L’Italia fece suonare il campanello d’allarme alla Banca Mondiale nel 1988, quando fondò una “Authority Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD)” che comprendeva Gibuti, Etiopia, Kenya, Sudan, Somalia e Uganda. Obiettivo dell’IGAD era “combattere la siccità e la desertificazione”, con ambiziosi progetti infrastrutturali come Transaqua. La nascita dell’IGAD era il culmine di un’offensiva italiana partita nel 1985, quando un comunicato dell’OCSE riconosceva all’Italia l’”oscar” della generosità, con la destinazione del 0,40% del PIL allo sviluppo africano.
Si trattava di cifre dopotutto modeste, che non raggiungevano i 4000 miliardi all’anno, ma erano destinate a finanziare progetti che poi avrebbero attirato altri investimenti e, soprattutto, facevano dell’Italia l’unico paese occidentale ad avere qualche tipo di strategia per sviluppare il continente africano.
Esemplare è il caso dello sviluppo del Tana-Beles, in Etiopia, un ambizioso piano di sviluppo di una regione fertile su cui trapiantare parte della popolazione etiopica che viveva nelle province di Wollo e Tigrai, colpite dalla siccità. Naturalmente il regime etiopico vedeva nel progetto anche una convenienza politica, per dividere popolazioni in cui era radicata la guerriglia nazionalista. Resta però il fatto che il progetto italiano, costruendo una città-capoluogo, cento villaggi, 300 km di strade, 300 di acquedotti, un centinaio di ponti, un ospedale centrale con rete di ambulatori, un canale in parte in galleria, un aeroporto, una centrale idroelettrica e la messa a coltura di 190 mila ettari di terre incolte rappresentava una vera emancipazione per quel popolo.
Quando l’Italia lanciò la nuova “authority” per lo sviluppo, che avrebbe integrato i vari progetti in un piano complessivo che avrebbe cambiato il volto della regione, la macchina bellica del Commonwealth si mise in moto. Sul campo, le nazioni che avevano aderito al progetto furono tutte destabilizzate, alcune addirittura cancellate (è il caso della Somalia). In Etiopia fu scatenata la guerriglia che impedì il compimento del progetto di Tana Beles e portò al potere i due “gemelli” Afewerki e Zenawi, che si spartirono il paese. I due poi spalleggeranno il terzetto diabolico Museveni-Kagame-Kabila nella conquista dello Zaire-Congo. In Italia, il ciclone Mani Pulite spazzò via l’intera classe politica, azzerando completamente la presenza italiana in Africa. Alla fine di questo processo, l’alleanza per lo sviluppo promossa dall’Italia si è trasformata esattamente nel suo opposto.
Senza esagerare l’importanza dell’iniziativa italiana, si può affermare tranquillamente che se l’”Authority” lanciata nel 1985 si fosse sviluppata secondo i piani, non solo sarebbe cambiato il volto di un’intera regione del continente africano, ma sarebbe stato stabilito un precedente. Non si tratta di vedere la cosa in termini geopolitici, e cioè di espansione di un’”area d’influenza” italiana (e quindi di conflitti immancabilmente generati con altre potenze), ma nella prospettiva che si sarebbe imposto un modello di sviluppo basato sull’industrializzazione e sulla sovranità nazionale dei paesi coinvolti, mirante a instaurare collegamenti trans-africani e a inverdire il deserto. È ovvio che un successo di questo modello avrebbe dimostrato la possibilità di far finalmente decollare l’economia del continente e spinto le altre nazioni africane nella stessa direzione.
Per capire meglio il significato di ciò, basta dire che la Banca Mondiale ostacolava sistematicamente ogni progetto, anche quelle poche infrastrutture che l’Italia veniva costruendo in Somalia, come la strada Garoe-Bosaso, la quale doveva collegare l’entroterra più arido del paese con il porto di Bosaso, che nel progetto doveva venire riabilitato. In particolare, la Banca Mondiale contrastava l’idea di “inverdire il deserto”, progetto che avrebbe necessitato grandi investimenti in tecnologia avanzata, tra cui impianti di dissalazione e di energia nucleare, promuovendo invece la cosiddetta “tecnologia appropriata”.
Dopo aver sabotato lo sviluppo del Sahel, all’inizio degli anni ’90, la Banca Mondiale annunciò l’abbandono degli interventi a nord della linea N’Djamena-Saint Louis du Senegal, dove la pluviometria annuale non arriva a 300-350 mm. Giustamente, gli esperti hanno notato che questa decisione provocherà entro una decina d’anni un nuovo grave esodo di popolazioni e un’avanzata dell’aridità irreversibile per parecchie centinaia di chilometri verso sud, cioè verso le zone ancora fertili e vivibili.