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Perché, dunque, l’infanticidio? Accanirsi su donne e bambini significa estinguere chi la vita la dà e chi la riceve, portando invariabilmente avanti il lascito delle generazioni precedenti e quindi, a livello “macro-sociale”, la continuità vitale di una nazione. L’infanticidio femminile, concentrando in un soggetto solo (la bambina e la donna, futura procreatrice) il bersaglio, si configura come la nuova frontiera del genocidio. Più mirato, più micidiale, più efficace. L’obiettivo è sempre lo stesso: l’eliminazione di un popolo alla radice.

Niente di tutto ciò, naturalmente, passa sulle televisioni europee e americane: ai giornalisti italiani fatti venire appositamente a Starobelsk dal governo russo affinché potessero vedere coi propri occhi quanto era successo (no, non c’è mai stato nessun “quartier generale militare” russo nella zona) è stato vietato, dal regime di Roma, di parlare e raccontare in patria la propria esperienza e le testimonianze raccolte: solo alla TASS ha potuto farlo. Ai giornalisti giapponesi l’amministrazione Takaichi ha proibito persino di partire da Tokyo, la BBC ha apertamente rifiutato di prendere parte all’indagine (che ha coinvolto 50 colleghi da 19 Paesi) e la CNN ha fatto lo stesso adducendo però la ridicola scusa delle “ferie”.

Di Jean-Claude Martini

Il 22 maggio come il 28 febbraio: c’è un filo rosso, rosso sangue, che lega le città iraniane di Minab e Lamerd a quella russa di Starobelsk.

Nonostante un generale e ormai pluriennale stracciamento di vesti, capelli e non solo, per i cosiddetti “femminicidi” (come se uccidere una donna fosse di per sé più grave che uccidere un uomo) in Occidente, questo 2026, trascorso per ora neanche per metà, ci ha già fornito un esempio di quale sia, in realtà, la parte di mondo che meno rispetta la dignità delle donne. Questa amara e cruda verità emerge in tutta la sua nitidezza qualora raffrontata alla martellante propaganda a reti unificate che viene condotta contro Paesi come l’Iran, una propaganda che purtroppo ha fatto breccia anche a “sinistra” (usiamo qui questa categoria per pura comodità espositiva).

Nonostante il movimento Donna, Vita, Libertà, che altro non ha prodotto se non le stesse violenze, morti e distruzioni delle sedizioni di questo gennaio, abbia visto una partecipazione quasi solo al maschile (85% contro 15%¹, oltretutto resisi protagonisti di aggressioni e pestaggi contro donne che indossavano l’hijab o che esprimevano pareri favorevoli al governo), esso è stato celebrato alla stregua di una seconda rivoluzione, ma di segno opposto, grazie all’immancabile wishful thinking delle cancellerie e dei rotocalchi occidentali ancora intenti a sognare un assai improbabile “regime change” nella Repubblica Islamica.

Ma come stanno veramente le cose?

Nel 1979 il tasso di alfabetizzazione delle ragazze iraniane tra i 15 e i 24 anni era al 24%, al 2023 risultava essere maggiore del 97%; quello relativo all’istruzione secondaria, nel 1977, appena due anni prima della Rivoluzione, era uno dei più bassi della regione (48.7%, superiore solo alla Siria). L’analfabetismo femminile, inoltre, nel 1979 oscillava tra il 50% e il 60%, oggi è stato completamente sradicato così come ogni divergenza di genere nell’istruzione primaria e secondaria (tanto che in materia di istruzione superiore, nel 2023 le donne costituivano il 56% degli studenti delle università pubbliche, il 95% delle nascite viene effettuato da ostetriche e ginecologhe² e più del 70% degli studenti di ingegneria e indirizzi scientifici sono donne, senza contare tutte le ministre nei vari governi post-rivoluzionari)³.

Come ha portato l’Occidente la “dignità” e la “parità” alle donne?

Oltre ad apporre il suddetto slogan persino sui bordelli di Los Angeles⁴, il che la dice lunga su quale sia il vero concetto di “libertà” e “rispetto” per la donna dalle parti nostre e tacciamo sui selvaggi pestaggi polizieschi delle manifestanti negli USA e nella UE, il 28 febbraio Israele, con l’appoggio degli Stati Uniti, ha pensato bene di bombardare una scuola elementare per bambine nella città di Minab, provincia di Hormozgan, uccidendo 168 allieve col falso pretesto dell’esistenza di una presunta “base dei Pasdaran”. Meno copertura mediatica ha avuto, malauguratamente, la contemporanea incursione aerea sul palazzetto dello sport di Lamerd, che ha tolto la vita a 21 giovani pallavoliste. E 21 è stato anche il conteggio delle vittime dell’attacco missilistico, soltanto pochi giorni fa, compiuto dall’esercito ucraino sul Collegio di Starobelsk dell’Università Pedagogica della Repubblica Popolare di Lugansk, nella Federazione Russa.

L’infanticidio femminile come nuova arma di guerra dell’Occidente. La maggior parte delle vittime di queste due ultime stragi sono state donne. Da Minab a Starobelsk, la “civiltà” del “giardino fiorito, libero e democratico” anglosassone è costato la vita a due generazioni, con famiglie che a chilometri di distanza piangono figlie dai 10 ai 20 anni, sepolte decisamente anzitempo per colpa dei medesimi carnefici. Non ci occupiamo, qui, degli effetti ben più ampi e frequenti del genocidio portato avanti da Israele in Palestina e in Libano, limitandoci a rimandare al toccante ed emblematico documentario di Hala Bou Saab Il miracolo di Gaza⁵, proiettato al festival di RT svoltosi a Bologna l’11 e il 12 aprile scorsi (svoltosi nonostante tentativi certo non casuali di censura “democratica”), e di cui chi scrive si fregia di aver contribuito come traduttore⁶.

Perché, dunque, l’infanticidio? Accanirsi su donne e bambini significa estinguere chi la vita la dà e chi la riceve, portando invariabilmente avanti il lascito delle generazioni precedenti e quindi, a livello “macro-sociale”, la continuità vitale di una nazione. L’infanticidio femminile, concentrando in un soggetto solo (la bambina e la donna, futura procreatrice) il bersaglio, si configura come la nuova frontiera del genocidio. Più mirato, più micidiale, più efficace. L’obiettivo è sempre lo stesso: l’eliminazione di un popolo alla radice.

Niente di tutto ciò, naturalmente, passa sulle televisioni europee e americane: ai giornalisti italiani fatti venire appositamente a Starobelsk dal governo russo affinché potessero vedere coi propri occhi quanto era successo (no, non c’è mai stato nessun “quartier generale militare” russo nella zona) è stato vietato, dal regime di Roma, di parlare e raccontare in patria la propria esperienza e le testimonianze raccolte: solo alla TASS ha potuto farlo⁷. Ai giornalisti giapponesi l’amministrazione Takaichi ha proibito persino di partire da Tokyo, la BBC ha apertamente rifiutato di prendere parte all’indagine (che ha coinvolto 50 colleghi da 19 Paesi) e la CNN ha fatto lo stesso adducendo però la ridicola scusa delle “ferie”.

Sarebbe tuttavia limitativo, e in un certo qual modo anche ipocrita, limitarsi a piangere le vittime ed esecrare la cattiveria dell’imperialismo, di cui chiunque abbia occhi per vedere e buonafede per capire è già da tempo più che conscio: confinandoci a ciò, tutta la nostra attività teorica e pratica si limiterebbe a questo, in un elenco infinito e in continuo aggiornamento di nomi a cui augurare il riposo in pace. Nella sola Russia, decine di civili cadono quasi ogni giorno per i bombardamenti ucraini sulle regioni di confine: Belgorod, Kursk, Oriol, Krasnodar, Briansk, Kherson, la Crimea…probabilmente queste hanno inciso sul brusco calo di gradimento, nei sondaggi, nei riguardi del Presidente Putin, passato dall’88% del febbraio 2025 (ammesso anche da alcuni media occidentali, rigorosamente oltre frontiera⁸) al risicato 74% di questo maggio 2026⁹. C’è evidentemente la sensazione, più che suffragata dai fatti, che le regioni di confine, e non solo visto che in passato i droni ucraini sono riusciti a raggiungere persino Engels e Irkutsk, non siano protette, e che l’ingresso dei nuovi territori della Federazione Russa non sia stato affatto il punto finale sulle sofferenze che soprattutto le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk pativano già dal 2014.

Due anni prima, una riflessione di centratissima attualità fu svolta da un teorico della RPDC di nome Ri Jong Chol, il quale, a proposito dell’aggressione americana alla Jugoslavia del 1999, ebbe a scrivere:

«In generale, il primo obiettivo che persegue la politica è quello di assicurare la sovranità dello Stato e l’integrità del territorio nazionale, così come la sicurezza della patria e della sua popolazione minacciata dall’aggressione straniera. Affinché la politica raggiunga il suo scopo è indispensabile rafforzare, prima di ogni altra cosa, la capacità difensiva nazionale.

Tuttavia, vi è una grande differenza tra il comprendere correttamente che il rafforzamento della difesa nazionale è importante al fine di proteggere ed esercitare la sovranità del Paese e della nazione e presentarlo e dargli impulso come un importante compito dello Stato.

Di fatto, numerosi Paesi che lo hanno sottovalutato dinanzi alla minaccia di aggressione da parte di altri hanno subito delle conseguenze irreparabili.

Lo dimostra palpabilmente la tragedia dell’ex Jugoslavia.

Alla fine degli anni ’90 quasi tutti sapevano che le truppe della NATO, capeggiate dagli americani, avevano intenzione di attaccarla. Di fronte a tale pericolo di guerra, questo Paese non rafforzò la potenza militare, né fece i preparativi necessari. Il suo governo, anziché pensare a lottare con le proprie forze, ripose le speranze nella promessa di un grande Paese di offrirgli sostegno in caso di emergenza, e vi sperò fino alla fine della guerra. All’inizio di quest’ultima, i suoi combattimenti antiaerei obbedivano alla “conservazione delle forze e resistenza risoluta”, come mezzo di difesa passiva, poiché non aveva una sufficiente capacità militare. Per di più, poiché questo Paese si appoggiava ad armi ed equipaggiamenti altrui, non era in grado di riparare da solo il sistema antiaereo distrutto dai bombardamenti indiscriminati delle truppe aeree della NATO. Inoltre, debole com’era la potenza della contraerea, non poté abbatterne gli aeroplani, che volavano ad alta quota. In definitiva, non fu capace di opporre una resistenza degna di nota, ma anzi fu colpito selvaggiamente sino a giungere a un finale disastroso»¹⁰.

Un “finale disastroso” che nel caso dell’Iran pare essere scongiurato, nondimeno, con toni non molto dissimili, un portavoce del Ministero degli Esteri della RPDC fece notare, già all’indomani dell’aggressione israelo-americana, che «il fatto che la minaccia militare statunitense all’Iran, protrattasi a lungo nella regione, avrebbe portato a una vera invasione militare era già possibile prevederlo, ed è una conseguenza logica e certa della loro natura egemonica e canagliesca»¹¹.

Venti giorni dopo, intervenendo alla I sessione della XV Assemblea Popolare Suprema, Kim Jong Un svolse un’analisi più approfondita del contesto internazionale in cui ci troviamo e concluse, fuor di metafora:

«L’attuale situazione mondiale, in cui la dignità e i diritti degli Stati sovrani vengono febbrilmente calpestati dalla prevaricazione e dalla tirannia unilaterali, ci insegnano limpidamente qual è la sicura garanzia per l’esistenza del nostro Stato e la difesa della pace.

Osservando all’interno la natura immutabile delle forze imperialiste ed egemoniche, per le quali la ricerca del predominio è diventato un attributo mentale inveterato e la cui spudoratezza si evolverà ancor più in senso delinquenziale, ci siamo assicurati con lungimiranza una capacità concreta di far fronte alle minacce alla sicurezza che ci troveremo dinanzi nel futuro e ai peggiori mutamenti. Abbiamo fatto benissimo a procedere così.

All’estero, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno costantemente schierando risorse strategiche nucleari nella regione attorno al nostro Paese e minacciando il pilastro della sicurezza nella regione, ma di fatto ciò non ci è nuovo, e quella del nostro Stato si mantiene a un livello più alto rispetto ad altre zone del mondo.

Lo dico senza tema di smentita: il nostro non è più un Paese suscettibile di minacce da parte di altri, anzi, se necessario ha la forza di minacciare loro»¹².

Ancor più direttamente da Pyongyang si rivolsero, già nel 2024, ai palestinesi, avvertendoli:

«Se non volete cadere vittime di assassini che vi usino come “scudi umani”, dovete consolidare più saldamente le vostre difese nazionali per garantire la vostra dignità e il vostro destino di esseri umani»¹³.

Qual è il filo conduttore che unisce tutte queste citazioni?

L’imperialismo è certamente barbaro e criminale, questo è ormai evidente a chiunque abbia un minimo di buonsenso e sanità mentale. Battersi il petto per sottolinearlo di continuo e basta non è sufficiente e ancor meno è utile. Per i Paesi che vivono ogni giorno sotto la sua minaccia il primo dovere è potenziare autonomamente le proprie difese nazionali: il caso siriano (Assad¹⁴ cadde poco meno di un mese dopo l’uscita dell’articolo del Pyongyang Times da cui abbiamo tolto le ultime righe…) e quello venezuelano, al quale speriamo di non dover mai aggiungerne uno cubano, lo dimostrano con fin troppa eloquenza.

Contare sulle grandi potenze per la propria difesa, come si è visto dalla Jugoslavia al Venezuela passando per la Siria, è deleterio: una grande potenza può avere mille motivi, in un dato momento, per non intervenire a difesa di un alleato, motivi che possono dipendere tanto da volontà calcolata come da possibilità oggettive. Tanto più in un mondo multipolare come quello che vediamo strutturarsi davanti ai nostri occhi, sebbene al momento fuori dalla nostra penisola, basato su un ordine internazionale privo di “gendarmi mondiali” e dove dunque l’autonomia nella difesa nazionale, cardine della prassi jucheana nella Corea popolare, diviene prerequisito fondamentale per l’esistenza e lo sviluppo di un Paese e di una nazione.

Proprio di recente, l’Amministrazione Missilistica e l’Accademia delle Scienze della Difesa della Repubblica Popolare Democratica di Corea hanno collaudato un sistema di lancio missilistico leggero multiuso e di un sistema d’arma missilistico da crociera tattico multiplo, dotato della combinazione di un sistema di navigazione autonomo ad altissima precisione col TERCOM (Terrain Contour Matching) e che ha fatto uso di una funzione di guida alla programmazione basata sull’intelligenza artificiale: un potente sistema d’arma che può colpire con estrema precisione qualsiasi bersaglio a 100 km di distanza, tramite un volo multimodale strutturato sulla planata e sulla propulsione¹⁵.

Ecco un esempio di strumenti coi quali, insieme a una precisa cornice legale nel quale utilizzarli realmente e, se necessario, preventivamente, ogni Stato può fattivamente tutelare la vita e la sicurezza dei propri cittadini, dai bambini agli anziani passando per le donne, e impedire il verificarsi di esecrabili, orrende e disgustose tragedie come quelle di Minab, Lamerd, Starobelsk, Gaza, Beirut e, purtroppo, non solo.

Note

[1] entekhab.it

 

[2] ourworldindata.com

 

[3] mei.edu

 

[4] x.com

 

[5] themiracleofgaza.com

 

[6] marx21.it

 

[7] tass.ru

 

[8] rsi.ch

 

[9] wciom.com

 

[10]  Ri Jong Chol, La politica del Songun della Corea, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 2012, pp. 27-28 ed. sp.

 

[11] mfa.gov.kp

 

[12] dzen.ru

 

[13] pyongyangtimes.com

 

[14] socialismoitalico.it

 

[15] italiacoreapopolare.wordpress.com