VAPORGRAM_IMG_1779885714759.png

Mai termine fu più abusato di “internazionalismo”, e non a caso il titolo che ho scelto è una provocazione sarcastica (per chi coglie la citazione soprattutto). Senza volersi dilungare nella distorsione etimologica che ne viene costantemente fatta, confondendolo con il cosmopolitismo di tutt’altra natura e scopo, è prassi per chi pone un’ottica nazionale essere accusato di violarne i principi.

Nel nostro caso forse si rende più risibile come critica a fronte delle varie esperienze in ambito internazionale con corpi diplomatici e le recenti collaborazioni con altri movimenti europei e latino-americani. Resta comunque un problema fondamentale: molto spesso l’internazionalismo viene reso come una vaga dichiarazione di intenti, manca sempre la parte pratica. Che, non la prendete male, deve essere più che il saluto dell’ambasciata o il comunicato congiunto, seppur anch’essi possano avere una valenza (almeno iniziale, di conoscenza). Parliamo di progetti concreti, tangibili.

Per questo, internazionalismo o è solidarietà o non è. Ricapitolando le nostre collaborazioni concrete e conseguenti risultati, l’attualità della nostra collaborazione con la comunità senegalese (alla faccia della tanto strombazzata, quanto inutile, remigrazione), i progetti benefici per Cuba culminati con il progetto per il fotovoltaico.

Di Giovanni Amicarella

Vedere la questione nazionale in contrasto con quella internazionale è una tendenza che non nasce in seno al socialismo, tantomeno quello marxista (dove, ricordiamo, il proletariato deve farsi classe nazionale, citando il Manifesto). Nasce dal pensiero anarchico propriamente detto, che seppur limitato era decisamente una spanna sopra alla totale capacità di analisi che hanno fin troppi anarchici odierni.

La diffusione delle idee socialiste deve necessariamente assumere linguaggio e prassi adatte alle strutture e sovrastrutture su cui intende radicarsi, da qui già i primi movimenti operai di maggior successo trovarono lo slancio proprio dal sapersi fare capire, sapere intendere le necessità a cui dare risposta, in alcuni casi anche sapersi porre in continuità con un’eredità storica precedente (il mito fondativo di una nazione, ad esempio).

Dove invece il movimento è sempre stato fermato, per poi essere sfinito dalla repressione, è dove è prevalsa la linea più distaccata dall’identità popolare. La storia come al solito è un’ottima insegnante ma ha pochi alunni e molto disattenti.

L’internazionalismo, come contrapposizione al globalismo/cosmopolitismo, resta uno dei valori più alti del socialismo. La capacità di andare oltre all’orticello per leggere le comunità umane come, seppur con le loro differenze strutturali e sovrastrutturali, accomunate da particolari esigenze sul piano materiale. La lettura di classe, o dello scontro fra classi, è universale. A non essere universale, e a sfornare aborti a oltranza quando si prova a renderla tale, è l’applicazione. Internazionalismo viene anche confuso con l’adottare un modello estero, cosa che gli “esteri” stessi dicono non essere possibile (a questo serve interfacciarsi con ambienti diplomatici, presumo).

Come organizzazione, dal 2023 circa partendo dal saluto in ambasciata arrivando a eventi ben strutturati e più che bene partecipati in tal senso, abbiamo voluto combinare l’analisi internazionale con quella nazionale per smontare certe narrative “belliche” della destra. Preziose sicuramente sono state le esperienze in Bielorussia (nella delegazione italiana Minsk), gli incontri e eventi con l’Iran, le iniziative alla Casa Russa. Oltre a ciò, anche gli incontri tenuti con il consolato cinese sono stati particolarmente utili, stavolta però sullo smontare certe narrative a sinistra.

Oltre però agli eventi fatti in merito, di cui potete leggere alla sezione Attività e comunicati, la parte che secondo me incide di più e funge da spartiacque fra “noi e loro”, in merito a chi disattende una certa visione di internazionalismo, sta nello sporcarsi le mani: l’internazionalismo in questa fase non può che essere solidarietà attiva. Che, sia chiaro, non è l’obolo dato in beneficenza, è la progettualità condivisa.

Quando è venuto fuori il tema della remigrazione, ovviamente condito da una retorica sciovinista, vendita di prevendite per andare a presenziare alla presentazione (manco fosse un concerto) e una cooptazione tempo zero da parte di Vannacci, a me e ad altri è venuto sinceramente da ridere. Non perché non sia un tema pesante quello dell’immigrazione, ma perché da parte nostra, come organizzazione, lo scontro in merito è sempre stato visto come un impossibile bivio fra proposte sovranarde ad mentulam e “porti aperti come i nostri culi”.

Insomma, una totale incapacità di analisi. Noi su questo ci siamo mossi diversamente, semplicemente entrando in contatto con la comunità senegalese, durante un evento da noi co-organizzato sul tema Africa a Roma. Ne è emerso una volontà crescente di un ritorno in patria a ricostruire, sia le proprie vite (distrutte da false promesse di benessere e da approfittatori di ogni genere), sia la propria terra (con la vittoria di una coalizione anti-francese, a trazione Pastef). Sinergia che, probabilmente vedendo esempi analoghi finiti a buco nell’acqua, non si sarebbe stata se non fossimo ambedue organizzazioni socialiste patriottiche.

Il lavoro che ne è emerso, e di cui potete leggere un resoconto numerico completo realizzato alla fine dei lavori della prima seduta, vale più di mille parole che potrei scrivere a riguardo.

Cambiando area geografica, Cuba è un mito immortale. Per la sua rivoluzione, per sua sfortuna. Finendo per attirare a sé come calamite gente che si sente quasi in colpa a pronunciare “Patria o muerte”, spesso con una visione edulcorata di come la rivoluzione cubana fosse tutt’uno col popolo proprio grazie al patriottismo di fondo.

A livello di organizzazioni politiche, Cuba verte sullo stesso livello di sfortuna: sono più le organizzazioni che pensano che solidarietà alla causa sia vendere le magliette con sopra il Che, rispetto a quelle che si impegnano a fianco delle numerose associazioni di amicizia internazionale. Parliamo di aiuti internazionali, sotto forma di farmaci e altri beni posti sotto sanzioni internazionali, vitali per il mantenimento delle strutture nevralgiche e dei servizi della nazione.

Sebbene il recente sequestro di Maduro in Venezuela abbia decisamente compattato l’opinione pubblica nel merito, il lavoro da fare resta ancora lungo. Su questo, in contemporanea alla raccolta di farmaci, è nata l’idea della raccolta per il fotovoltaico. Visto che ce ne sono più di una, e non so onestamente come funzionino le altre, vi dico quella che appoggiamo noi assieme a AsiCuba e all’OCLAE: passa attraverso ditte specializzate nel settore che, al raggiungimento via via dei costi, producono il necessario pronto ad essere spedito. A Cuba non arrivano soldi, non ci sono intermediari che se ne possono approfittare o altro. Arriva direttamente là l’impianto pronto per l’assemblaggio e l’entrata in funzionamento.

Oltre ad aver riaperto, al momento in piccolo ma in crescendo, il dibattito sul tema solare in Italia, la serie di eventi nati sulla scia di questa iniziativa punta a coinvolgere anche settori italiani per la produzione degli impianti. Insomma, due piccioni con una fava.