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La situazione nazionale e internazionale evolve a un ritmo veloce, allo stesso tempo si delineano sempre più chiaramente le differenze in area extraparlamentare: fra chi ritiene che i valori socialisti e patriottici non siano svendibili al miglior offerente e chi, da una parte o dall’altra, è pronto a offrirsi a “campi larghi”.

Dalle dichiarazioni rilasciate assieme ad altre organizzazioni a livello internazionale (sul tema immigrazione, lotta di classe in Occidente e adesioni alla campagna energetica per Cuba), alle impressioni di militanti che hanno preso parte alle mobilitazioni nazionali dell’ultimo periodo.

Di Massimiliano Danna

La guerra contro l’Iran ha imperversato per più di un mese, l’esercito americano, che aveva sperato di trovare la sua “redenzione” da cinquant’anni di umiliazione consecutiva (dalla giungla del Vietnam alle sabbie del Medio Oriente), ora trova un’umiliazione più grande nelle acque annerite dal petrolio dello stretto di Hormuz. La tigre di carta e i suoi alleati sono ora indifendibili di fronte alla realtà dei fatti.

Il simbolo dell’invincibilità americana, l’F35, è stato colpito più volte e più volte costretto ad atterraggi d’emergenza brutali nelle sabbie, un’immagine perfetta di come sia andata la famosa operazione “Epic Fury”, o com’è stata ribattezzata, non a caso vista la concomitanza, “Epstein Fury”.

Tuttavia, qualcuno è riuscito a uscire ancora più umiliato da questa situazione, e prima che ve lo chiediate, no, per una volta non siamo noi italiani. Anche se ci siamo andati vicini, tra il ministro della difesa bloccato a Dubai e due Eurofighter danneggiati (in tutto questo il nostro uomo in Medio Oriente è Di Maio, nel caso stesse dormendo sogni tranquilli).

In questo caso il più grande umiliato di guerra è l’entità sionista.

Israele già non veniva da una situazione favorevole, il 7 ottobre aveva palesato le pesanti falle nell’IDF e la ritirata da Gaza, dopo anni di genocidio, senza effettivi guadagni materiali. Il disarmo di Hamas non è mai avvenuto, la distruzione di Hezbollah con i pager non si è materializzata, creando solo maggiore radicalizzazione del gruppo.

L’assassinio del martire Khamenei, che nella narrazione occidentale avrebbe dovuto far crollare la Repubblica Islamica e riportare lo shah, ha invece, prevedibilmente, radunato il popolo intorno alle istituzioni, e ovviamente portato al risultato sotto gli occhi di tutti.

Israele ha passato la guerra con un numero irrisorio di missili intercettati, le maggiori città sono state colpite pesantemente e con esse le infrastrutture (tanto che i tanto magnificati bunkers si sono riempiti di liquami fognari) e soprattutto, aldilà degli attacchi missilistici, Israele ha pure fallito sugli obbiettivi in Libano. Con Hezbollah che si è dimostrato tutt’altro che indebolito, arrestando e respingendo l’avanzata dei sionisti.

La situazione interna è quindi al totale sfacelo, l’amministrazione “Bibi” ha perso una grandissima fetta del suo supporto, anche se ha provato più sparate sensazionalistiche, inclusa la barbara pena di morte contro i palestinesi incarcerati. (Tra l’altro, qualcuno ha visto Bibi? Ormai lo si vede solo su Sora IA). Nei fatti la sconfitta è così grave che Israele non solo non è stato consultata nel cessate il fuoco, ma ora sta rifiutando di cessare il fuoco in Libano, cosa che potrebbe causare il collasso dei negoziati.

La vera domanda è se Israele possa sopravvivere se l’Iran sopravvive.

Israele ha perso ogni credibilità con le monarchie del golfo e soprattutto con l’opinione pubblica delle nazioni occidentali, tanto che persino il direttore del contro-terrorismo americano si è dimesso.

Inoltre il rifornire il sistema missilistico difensivo, l’Iron Dome, dopo questa guerra, insieme ai costi di ricostruzione, sarà un peso enorme sull’economia israeliana, la quale non ha alcuna garanzia di recupero, anzi, visti i boicottagi internazionali. Potrebbe addirittura cadere in una pesante recessione e una devalutazione della moneta tale da farla collassare, uno scenario che gli stremati Stati Uniti potrebbero non riuscire ad evitare.

L’antisionismo è inoltre diventato la carta vincente nella politica internazionale, capace di attirare una parte considerevole di votanti, persino la potente AIPAC perde colpi davanti ad un’ondata di stanchezza del pubblico americano.

Il movimento MAGA si sta disgregando sotto il peso cocente della politica “Israel First“, mentre in Europa siamo arrivati direttamente al sabotaggio delle infrastrutture militari legate ad israele (vedasi la Earthquake Faction).

Questa situazione internazionale promette chiaramente un isolamento sempre maggiore dell’entità sionista. Ma soprattutto fa sorgere un dubbio fondamentale. Fin dove è disposta a spingersi?

Israele è una bestia messa all’angolo, una bestia molto violenta e crudele, che non ha di certo escluso l’opzione nucleare, anzi.

La loro dottrina nucleare (non ufficiale, visto che Israele segue una politica di ambiguità nucleare, ma pubblicamente più che nota) sarebbe quella dell’opzione Sansone, ovvero nuclearizzare tutti gli stati considerati ostili, inclusi i vicini, se l’esistenza dell’entità venisse seriamente minacciata.

Inoltre il Mossad è solito eseguire operazioni di false flag, potrebbe benissimo eseguire per cercare di trascinare gli stati occidentali in una guerra contro l’Iran.

Nei fatti l’Iran ha già accusato Israele di avere eseguito diverse false flag, sia contro l’Oman che l’Arabia saudita, e, alla scrittura di questa analisi, anche l’attacco verso la base navale Diego Garcia.

Tuttavia questa è una tattica molto rischiosa.

L’esercito americano ha un’indigestione interna, i soldati non voglio morire per Israele, soprattutto in operazioni suicide come una possibile invasione delle isole dello stretto di Hormuz, o la folle invasione via terra sottintesa da Trump nei suoi deliri. Gli eserciti degli stati trascinati potrebbero avere ancora meno stomaco per una guerra fatta per Israele, gettando benzina su un fuoco già acceso internamente, specialmente nel caso di alcuni paesi. E che potrebbe avere effetti imprevedibili.

Di fatti abbiamo già potuto vedere come l’amministrazione Trump sia arrivata a purgare il suo stesso staff militare (ma non era roba da comunisti questa? Aah, deliziosa ironia) con ben trenta generali cacciati via, incluso un ufficiale religioso. Malumori nelle forze armate, un termometro fin troppo efficiente per misurare il malcontento di un popolo.

Il “controblocco” americano sul già bloccato stretto di Hormuz è la riprova finale di quanto detto fino ad ora.

Un’operazione di pura PR che danneggia tutti, sottraendo il petrolio iraniano in modo parziale, perché il mar Caspio continua a non essere bloccato, dal mercato internazionale. Questa operazione è la riprova finale che né Israele né gli Stati Uniti comprendono l’Iran, credono di poter mettere pressione con la stessa strategia che mette loro sotto pressione, inutilmente. Un copione tipico degli imperi morenti.

La sopravvivenza di Israele è quindi tirata pesantemente in dubbio, soprattutto perché più questa viene tirata avanti, maggiori sono i danni a chi la tiene artificialmente in vita. Inclusi noi.

L’Occidente ha una produzione industriale debole, che perde colpi quanto più il costo del gas e del petrolio sale. Persino l’arsenale della democrazia americano sta finendo munizioni e armanenti, dovendoli sottrarre agli alleati minori come la Corea del Sud e l’Ucraina.

Se un terzo fronte dovesse aprirsi (cosa probabile visto che Trump suggerisce di voler invadere Cuba) la situazione potrebbe crescere disperata per l’Occidente.

Di Lorenzo Maffetti

“Essere un santo è l’eccezione; essere un giusto la regola”. Così, tramite la penna di Victor Hugo nel suo “Les miserables”, recita Charles François-Bienvenu Myriel.

Appare, sicuramente, come una di quelle frasi da effetto cinematografico e letterario, posta all’entrata di qualche importante scuola o università. A ben vedere, così è, inconsciamente o in maniera cosciente può essere un monito per molti noi “comuni mortali”, che siamo spettatori (e ancora solo in piccola parte agenti) dell’incontro e lo scontro tra le varie “volontà politiche” dei governi che negli ultimi mesi hanno incentivato l’azione.

In questo scenario globale, dove
a battagliare non sono solo diversi modi di governare, ma anche di vivere e concepire l’Altro e la società, la giustizia e l’ingiustizia, l’Italia è un guazzabuglio.

Il solito.

Da quando Donald Trump e i colleghi israeliani hanno dato il via libera al tentativo di annientare l’Iran, cercando anche di sfidare il colosso cinese di riflesso, abbiamo assistito a ciò che in slang possiamo dire “di tutto”:

Lo Stretto di Hormuz è stato detto chiuso, aperto, conquistato e riconquistato;

una civiltà di 3000 anni sarebbe sparita in una notte;

l’inside-trading ha generato entrate per milioni di dollari;

gli accordi presi erano stati stracciati
e poi nuovamente pattuiti;

I’asse Usa-Israele ha rivendicato la propria superiorità in tutto e per tutto a più riprese, di fronte al mondo intero, comunicando come fossero i salvatori (addirittura biblici eh) del mondo intero.

Un cliché, certo, soprattutto le motivazioni poco motivate dell’amministrazione Trump e le dichiarazioni facinorose dei leader israeliani.

Ma non tutto quello a cui abbiamo assistito può essere liquidato come se fosse un normale fluire della storia, che – in fondo –
parrebbe esserci sempre stato, per cui “che vuoi farci?”.

Nel “bene” o nel “male” ci ritroviamo di fronte ad originalità storiche ed umane, che hanno bisogno di essere analizzate, interpretate e giudicate: c’è chi le ha cavalcate di punta, portandole all’esasperazione più negativa;

chi si è nascosto e ha fatto finta di averci capito qualcosa;

e chi si è alzato con superiorità morale di fronte agli abusi contro l’umanità senza
apparire indietro di molti secoli.

Il primo caso riguarda gli Stati Uniti ed Israele; il secondo, nostro malgrado, l’Italia; il terzo, infine, l’Iran e sopra a tutti Cina e Spagna.

Il governo italiano ha fatto dimostrazione di vera impotenza morale, politica e diplomatica: i nostri vegliardi politici si sono distinti per dichiarazioni raccapriccianti e spicciole relative al
conflitto, tra tutti Tajani; il rincaro dei prezzi e l’incapacità di abbassare i costi o prendere una decisione politicamente impattante (acquistando gas da altri attori strategici) per salvaguardare il portafoglio e la salute psicofisica dei cittadini, hanno fatto sì che – tra tutte le questioni essenziali – la coalizione di centro-destra perdesse anche il referendum giudiziario
avulso dalla politica e dalla geopolitica.

Avvicinatosi a questi due spazi grazie al fatto che la sequela di scelte sbagliate e scelte mai prese sono state fatte pagare caro al governo dagli italiani, e soprattutto dai giovani.

Dall’alto della nostra tradizione, hanno tentato di essere la hegeliana “Nottola di Minerva”, simbolo del pensare (filosofico, ma ne allarghiamo il significato) durante la notte, quando gli eventi del giorno sono terminati e si possono tirare le somme; una Nottola dalle ali spezzate già in partenza.

Non c’è stata alcuna riflessione post-eventum e tanto meno decisioni prese a seguito di esse: hanno aspettato, strizzato l’occhio e trovato il momento giusto per fare un passo indietro (e non per “farne due in avanti”) nel tentativo di salvarsi, mediaticamente, di fronte all’opinione pubblica.

La tradizione è stata difesa: toccato il Papa, toccato il Governo, il che ha prodotto un
disallineamento rispetto agli Stati Uniti. Difesa, certo, ma a metà: Trump ha dato la colpa all’immigrazione e tanto il suo entourage quanto i suoi sostenitori civili sono convinti della necessità conservatrice e tradizionale.

Se non fosse che la civiltà americana è in piedi – sopra il sangue degli indigeni – da più o meno 250 anni, la nostra e quella iraniana da più di 2500 anni.

Per cui, se c’è una tradizione da onorare e conservare, questa deve essere contraria tanto alle imposizioni politiche quanto a quelle culturali provenienti d’oltreoceano.

Oltretutto, a mo’ di pensiero comune, molto spesso abbiamo da ridire nei confronti della Cina: Pechino continua a tendere la mano, proponendosi non solo come alternativa di mercato e strategica, ma anche come collante per la mediazione e soprattutto come garante morale.

Nello scenario mondiale le linee sembrano essere due: quella aggressiva e quella pacifica e multilaterale, che punta allo sviluppo e alla coesistenza pacifiche.

E la storia pone di fronte delle scelte, le quali a loro volta implicano conseguenze e risvolti originari, poi sottoposte al giudizio del popolo e dei posteri: il nostro governo non è in grado di prenderle e, quando lo fa, prende la scelta più comoda a chi lo comanda o si ritira nell’incertezza.

In tutto ciò, le condizioni sociali e civili peggiorano, ma le casse dei nostri amministratori si rimpinguano. C’è un cortocircuito paralizzante, ed è questa partitocrazia.

È quindi necessario scegliere, ora come ora, da che parte della barricata stare, ed è una scelta che deve partire e sta partendo dal basso, e non può essere raccolta e
strumentalizzata dai partiti attuali.

Contro il modello migratorio, comunicato congiunto con Reconstrucciòn Comunista (Spagna)

Grafica di RC, testo di Giovanni Amicarella

Un resoconto del nostro lavoro, nell’arco del 2024-2025, con la comunità senegalese e il Pastef in tal senso è disponibile qui: Roma e Dakar: bilancio di un anno

L’attuale modello migratorio dell’Unione Europea scarica tutte le responsabilità sui paesi del Mediterraneo. Alimentato da una retorica che vuole allineate, seppur all’apparenza opposte, la destra e la sinistra borghese, che traggono sia benefici economici che politici dalla situazione di crisi, giocando alle spalle delle vite di migliaia di persone, sia in Africa che in Europa.

La destra trae benefico dallo scontro e la narrativa generate dalla “guerra fra poveri”, il fare passare la crisi economica come frutto di persone da loro stesse importate per le aziende dei loro amici e familiari. La sinistra borghese lucra su una propaganda che snatura completamente l’autodeterminazione dei popoli, anch’essa lucrando economicamente da attività aziendale fatta passare per beneficenza.

Solo con il socialismo, solo con un approccio di classe, patriottico e internazionalista, si può arrivare veramente alla libertà per tutti i popoli e al loro diritto di sviluppare le proprie nazioni, liberi da colonialismo e interessi terzi.

Lotta di classe e opportunità internazionali, comunicato congiunto con Force Cyclone (Regno Unito)

Grafica di Risorse Rosse, testo di Lorenzo Maffetti

Un comunicato sulla centralità del ritorno della concezione di “sindacalismo rivoluzionario”, contro le finte tutele borghesi, è disponibile qui: Quale sindacalismo oggi?

La guerra ha messo in discussione la già fragile unità del blocco NATO, vedendo Stati Uniti ed Israele portare avanti una massiccia campagna militare contro l’Iran, che ha causato la chiusura dello Stretto di Hormuz e il rialzo dei prezzi. Le relazioni con gli USA sono in stallo e, lungi dall’esserne dispiaciuti, i popoli europei devono cercare nuove vie commerciali e diplomatiche, fintantoché Trump continuerà il suo tragicomico teatrino al prezzo di centinaia e migliaia di vite umane.

La classe politica liberal-conservatrice tentenna di fronte alle insicurezze internazionali, senza il minimo coraggio di prendere una posizione decisa sulla situazione mondiale; e mentre i prezzi aumentano, i lavoratori chiedono tutele e non insostenibili sacrifici quotidiani affinché il governo continui a compiacere l’alleato statunitense. Come “vox populi” (e sfidiamo a provare il contrario) chiediamo un forte cambio di rotta, economico, diplomatico e politico – per i lavoratori e per tutti coloro che sentono le pressioni della crisi internazionale.

Questa farsa tra governi e finte opposizioni – dove il nemico della nazione è sempre volutamente sottaciuto per beneplacito – deve finire, così come la stagnazione economica e tecnologica dell’Italia, del Regno Unito e dell’Europa. I giovani e i lavoratori sono stanchi della partitocrazia, pertanto vogliamo e pretendiamo sicurezza sociale per chi ha risentito dell’escalation e un significativo cambio di rotta in termini di relazioni internazionali e politica interna.

La lotta di classe non solo è possibile, ma anche doverosa: come esseri umani, come esseri sociali e come cittadini di uno Stato e di una Nazione, agenti storici di un divenire da conquistare.

Campagna fotovoltaico e adesione OCLAE (America Latina)

Grafica di Andrea Falco Profili

Le iniziative sulla campagna svolte in Umbria, con altri approfondimenti in merito, sono disponibili qui: Il Sole accende la luce a Cuba – un primo punto sulla campagna

Il progetto energetico che stiamo portando avanti non è solo un aiuto materiale a Cuba, è una spinta ulteriore nella discussione sulle fonti energetiche anche in Italia, dagli eventi che ne sono derivati. La nostra adesione alla campagna dell’OCLAE rappresenta un passo ulteriore nella solidarietà internazionale.

Testo completo della campagna, in italiano e spagnolo, sulla nostra pagina Ko-Fi.