Nella giornata di ieri abbiamo preso parte alla commemorazione del centenario della morte di Lenin che si è tenuta a Cavriago, a livello storico fa un doveroso paio con la commemorazione, seppur più limitata, che si è tenuta per Marinetti. Doverosa parentesi iniziale, visto che non ha fatto in tempo ad uscire la notizia che già si cerca di farla passare per divisiva, alla piazza a cui abbiamo partecipato noi, quella nella mattinata, erano presenti realtà con le più disparate posizioni in ambito geopolitico, specialmente sul conflitto russo-ucraino. Bastava informarsi un minimo sulle posizioni delle realtà intervenute in piazza: nostre, a fianco in particolare dell’autodeterminazione del separatismo nel Donbass; quella dell’Associazione di Amicizia Italia-Corea, verso la Russia; quella del Partito Marxista-Leninista Italiano (ideatori dell’evento), verso l’Ucraina; quella di Rifondazione, verso il neutralismo.

Insomma, divisivo solo per chi voleva dividersi, da non imputare certo a posizioni ben delineate delle realtà partecipanti, che hanno comunque espresso la loro toccando anche questioni geopolitiche nel massimo del rispetto reciproco, come si confà a tali occasioni, ed un esempio per tacere certi piagnistei che iniziano a stancare.

Un dettaglio sulla nostra delegazione e sulla piazza, foto dal Corriere di Bologna.

Per conto nostro, ha parlato Fabian, che ha già offerto analisi degne di pregio sul sito:

Esattamente un secolo fa moriva, prematuramente, il grande Lenin, lasciando in eredità all’umanità una delle realizzazioni più alte nella storia del movimento comunista: la prima rivoluzione socialista compiuta, la costituzione del primo Stato fondato sulle idee di Marx.

Fu già a suo tempo Plechanov a delineare in maniera magistrale la funzione storica dei grandi uomini, coniugandola con la teoria del materialismo storico. Non sono i grandi individui storico-universali a fare la storia, ponendosi come artefici e modificatori trascendenti della realtà, ma sono bensì le condizioni materiali-oggettive a fornire il substrato adeguato sul quale l’azione storica dei grandi uomini può dare risultati significativi. Un Ilic de-storicizzato e rimosso dalle condizioni culturali e politiche della Russia zarista di fine ottocento-inizio novecento non sarebbe probabilmente mai diventato un grande rivoluzionario, sarebbe forse rimasto un importante pensatore, magari di tendenza socialdemocratica, ma sicuramente non sarebbe mai diventato “Lenin”.

Contemporaneamente, e in ciò mi spingo a conclusioni più ardite rispetto a quelle di Plechanov, la Rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai stata possibile senza di Lenin: le condizioni storiche creano le condizioni affinché la volontà dei grandi soggetti storici possa manifestarsi come prassi trasformatrice, ma si rischierebbe di cadere nel puro meccanicismo deterministico se si credesse che una determinata situazione potenzialmente rivoluzionaria possa essere condizione sufficiente per il passaggio dalla potenza all’atto. Ed è su questa considerazione, solo apparentemente puerile e scontata, che si innestano alcune delle più importanti dottrine che nei fatti si oppongono al determinismo messianico della Seconda Internazionale, dottrine che vanno a costituire una scuola di pensiero che potremmo definire “volontaristica”, la quale partendo da Sorel giunge a Mao Tse Tung e Kim il Sung, passando per Gramsci. Una volta riconosciuta la funzione fondamentale dei grandi uomini all’interno del progresso storico è possibile delineare, in maniera più chiara, quale possa essere l’insegnamento principale di Lenin, da cui poi discendono le successive teorie sul centralismo democratico, la funzione d’avanguardia del Partito, sull’Imperialismo e via dicendo: il rivoluzionario è, prima di tutto, un interprete del progresso storico. In altri termini il rivoluzionario si pone nei confronti della storia come il timoniere di un’imbarcazione a vela, capace di dirigere la nave sfruttando la direzione del vento, senza pretendere per questo di farsi Eolo e decretare, con un colpo di penna e la citazione di un classico, le tendenze generali della Storia, e senza permettere passivamente altresì che la corrente trascini la barca contro uno scoglio. In tal senso il vero rivoluzionario è l’antitesi dell’intellettuale da salotto, ancorato a formule dogmatiche non più attuali, o capace semplicemente di criticare tutti i tentativi di emancipazione della classe lavoratrice come “utopismo romantico” e “avventurismo piccolo-borghese”, da una parte, o “dittatura totalitaria” dall’altra. La negazione assoluta è quanto ci sia di più lontano dalla concezione dialettica di matrice hegeliana dell’Aufheben, il “superare conservando”. A questo intellettualismo incapace di trasformare la teoria in prassi Lenin contrapponeva decisamente il Marx “allievo”, e non maestro bacchettone, della Comune di Parigi: «Marx sapeva intuire nei tempi apparentemente più pacifici, «idilliaci» secondo la sua espressione – «nella palude desolata» (secondo le parole della redazione della Neue Zeit») – l’approssimarsi della rivoluzione e sapeva elevare il proletariato alla coscienza dei suoi compiti rivoluzionari di avanguardia (…). Plechanov, che dopo il dicembre 1905 esclamò da pusillanime: «Non si dovevano impugnare le armi!», era così modesto da paragonarsi a Marx. (…) Marx, che nel settembre 1870 aveva definito l’insurrezione una follia, si comporta di fronte ad essa, nell’aprile 1871, quando vede il movimento popolare, un movimento di massa, con la vivissima attenzione di uno che partecipa ad avvenimenti eccezionali, che segnano un passo avanti nella storia mondiale del movimento rivoluzionario. (…) Marx pose l’iniziativa storica delle masse al di sopra di tutto. (…) Marx non si rifugiò nella saggezza di quei saccenti che hanno paura di esaminare la tecnica delle forme estreme della lotta rivoluzionaria. (…) Difesa o attacco? – si chiede, come se si trattasse di operazioni militari alle porte di Londra. E decide: assolutamente l’attacco, «occorreva marciare subito su Versailles…». (…) Marx considerava la storia dal punto di vista di coloro che la fanno, anche se in precedenza non possono calcolare, senza sbagliare, le prospettive, ma non la considerava dal punto di vista dell’intellettuale piccolo-borghese che sentenzia «Era facile prevedere…non si dovevano impugnare…»».

Questo frammento è solo superficialmente in contraddizione con quanto detto poc’anzi: apparentemente il fatto che le masse assaltino il quartier generale prima che sia scoccata l’ora fatale delle “condizioni oggettive” potrebbe sembrare un assurdo, una follia, ma è bene ricordare che la dialettica marxista presuppone un continuo processo di interazione tra teoria e prassi che passa necessariamente per l’attività pratica e cosciente del soggetto rivoluzionario. Come ricordato da Lenin, anche una sconfitta è in grado di condurre il movimento rivoluzionario ad uno stadio più alto. Sapere riconoscere lo spirito della storia e farsene portavoce non significa nemmeno pretendere di poter prevedere gli eventi attraverso un’analisi positivista del dato, ricostruendo sulla base dell’evidenza empirica con poche semplici equazioni ora, data e anno della Rivoluzione Proletaria, ma significa piuttosto riconoscere la tendenza generale del processo di emancipazione delle classi lavoratrici e comprenderne le più intime necessità. Se Lenin, invece che unificare gli interessi della classe operaia e delle vaste masse contadine attraverso la triplice promessa di “pane, pace e terra”, si fosse limitato alla chiacchiera retorica sulla funzione rivoluzionaria del solo operaio di fabbrica e sulla natura piccolo-borghese e reazionaria della classe contadina, è alquanto chiaro che la rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai stata possibile. Discorso analogo si potrebbe fare a chi, nel 2024, nell’Europa de-industrializzata e terziarizzata moderna, ancora si ostina a restare ancorato alla concezione superata dell’operaio di fabbrica come unico possibile soggetto rivoluzionario, alienandosi volontariamente o meno la stragrande maggioranza della popolazione lavoratrice, che non può certo essere identificata con il tradizionale operaio della Seconda e della Terza Internazionale. Con questa constatazione, al limite tra l’eresia e l’apostasia, non s’intende ovviamente negare la funzione storica della classe operaia, nonché la distinzione fondamentale tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, o pretendere che l’avanguardia rivoluzionaria possa essere composta da bottegai e piccoli imprenditori. Il discorso è più complesso, e si basa sull’idea che, affinché una rivoluzione possa essere vittoriosa, essa deve necessariamente basarsi sul sostegno attivo della maggioranza della popolazione. Riuscirà il marxismo occidentale a realizzare quella rivoluzione di paradigma necessaria ad un movimento che vuole porsi come scienza prima ancora che come filosofia, o ancor peggio, come teologia scientista, sul modello della Chiesa Positivista di Augusto Comte? Questo è il grande interrogativo da cui, probabilmente, dipende la rinascita del marxismo come forza rivoluzionaria e come autentico strumento di comprensione e trasformazione del mondo.

Segue l’intervento di Jean-Claude Martini, presidente della KFA Italia, che ha posto enfasi su una certa tendenza politica in Europa orientale, Ucraina inclusa:

Compagni, cento anni sono trascorsi dalla scomparsa di Vladimir Ilič Lenin, grande capo e maestro del
proletariato internazionale.
Grazie a Lenin, la Rivoluzione d’Ottobre trionfò e nacque il primo Stato guidato da una dittatura del proletariato. Il marxismo-leninismo, l’ideologia rivoluzionaria teorizzata da Marx e sviluppata da Lenin, diede un grande incentivo alla lotta rivoluzionaria della classe operaia internazionale e alla causa della liberazione delle masse popolari. Se Lenin non avesse formulato il leninismo, la teoria, la strategia e la tattica della rivoluzione proletaria nell’epoca dell’imperialismo, e se non avesse incitato la classe operaia della Russia alla lotta, il primo Stato socialista nel mondo non avrebbe mai potuto nascere. Il leninismo, come disse il Presidente Kim Il Sung, è il marxismo creativo dell’epoca dell’imperialismo.
Lenin propose infatti il leninismo sviluppando il marxismo conformemente alle condizioni storiche caratterizzate dal passaggio del capitalismo allo stadio dell’imperialismo. Egli guidò alla vittoria la rivoluzione socialista d’Ottobre in Russia, che ha segnato l’inizio della transizione della società umana dal capitalismo al socialismo e incoraggiando così la lotta della classe operaia e dei popoli per demolire il bastione dell’imperialismo ed emanciparsi.
Naturalmente, le salve dell’Ottobre ebbero la loro eco anche in Corea, e non solo durante la rivoluzione antigiapponese, ma anche quando si trattò di difendere la bandiera rossa dal fango che le gettarono sopra i rinnegati e i revisionisti di ogni risma dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS. A tal riguardo vi è un aneddoto molto significativo.
Il 4 agosto 2001, l’allora Presidente della Commissione per la Difesa Nazionale della RPDC, compagno Kim Jong Il, si trovava in visita ufficiale nella Federazione Russa. Precedentemente, aveva dato istruzione ai funzionari competenti di organizzargli una visita al Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa a Mosca, che tuttavia era stato sigillato dieci anni prima, con la scomparsa dell’Unione Sovietica. I funzionari temettero perciò che la richiesta avrebbe potuto causare un incidente diplomatico, ma il Presidente Kim Jong Il si impuntò, venendo infine accontentato. In un momento in cui divenne desueta la vecchia consuetudine
dei dirigenti dei partiti e dei Paesi socialisti di visitare il Mausoleo, in cui al contrario si consentivano insulti e denigrazioni nei riguardi di Lenin e si parlava addirittura di dismettere lo stesso Mausoleo, Kim Jong Il riuscì a farselo aprire da una guardia d’onore dell’esercito russo, per la prima volta da quando il capitalismo era stato restaurato in Russia.
Egli quindi depose una corona di fiori, con un nastro in cui si leggeva la dedica «A V.I. Lenin. Kim Jong Il», e si inchinò all’ingresso in segno di omaggio. Più tardi, intrattenendosi coi funzionari che lo accompagnavano, ricordò loro gli atti nefasti dei revisionisti kruscioviani nei riguardi della figura e dell’opera di Stalin e sull’importanza di onorare i predecessori rivoluzionari.
Un ritratto di Lenin, inoltre, troneggiava vicino a uno di Marx sulla sede del Ministero del Commercio Estero a Pyongyang fino al 2012, quando vennero spostati nel Museo della Fondazione del Partito, come a sottolineare le radici marxiste-leniniste di quest’ultimo. Oggi i nostri compagni dell’Europa orientale celebrano questa ricorrenza storica in contesti e climi estremamente diversi: le statue di Lenin sono state abbattute o vandalizzate in molti Paesi ex socialisti, come la Polonia, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia e l’Ucraina; là il socialismo viene costantemente denigrato e i partiti comunisti repressi o direttamente messi al bando, mentre, contemporaneamente, si riabilita il nazismo celebrando i collaborazionisti filo-hitleriani della Seconda guerra mondiale ed elevandoli ad “eroi di Stato”.
Ciò significa che Lenin fa ancora paura alle classi dirigenti borghesi che hanno usurpato il potere e impongono il capitalismo e le sue misure di lacrime e sangue alle masse popolari, per compiacere i loro padroni a Bruxelles e a Washington. Ma non solo: la sua opera serve ancora come confutazione delle tesi di chi grida, a sproposito e fuori tempo massimo: «Basta socialismo! Basta ideologie!», puntando ad appiattire il movimento socialista su piattaforme sindacaliste, minimaliste, dal vago retrogusto elettorale, come se potessimo ottenere “pane, pace, lavoro e libertà” nel capitalismo che invece, ogni giorno, ci toglie sempre più diritti sociali. Questo significa illudere le masse popolari, raggirarle con discorsini da pubblicità progresso sulla “realizzazione dei propri sogni”, gli “imprenditori di sé stessi” e gli “amministratori delegati del proprio tempo”. Ogni individuo potrà realizzarsi in una dimensione collettiva soltanto nel socialismo, non prima. Nessuna piattaforma è più pratica e concreta dell’instaurazione del socialismo, anzi, quest’ultimo rende tali anche le rivendicazioni economiche e sindacali, pena il mero ridurle a una questua nei confronti di padroni sempre meno propensi all’ascolto dei lavoratori.
Concludo citando le parole di un articolo comparso sul Quotidiano del Lavoro, organo del Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea, l’11 gennaio, e intitolato emblematicamente Il futuro dell’umanità risiede nel socialismo:
«Anche quando il socialismo ha subito battute d’arresto temporanee e le tendenze antisocialiste dilagavano, noi abbiamo rafforzato il potere nazionale complessivo del Paese, tenendo ancora più alta la bandiera rossa del socialismo, per dimostrare che esso è giustizia e la sua vittoria è ineluttabile e infondere fiducia all’umanità nei suoi confronti. […] L’avvenire dell’umanità risiede nel socialismo e la sua vittoria è inevitabile». Disponibile il video dell’intervento qui.

In conclusione, il nostro segretario Giovanni Amicarella ha ricevuto qualche domanda da chi è giunto a filmare l’evento.

Non è mancata la domanda sulla bandiera di azione antisionista, che forse anticipa uno spassoso uso del pezzo in televisione (lui ci spera vivamente). “Quella di oggi è solo una commemorazione storica?” chiede il giornalista, “E’ sì una commemorazione storica, ma non solo. Bisogna avere delle fondamenta anche per cercare una nuova via al socialismo, senza crogiolarsi nella nostalgia del passato”. Un occhiolino a certe formazioni che fanno del “culto del morto” il loro principale cavallo di battaglia.

Articoli di stampa sull’evento:

Corriere di Bologna (da cui sono tratte le foto)

Reggio Online (con un estratto video delle domande)

ANSA

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