto per difendere l’onore della Patria dalla svendita coloniale, ma anche per compiere una missione storica più grande: smantellare un sistema marcio che si regge in piedi da circa 35 anni. I manifestanti hanno capito che la farsa della finta transizione democratica post-comunista ha solo sostituito i vecchi burocrati con una casta di oligarchi svenditori.
Il segno definitivo del fallimento e della complicità di questo vecchio regime è l’assordante silenzio dei finti oppositori. L’opposizione ufficiale, capitanata dal vecchio leone sdentato Sali Berisha, ha gettato la maschera: anziché scagliarsi contro lo storico nemico Edi Rama in nome del popolo, la finta alternativa politica si è schierata a protezione dell’accordo, rivelando che l’intera classe politica albanese risponde agli stessi padroni d’oltreoceano. La Flamingo Revolution è dunque una rivolta totale: contro il governo, contro la finta opposizione e contro trentacinque anni di saccheggio bipartisan.
La piovra nel resto del Mediterraneo: da Cipro all’Italia
Il dramma dell’Albania non è un caso isolato, ma la spia di un attacco sistematico sferrato dai fondi d’investimento israelo-americani contro l’identità e la proprietà dei popoli costieri del Mediterraneo. Lo stesso copione si sta recitando in altre terre strategiche:
– Salento e Sardegna: Intere porzioni di litorale, masserie storiche in Puglia e aree naturalistiche vincolate in Sardegna vengono progressivamente scippate alle comunità locali per farne enclave esclusive per i super-ricchi o piattaforme speculative camuffate da progetti verdi;
– Cipro: Trasformata nell’hub prediletto per le triangolazioni finanziarie di Tel Aviv, dove l’acquisto massiccio di terreni sta espropriando di fatto i cittadini del controllo del proprio territorio e del proprio futuro.
L’esempio del popolo albanese: il sangue contro il dogma
Di fronte a questa piovra che calpesta la sovranità nazionale, la resistenza albanese diventa un faro e un monito per tutto il Mediterraneo. La forza d’urto della Flamingo Revolution affonda le sue radici in un’identità nazionale granitica, cementata nei secoli sul culto del sangue e della terra anziché sui dogmi della fede. Mentre nei Paesi vicini la religione diventava il pretesto per i più atroci massacri fratricidi e per le pulizie etniche che hanno insanguinato i Balcani (dividendo serbi, bosniaci e croati in base al proprio altare) l’Albania ha saputo preservare il proprio nucleo identitario sacro: l’essere albanesi prima di tutto.
Al di là delle fedi diverse, l’albanese ortodosso, quello musulmano e quello cattolico si riconoscono nello stessa identità, nella stessa lingua e nello stesso destino di indipendenza. È questa fratellanza indissolubile, che non si è lasciata piegare dalle guerre di religione ieri, che ha permesso oggi il rigetto del tentativo della finanza apolide e dei comitati d’affari stranieri di fare scempio della Patria. Oltrepassando i giochi di palazzo e i tradimenti di leader fossili come Berisha, la lezione che arriva da Tirana è chiara: la libertà di una nazione si conquista solo quando l’orgoglio del proprio popolo si unisce per abbattere l’intero sistema parassitario. Contro il filo spinato del RAMAGATE, l’unione dei lavoratori e l’indomita coscienza dei popoli indicano l’unica via possibile: la riconquista della Patria e la cacciata definitiva dei nuovi colonizzatori.