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L’insieme dei governi europei, tuttavia, non è riuscito a far fronte comune neppure in una situazione delicata come questa, quando fu discussa in Parlamento la sospensione degli accordi diplomatici e commerciali con Israele, nella quale seduta non fu raggiunta l’unanimità dei 27 Paesi, con Italia, Germania ed Ungheria che hanno posto il veto all’iniziativa firmata dagli stessi cittadini UE e da quasi cento organizzazioni. Il nostro governo è complice di questa infamia nei confronti di una parte di mondo. Gli interessi in gioco sono talmente alti che neppure hanno tentato una camaleontica inversione di rotta come loro solito. A riprova che questioni come quella palestinese, divenuta ormai anche iraniana e libanese, ci riguardano molto più di quello che possiamo pensare.

Qualcuno si è spesso lasciato andare a quell’impulso patriottardo di voler circoscrivere la necessità di parlare delle cose solo quando avvengono nei nostri confini. Tuttavia, la geopolitica odierna non ammette tregua da questo punto di vista: potete fissare il vostro orticello quanto volete, senza vedere certe situazioni sul piano internazionale ne capirete sempre troppo poco.

Quando la politica non insegue più nemmeno sé stessa, e quindi le sue logiche più basse, non lo fa perché ha aumentato il suo prestigio, ma perché è completamente genuflessa, per rapporto di forza, incapacità e una sorta di “horror vacui”. I governi di Italia, Germania ed Ungheria (all’epoca dei fatti vi era ancora Orban, grande amico di Israele) sono complici di non aver fatto compiere, ad una parte sostanziale di mondo, un passo non solo decisivo, ma fondamentale per iniziare ad alzare la testa contro decenni di propaganda e autofustigazione.

Di Lorenzo Maffetti

In contemporanea, la mostra curata dal collettivo culturale Artverkaro e con le immagini dell’associazione Habilian in merito alla strage di Minab, in Iran. Un’occasione, oltre a quella della presentazione, di potersi confrontare con mano con l’informazione oltre la propaganda imperialista. Riallacciandomi al tema del libro, su una concezione di diplomazia contro una concezione di rapporti internazionali basati sulla forza, o meglio sul terrore, ho avuto modo di ribadire a Press TV l’importanza di iniziative come queste. Del loro impatto sulla cittadinanza, del dibattito che suscitano (ho anche avuto modo di confrontarmi con un paio di persone che, inizialmente, non avevano molto a simpatia vedere quell’esposizione), della necessità del non far prevalere il silenzio e l’apatia. Dal resoconto di Modena a cura di Giovanni Amicarella

70.000 è il bilancio complessivo delle morti avvenute nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 e quasi 4000 civili hanno perso la vita nel raid israeliano in Libano. Delle circa 70.000 persone uccise a Gaza, 20 mila erano bambini, mentre in Libano sono circa 200 le vite giovanissime spezzate dalle bombe. L’uccisione di un casco blu serbo, con il ferimento di altri della stessa base, nonché il trattamento subito dai nostri militari da parte dei coloni israeliani, vanno a completare una panoramica che dimostra bene quanto “i nostri migliori alleati” ci ritengano tali. Se non bastasse il trattamento riservato ai cittadini di vari paesi aderenti alla Flottilla, con casi di abusi di ogni genere perpetrati nel quasi assoluto silenzio delle autorità dei rispettivi paesi, salvo poche eccezioni (Francia e Irlanda hanno interdetto il ministro israeliano Ben Gvir).

In Italia e nelle piazze europee ribolle il risentimento per quanto accade al di fuori del nostro continente, tanto per l’indignazione di fronte alle tante vite spezzate quanto per le ripercussioni economiche delle guerre che si stanno accumulando, a fronte di un dissolvimento sempre maggiore di salari e servizi.

Da una parte Trump, la mina vagante mediatica, con i suoi tweet e le sue conferenze stampa divenute quasi esempi clinici e accademici di disturbi mentali; dall’altra parte Benjamin Netanyahu, il principale artefice di questo massacro, che ha inserito il genocidio della popolazione palestinese all’interno di uno schema di rinascenza della “nazione” di Israele e del “popolo eletto” sionista.

In questo scenario l’Unione Europea risulta pervenuta solamente dal punto di vista dell’accorgersi del dato evento, anche grazie all’inizio dell’aggressione all’Iran e agli spasmi del mercato a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz, condannando esclusivamente il minimo indispensabile, ovvero le azioni irrimediabilmente più doverose da condannare: tra queste, il bombardamento israelo-statunitense della scuola elementare femminile Shajarah Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan in Iran, che ha provocato 150 vittime tra cui 100 bambine e altri centinaia di casi di infanticidio, perpetrati dall’IDF, sempre mirati a far pulizia della popolazione civile.

In un nostro comunicato di approfondimento, Da Minab a Starobelsk: l’infanticidio come arma di guerra, ci si è domandati “perché, dunque, l’infanticidio?” , e ci è stata lucidamente offerta la risposta: “Accanirsi su donne e bambini significa estinguere chi la vita la dà e chi la riceve, portando invariabilmente avanti il lascito delle generazioni precedenti e quindi, a livello “macro-sociale”, la continuità vitale di una nazione. L’infanticidio femminile, concentrando in un soggetto solo (la bambina e la donna, futura procreatrice) il bersaglio, si configura come la nuova frontiera del genocidio.

Più mirato, più micidiale, più efficace. L’obiettivo è sempre lo stesso: l’eliminazione di un popolo alla radice”, esattamente in linea con quanto dimostrato dal governo israeliano, che ha presentato questa guerra con una solenne veste religiosa facendo passare l’eliminazione sistematica del popolo palestinese come un mezzo necessario per lo scopo.

Più che l’Unione Europea, ad attivarsi sono state l’ONU, la Corte Penale Internazionale e altre organizzazioni sovranazionali di investigazione e denuncia sui crimini di guerra: la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto in data 21 novembre 2024 nei confronti di Benjamin Netanyahu per i reati di cui si è macchiato dall’8 ottobre 2023 fino al 20 maggio 2024 – valido tutt’ora oggi e in probabile via di aggiornamento.

Il 18 maggio l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha pubblicato l’Overview Report dell’OHCHR, dove sono imputate ad Israele, nel periodo dal 6 ottobre 2024 al 19 gennaio 2025, e in altre fasce di tempo, “Demolition of Residential Buildings, Attacks on Residential Buildings and Blocks, Attacks on Hospitals and Medical Facilities, Attacks on Schools Serving as IDP Shelters”, come riportato dall’infografica ufficiale. In più, recentemente è stata pubblicata anche l’implementazione a questo documento di denuncia, il rapporto A/HRC/61/70 il quale “contiene un aggiornamento sull’attuazione delle disposizioni della risoluzione nel periodo compreso tra il 1° novembre 2024 e il 31 ottobre 2025”.

Segno, questo, che le indagini ufficiali – sebbene alcune recenti condanne – abbiano ancora bisogno di tempo per raccogliere tutti i dati sulle morti civili e militari in Medio-Oriente, diversamente da quanto stanno quotidianamente commentando associazioni come InsideOver ed Amnesty International, che offrono rapporti quotidiani sulle vicende.

L’insieme dei governi europei, tuttavia, non è riuscito a far fronte comune neppure in una situazione delicata come questa, quando fu discussa in Parlamento la sospensione degli accordi diplomatici e commerciali con Israele, nella quale seduta non fu raggiunta l’unanimità dei 27 Paesi, con Italia, Germania ed Ungheria che hanno posto il veto all’iniziativa firmata dagli stessi cittadini UE e da quasi cento organizzazioni. Il nostro governo è complice di questa infamia nei confronti di una parte di mondo. Gli interessi in gioco sono talmente alti che neppure hanno tentato una camaleontica inversione di rotta come loro solito. A riprova che questioni come quella palestinese, divenuta ormai anche iraniana e libanese, ci riguardano molto più di quello che possiamo pensare.

Qualcuno si è spesso lasciato andare a quell’impulso patriottardo di voler circoscrivere la necessità di parlare delle cose solo quando avvengono nei nostri confini. Tuttavia, la geopolitica odierna non ammette tregua da questo punto di vista: potete fissare il vostro orticello quanto volete, senza vedere certe situazioni sul piano internazionale ne capirete sempre troppo poco.

Quando la politica non insegue più nemmeno sé stessa, e quindi le sue logiche più basse, non lo fa perché ha aumentato il suo prestigio, ma perché è completamente genuflessa, per rapporto di forza, incapacità e una sorta di “horror vacui”. I governi di Italia, Germania ed Ungheria (all’epoca dei fatti vi era ancora Orban, grande amico di Israele) sono complici di non aver fatto compiere, ad una parte sostanziale di mondo, un passo non solo decisivo, ma fondamentale per iniziare ad alzare la testa contro decenni di propaganda e autofustigazione.

Per questo che è necessaria una spinta progressiva delle popolazioni europee verso la pace, affinché:

1) Vengano salvate e salvaguardate più vite umane possibili dal genocidio;

2) I popoli di Palestina, Libano e tutte le nazioni coinvolte nella spirale di violenza israeliana abbiano la pace che meritano;

3) In Italia, dall’azione politica e sociale nasca una prospettiva di liberazione nazionale promotrice della giustizia sociale;

4) L’area euro-mediterranea torni ad essere bacino di una nuova indipendenza politica che, sciolte le guerre e i dissesti internazionali, produca una nuova spinta culturale, morale e sociale indipendente verso il futuro.

Solo dopo aver sciolto questo nodo, il quale richiede la forza e l’attenzione di tutti coloro che hanno già espresso per le strade e sui social il loro appoggio alla spinta progressiva verso la pace, sarà possibile reindirizzare anche l’Italia verso un futuro politico e sociale diverso dal marciume a cui siamo tristemente abituati da anni e anni.

La Pace, in questo senso, oltre che rappresentare una tensione verso l’ideale di umanità, può e deve diventare un motore politico e culturale verso il futuro, a partire dall’Italia, che deve essere faro internazionale di humanitas e superiorità morale rispetto a tutti coloro che considerano la vita umana un mero numero. Attraverso questo comunicato (per una pace progressiva) lanciamo un appello a tutte le organizzazioni, a tutte le pagine social e a tutti gli individui che hanno denunciato i soprusi passati e presenti nei confronti dell’essere umano; e soprattutto, lanciamo un messaggio ai ““nostri”” governanti: il vostro silenzio #DevePesarviSullaCoscienza.

Alcune foto dall’associazione Habilian