Il giorno 27 gennaio, una nutrita delegazione di militanti e simpatizzanti del SocIt ha preso parte alla conferenza Voci dell’Africa, organizzata assieme a Indipendenza (la rivista di pregio, nulla a che fare con Alemanno e ci teniamo a specificarlo), Contronarrazione di Genova e Generazione Z di Perugia. Ci saranno prossimamente ulteriori aggiunte, sotto forma di altri articoli, per la parte audiovisiva della conferenza.

Ci sono stati interventi di Leonardo Sinigaglia, che ha introdotto l’idea dietro alla conferenza per il comitato promotore di cui facciamo parte; Patrick Mbeko, saggista e commentatore geopolitico; Charles Wognin del Movimento Generazioni Capaci della Costa D’Avorio; Candide Okeke (in differita) vicepresidente APARECO della Repubblica Democratica del Congo; Awa Koundoull del PASTEF del Senegal, Igor Camilli di Patria Socialista, Davide Rossi del Centro Studi “Anna Seghers”; e due relatori da noi invitati per il loro ampio grado di preparazione ed importanza del loro lavoro in ambito geopolitico, non saranno nuovi infatti a chi ci segue da tempo, l’analista geopolitico e giornalista de Il Tazebao Lorenzo Somigli, il presidente della KFA Italia Jean Claude Martini.

Ci teniamo a riportare in forma integrale infatti gli interventi da loro proposti, che danno degli spunti di riflessione estremamente interessanti. Ringraziamo per la trascrizione a cui attingiamo lo stimato compagno Sov di MultipolarReport , e per le foto dell’evento Andrei Miron.

La sessione si apre con l’introduzione Leonardo Senigallia il quale ringrazia le realtà che hanno reso possibile questo evento e introducendo di cosa si parlerà durante di esso per poi lodare tutti i gruppi anti imperialisti che combattono contro l’oppressione capitalista.

Il primo ospite a parlare è Patrick Mbeko della Repubblica Democratica del Congo, il quale inizia ringraziando gli organizzatori dell’evento e rimarcando l’importanza di quest’ultimo visto il periodo storico. Procede a parlare dell’esperienza del suo paese sotto il colonialismo, di come perduri uno sfruttamento di risorse a trazione francese ai danni della collettività congolese. Parla dei suoi scritti in merito alla Libia Verde e di come Gheddafi rappresentasse un acerrimo nemico e spina nel fianco degli sfruttatori d’oltreoceano dei delicati equilibri geopolitici. L’imperialismo ai danni dell’Africa, e non solo, è quindi tutt’ora un nemico da combattere, anche dall’Europa. Una menzione in particolare, molto toccante, ha riguardato Ustica e di come a più riprese i servizi segreti italiani abbiano cercato di salvare Gheddafi dagli svariati attentati. A dimostrazione che il nostro paese, tranciando con il suo passato coloniale, abbia sempre avuto amici in tutto il globo.

Il segretario nazionale Giovanni Amicarella e Patrick Mbeko si scambiano qualche parola grazie alla traduzione simultanea italiano-francese di Nicoletta Fagiolo (ByoBlu). Un momento di socializzazione fra le delegazioni africane, Davide Rossi e Nicoletta Fagiolo.

A seguire parla la compagna Awa Koundoull del PASTEF, che parla in vece del presente segretario Abdoulaye Ndiaye, ringraziando per la possibilità di essere alla conferenza. Il discorso è un proclama di orgoglio contro l’autocommiserazione degli africani, sia in Africa che all’estero, che vivono succubi di idee occidentaliste che non gli appartengono, L’africano deve perciò reclamare l’Africa, e lo stile di vita e modo di essere che si rifà alle proprie radici culturali. Un’Africa insomma libera di essere come immaginata dai partiti e dai movimenti sia nazionali che panafricanisti, senza dover subire umiliazioni come lo sfruttamento in loco o la schiavitù tramite immigrazione.

Il prossimo a parlare è il compagno Igor Camilli di Patria Socialista che espone una visione sui fatti inerenti ai BRICS e di come la retorica presente in Occidente sia cavalcata da elementi reazionari.

Segue il compagno Charles Wognin della Costa d’Avorio ringraziando gli organizzatori dell’evento e portando i saluti del Movimento Generazioni Capaci. Il compagno inizia raccontando la sofferenza della sua Costa d’Avorio dal 2002 al 2011, fra i vari accadimenti in ambito di iniziative a trazione francese atte a destabilizzazioni e governatorati fantoccio. Ha declamato l’importanza di movimenti sovranisti, in accezione nazionale, in Africa e non solo, così da spingere quanto più possibile via gli sfruttatori che usano proprio una certa retorica suprematista per infilarsi a cuneo negli affari dei singoli paesi africani.

Candide Okeke, vicepresidente APARECO della D.R. del Congo, ha ricordato gli immani sacrifici che la popolazione locale ha subito e continua a subire dalle varie iniziative private, gravanti anche sulla vita sociale del paese. Ha dichiarato che le recenti elezioni siano una falsa e che il Congo è deciso più che mai a perseguire una strada a fianco di Cina e Russia per uscire totalmente dalla precedente orbita imposta.

Riportiamo l’intervento integrale di Lorenzo Somigli, pubblicato su Il Tazebao:

Un ringraziamento agli organizzatori, ai presenti e a chi ci segue da casa. Non condivido molti dei contenuti ma vi ringrazio per avermi coinvolto così da portare una prospettiva diversa: solo in questo modo si fa dibattito e, spero, si cresce. Saluto, con sommo piacere, i colleghi africani che sono intervenuti prima: senza il confronto con loro ci parliamo addosso.

C’è anche l’amico Jean-Claude Martini (KFA Italia) che, come me, è un ragazzo del bel Campo di Marte che fu, in una Firenze stretta dalla monocoltura turistica. Ringrazio anche Giovanni Amicarella (SOCIT) che per primo mi ha coinvolto: l’ho conosciuto oltre un anno fa e l’ho visto maturare, maturare politicamente. Questi ragazzi collaborano attivamente a Il Tazebao – ricorderete lo storico manifesto demandarinizzato di Mao – perché c’è un’informazione controcorrente che fa pensiero, il più possibile profondo.

Sono convinto che l’unica chiave di lettura corretta per comprendere la contemporaneità e lo scontro in corso sia quella che coglie l’evoluzione del capitalismo verso il capitalismo politico, il sistema globalmente diffuso di controllo e produzione, affermatosi sempre più dalla pandemia. Dunque, non credo all’ipotesi di un mondo multipolare o comunque la trovo una semplificazione rispetto alla profondità di questo sistema di comando.

La mia conoscenza diretta dell’Africa, salvo il Nord e in particolar modo la Tunisia, è limitata ma ho cercato negli ultimi mesi di lavorare sui temi dirimenti, come le infrastrutture, soprattutto per il centro studi IFIMES di Lubiana o per la rivista Transatlantic Policy Quarterly di Istanbul.

Provo a partire da quella che rimane la costante per capire lo sviluppo della storia e del mondo: la geografia e come il già richiamato potere si interseca con questa. La geopolitica.

La geografia è sempre quella: la penisola italiana è posta felicemente in mezzo al mare più geopolitico di tutti, un «mare di mari», per dirla con Braudel. L’Italia ha da sempre una grande attenzione ai popoli africani, ai popoli che soffrono e che lottano per la libertà. Penso al capolavoro di Gillo Pontecorvo sulla battaglia di Algeri; proprio l’Algeria sarà uno dei punti cardine della politica italiana nel Mediterraneo. Penso a un coraggioso Finché c’è guerra c’è speranza con Alberto Sordi che si pone criticamente di fronte al commercio delle armi.

Il problema dell’Africa, insomma, la classe dirigente deve porselo, come problema quotidiano. La politica, del resto, è la capacità di vedere il problema dell’altro come proprio. L’attuale governo ha avviato i cantieri per il Piano Mattei, che deve ancora essere completato di contenuti.

Fino ad oggi, mentre in altri paesi come la Turchia o come la Cina una politica per l’Africa è ben presente da anni, non era stato prodotto alcunché e non era stato mai posto il problema di governare politicamente il problema. Oggi c’è un tentativo, sicuramente perfettibile, di porre rimedio a un vuoto.

Secondo la geopolitica classica, quella di Mackinder e Spykman – cito questi studiosi anglosassoni perché assistiamo a un ritorno dello scontro lunga la faglia critica in zone che sono determinanti come Palestina e Ucraina – l’Africa ricopre una funzione quasi marginale: la parte del Nord che è, invero, parte integrante del Rimland, con una possibile espansione al Corno d’Africa e dunque al Madagascar; una fascia interna e centrale dominata da condizioni geografiche ostili, che impediscono un pieno sviluppo e un pieno sviluppo di un potere politico ordinatore; infine, quella considerata totalmente periferica, nel Sud.

Si tratterebbe della teoria del “Secondo Heartland” che, però, non è stata fino ad oggi approfondita, anche perché ogni teoria viene portata avanti a seconda delle contingenze geopolitiche e delle esigenze delle classi dirigenti: a inizio Novecento il focus strategico insisteva sul cuore della Terra ovvero la Russia. Penso sia il tempo di aggiornare i paradigmi.

In effetti, a questo architrave teorico, per lo meno riguardo al ruolo marginale dell’Africa, tendo a credere poco, sia perché non è del tutto marginale sia perché si è rivelato continente ricco di risorse e popoloso. Lo sottolineo perché le masse popolari, con la loro forza del numero e la loro pressione, reclamano uno spazio nella storia che non possiamo ignorare; per molto tempo anche noi siamo stati «una grande proletaria» in cerca di uno spazio nel mondo. Non solo, c’è sempre un rischio di deriva razzista nel determinismo geografico, quindi la useremo cum grano salis.

La domanda è, appunto, come governare politicamente questo processo. Io non credo che l’arroccamento funzioni perché è fisicamente impossibile, come non credo a questa visione palingenetica del meticciato, per come ci è stato venduto negli ultimi anni, forse dimenticando quali interessi economici si nascondano dietro le tratte di persone sradicate e senza terra, che spesso muoiono nel mare nostrum.

Le condizioni geografiche sono, in un certo senso, immutabili e dettano uno sviluppo dell’uomo. È vero anche che le opere infrastrutturali hanno cambiato il corso della storia. È Colbert uno degli artefici della Francia moderna grazie alle straordinarie opere idrauliche del Canal du Midi che connette Mediterraneo e Golfo di Biscaglia. La Transiberiana, straordinaria intuizione di Sergei Witte, che permette la colonizzazione e lo sfruttamento della Russia asiatica. Lo stesso sviluppo industriale dell’Italia ma anche l’espansione delle libertà si devono al superamento della barriera degli Appennini.

È chiaro che il ritardo infrastrutturale sia uno dei nodi che frenano lo sviluppo dell’Africa. Di questo tema non si parla più dimenticando che le infrastrutture sono chiave di sviluppo e di libertà. Ecco perché lo storico accordo Italia-Libia, concretizzato dal compianto Silvio Berlusconi, portava con sé la costruzione della strada costiera nel solco della grande tradizione italiana; poi la grande destabilizzazione del 2011 ha travolto prima i fratelli libici poi noi.

Per cercare di arricchire il dibattito con un po’ di concretezza, i punti fondamentali su cui intervenire sono: il potenziamento della direttrice Nord-Sud, come nel caso del corridoio Cairo-Dakar, e di quella Est-Ovest come nel caso del corridoio Lobito-Beira oppure di una tratta complessa e articolata che connetta Dakar con Djibouti passando per N’Djamena; l’ammodernamento dell’esistente visto che oltre il 40% delle strade non è ancora asfaltato; il potenziamento della rete ferroviaria, oggi largamente carente, e l’esempio migliore è quello della tratta Addis Abeba con la già citata Djibouti, realizzata con investimenti cinesi, che ha permesso di ridurre a 10 ore il tempo di percorrenza.

Voglio introdurre un ultimo concetto. Da quasi due anni siamo entrati un’era di scarsità. La priorità è costruire un sistema che garantisca la certezza di energia e di cibo, come ha spiegato anche Sébastien Abis a L’Express, un problema che non si pone solo per gli africani ma anche per noi che siamo abituati al benessere.

Segue Davide Rossi con una disamina delle conseguenze della caduta del blocco sovietico e su come l’imperialismo statunitense giustifichi azioni nefaste ai danni di altre potenze, quali Russia e Cina sulla base di svariati pretesti dipinti come “civili”. Siano infatti politiche identitarie o opposizioni interne, il sistema unipolare ha sempre sfruttato a suo vantaggio i cavalli di Troia rappresentati da certi movimenti a proprio vantaggio.

Conclude la parte dedicata agli interventi degli ospiti Jean Claude Martini presidente della KFA Italia, ci cui riportiamo l’intervento:

Ringrazio anzitutto il comitato promotore di questa iniziativa e gli stimati compagni del SOCIT, di Indipendenza, di Contronarrazione, di Generazione Z e della comunità africana.

Vorrei iniziare con un omaggio, vista la data odierna, ai soldati dell’Armata Rossa che 79 anni esatti fa hanno liberato i prigionieri di Auschwitz dall’incubo della prigionia e delle torture naziste, nell’atto finale di quell’eroica impresa che fu la sconfitta del nazifascismo internazionale, impresa che oggi viene ereditata e portata avanti da tutti coloro che combattono in ogni forma, anche a rischio della galera e della morte, contro la risorgenza del fascismo e del nazismo in molti Paesi.

Potrebbe sembrare, questo, un richiamo retorico e fuori luogo rispetto alla tematica della conferenza di oggi, ma diventerebbe impossibile capirne la genesi senza rifarci alle dinamiche internazionali scaturite da quel 24 febbraio 2022, che potremmo definire la data di un nuovo auge dell’attuale rivoluzione mondiale dei popoli oppressi per l’indipendenza. L’Africa, in questa cornice, è tornata finalmente protagonista.

Martoriata dalle primavere arabe (le quali, tuttavia, non si sono confinate al Maghreb ma sono servite da copertura per atti di sovversione non meno gravi, come il rapimento del presidente ivoriano Laurent Gbagbo ad opera di una task force francese), gli anni tra il 2021 e il 2023 hanno visto l’Africa risvegliarsi dapprima con un rinnovato attivismo dell’Algeria democratica e popolare per la propria indipendenza e un ruolo più di punta in campo internazionale, ma soprattutto con le rivoluzioni popolari in Mali, Burkina Faso e Niger che hanno portato al potere governi disposti finalmente a fare gli interessi delle masse popolari nazionali.

Gli eventi dell’estate scorsa in Niger hanno portato alla ribalta questi tre Paesi, che oggi lavorano per unirsi a un livello maggiore per far fronte ai tentativi di interferenza e invasione da parte dell’imperialismo occidentale: noi dell’Associazione d’amicizia e solidarietà Italia-RPDC abbiamo notato con estremo piacere e interesse le bandiere di quest’ultima nelle piazze di Niamey e Ouagadogou, e sappiamo che ciò non è una mera ostentazione di ira anti-occidentale. Tra l’altro, proprio in Mali, nel 1969, nacque il primo gruppo di studio delle idee del Juche al mondo.

La Corea socialista si è infatti sempre prodigata per aiutare l’Africa in tutti i modi possibili.

In Somalia arrivò una spedizione di bulldozer e trattori come regalo personale del Presidente Kim Il Sung; in Burundi, gli ingegneri coreani costruirono un palazzo presidenziale; nello Zimbabwe, i soldati addestrati dalla RPDC combatterono contro il dominio coloniale, così come i suoi piloti combatterono fianco a fianco dell’Egitto e degli altri popoli arabi nella Guerra d’Ottobre del 1973. Non si può non menzionare l’opposizione intransigente e di principio da essa manifestata contro i regimi razzisti del Sudafrica e dell’allora Rhodesia, parallelamente al sostegno che diede ai movimenti rivoluzionari che lottavano in armi contro di essi: i coreani addestrarono le formazioni del Congresso Nazionale Africano in Angola e della SWAPO direttamente in Corea, così come sostennero l’MPLA e il FRELIMO nelle guerre rivoluzionarie in Angola e in Mozambico. I fruttuosi rapporti col Burkina Faso di Thomas Sankara fecero sì che in questo Paese, le opere di Kim Il Sung fossero più lette di quelle di Fidel Castro. Non si può non citare, inoltre, l’incontro tra Muammar al-Gheddafi e il Presidente Kim Il Sung nel 1989.

In realtà, i rapporti tra RPDC e Africa risalgono già agli anni ’50, allorché il Presidente Kim Il Sung, nonostante la difficile situazione della ricostruzione postbellica a seguito alla Guerra di Corea, non badò a spese per fornire assistenza militare al Fronte di Liberazione Nazionale d’Algeria; la RPDC fu il primo Paese a riconoscere il governo provvisorio e si recò in visita in Algeria nel 1975, incontrando il Presidente Houari Boumédiène e approfondendo i legami amichevoli con lui, con gli altri dirigenti e col popolo algerino.

Samora Machel, presidente del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) e comandante in capo del suo Esercito Popolare di Liberazione, visitò la RPDC nel settembre 1971. Quando lo incontrò, il Presidente Kim Il Sung gli espresse le sue opinioni sui modi e i mezzi per ottenere la vittoria nella lotta contro gli imperialisti, dicendo che bisogna sempre prendere l’iniziativa nella lotta. Non appena Kim Il Sung gli disse questo, Machel, una volta tornato nel suo paese, costruì le forze interne del FRELIMO, insediò basi di guerriglia segrete tra i cespugli e sferrò colpi al nemico affidandosi a esse e ponendo così fine al dominio coloniale. Dichiarando l’indipendenza completa del suo paese, egli disse: «Grazie all’aiuto che il Presidente Kim Il Sung ci ha accordato, siamo stati in grado di spezzare le catene della schiavitù coloniale che hanno legato noi e i nostri antenati e di ottenere la liberazione; ringraziamolo anche a nome dei nostri antenati».

Grazie agli insegnamenti e all’assistenza dati da Kim Il Sung, molti altri paesi in Africa, come l’Uganda, lo Zimbabwe e la Namibia, hanno potuto ottenere la liberazione nazionale e l’indipendenza.

In quei giorni, gli africani solevano dire: «Per fare la rivoluzione bisogna incontrare il compagno Kim Il Sung».

Questi offrì anche una disinteressata assistenza materiale e spirituale ai paesi africani nella loro edificazione della nuova società.

A metà degli anni ’70, il presidente del Togo, Gnassingbe Eyadema, visitò la RPDC e lo incontrò. Gli chiese, con l’occasione, di parlargli delle preziose esperienze maturate nella RPDC. Kim Il Sung gli spiegò in dettaglio l’esperienza della trasformazione del paese in uno Stato industriale socialista, indipendente in politica, autosufficiente nell’economia e nella difesa nazionale, sulla base delle idee del Juche, iniziando con la spiegazione di come il suo Paese costruì il primo trattore tramite i suoi propri sforzi. In seguito, allorché apprese che il Togo soffriva di una carenza di quadri autoctoni, disse: «Dovremo costruire una scuola di partito per il Paese, e che sia meravigliosa; comprare quei materiali che non possiamo prendere dal nostro Paese; costruire la scuola in modo eccellente in modo che sia un regalo per il popolo togolese». Fu così che a Lomé, capitale del Togo venne costruita la Scuola Superiore dell’Assemblea del Popolo Togolese, capitale del Togo, e il paese poté formare molti quadri capaci di guidare l’edificazione di una nuova società.

Se i Paesi africani avessero richiesto degli esperti, Kim Il Sung avrebbe fatto in modo di inviarglieli; se avessero richiesto aiuto nella costruzione di fabbriche e fattorie, egli non avrebbe mai badato a spese per inviare loro i fondi e i materiali ad essi necessari. L’assistenza materiale e spirituale coprì non solo il settore economico ma anche quelli politico, militare, dell’istruzione, della sanità pubblica e dello sport. La RPDC non era così ricca da offrire una quantità di aiuti così enorme ai paesi africani a quei tempi. Ma Kim Il Sung disse ai funzionari coreani: «Anche se dobbiamo stringere la cinghia, dobbiamo aiutare i Paesi africani con sincerità cosicché possano raggiungere un’indipendenza completa in politica e in economia e reggersi sulle loro gambe».

Grazie al prodigo aiuto e sostegno offerto dalla RPDC, furono costruite molte infrastrutture nel continente africano: una fabbrica di mattoni ad Arusha, un istituto di ricerca agricola e uno stadio a Zanzibar; una stamperia e un centro culturale in Benin; una centrale idroelettrica in Etiopia; un istituto agricolo e un palazzo nazionale in Guinea; una fattoria sperimentale in Ghana; una fattoria sperimentale dell’amicizia in Zambia; un edificio governativo in Lesotho; il palazzo del parlamento nella Repubblica Centrafricana; un teatro all’aperto e un grattacielo in Burkina Faso; lo stadio Victoria alle Seychelles e impianti di irrigazione in Etiopia, Mozambico e Ruanda.

Il presidente della Namibia, Sam Nujoma, durante la sua visita nella RPDC nel settembre 1992, disse: «Se voi, compagno Kim Il Sung, non ci aveste dato sagge istruzioni né offerto una prodiga assistenza materiale e spirituale, il mio paese, la Namibia, sarebbe rimasto l’unico paese colonizzato nel continente africano. Voi, che ci avete aiutato quando eravamo in difficoltà, siete un grande maestro e benefattore per il popolo namibiano».

Nel marzo 1981 il presidente della Tanzania, Julius Nyerere, visitò la RPDC. Quando incontrò Kim Il Sung, lo mise al corrente della situazione dell’agricoltura nel suo paese e gli chiese assistenza a questo riguardo. La sua più grande preoccupazione era l’irrigazione e soprattutto le pompe d’acqua.
Kim Il Sung gli disse che avrebbe potuto dargliene una grossa, ma che nel futuro avrebbero dovuto fabbricare le proprie, e gli mostrò una fabbrica di pompe d’acqua.

Spiegandogli in dettaglio come la fabbrica fu costruita e ampliata, egli disse alla sua controparte tanzaniana che la RPDC avrebbe potuto aiutare la Tanzania a costruire una fabbrica di pompe d’acqua. Egli intendeva dire che era necessario, per il continente africano, avere assistenza ma era importante che seguissero la via dell’appoggio sui propri mezzi, credendo nella loro forza.

Un funzionario tanzaniano che accompagnava il suo presidente disse: «Il Presidente Kim Il Sung ci ha incoraggiati a contare sulle nostre forze mostrandoci una fabbrica di pompe d’acqua; altri paesi avrebbero pensato a far soldi vendendocene; l’esperienza di appoggio sulle proprie forze maturata dalla RPDC è senza dubbio l’assistenza di cui abbiamo bisogno».

Il presidente malgascio Ratsiraka disse: «Altri Paesi avrebbero pescato per noi quando avevamo fame; questo avrebbe significato una nostra continua dipendenza da loro nel futuro, ma il Presidente Kim Il Sung ci ha insegnato a pescare cosicché avremmo potuto prendere pesci da soli ogniqualvolta lo avremmo voluto».

Sotto la grande attenzione del Presidente Kim Il Sung per lo sviluppo dell’agricoltura nei Paesi africani, furono costruiti istituti agricoli in Tanzania e in Guinea e la RPDC inviò tecnici agricoli in questi paesi per rendere loro assistenza tecnica.

In onore di Kim Il Sung, il presidente guineano Sekou Touré fece nominare l’istituto costruito nel suo paese Istituto Agricolo Kim Il Sung.

L’aiuto che Kim Il Sung diede ai popoli africani era motivato dal suo sincero senso del dovere.
Quando scoppiò un’epidemia di colera in un paese, egli ordinò a una squadra medica operante in quel paese di non evitare i malati ma adottare le necessarie misure di prevenzione e fare del loro meglio per curare i pazienti.

Quando il Benin gli chiese di inviare medici specializzati, funzionari nel settore dell’economia pianificata e tecnici della produzione di ceramica, Kim Il Sung risolse il problema senza remore.

Questi sono solo alcuni esempi dell’assistenza internazionalista che la Corea popolare diede concretamente all’Africa.

Non posso, da ultimo, non menzionare il discorso da egli tenuto il 31 agosto 1981 alla riunione consultiva dei ministri dell’Agricoltura dei Paesi dell’Africa orientale e occidentale che avevano partecipato al simposio dei Paesi non allineati e in via di sviluppo, svoltosi a Pyongyang, sull’aumento della produzione alimentare e agricola, e intitolato Per lo sviluppo dell’agricoltura nei Paesi africani.

Avendo studiato in ogni minimo particolare la situazione alimentare africana, egli illustrò per sommi capi l’esperienza dell’edificazione socialista agricola nella RPDC e, facendo il punto sulla situazione della cooperazione tra Corea e Africa, formulò alcuni consigli per la meccanizzazione dell’agricoltura in quei Paesi, mettendo a disposizione i tecnici e gli specialisti coreani per ogni evenienza. Disse tra le altre cose che in Madagascar costoro stavano effettuando lavori d’irrigazione che avrebbero coperto 1000 ettari di terre coltivabili e si stava costruendo un’azienda di colture sperimentali. Propose di creare due istituti, uno in Tanzania e l’altro in Guinea, che coprissero rispettivamente l’Africa orientale e quella occidentale e, per non pesare sulle spalle dei governi ospitanti, affermò che i materiali all’uopo sarebbero stati portati dagli specialisti coreani, che non avrebbero ricevuto alcun compenso bensì vitto e alloggio in base alle usanze del posto.

La solidarietà della Corea popolare con l’Africa non è svanita, tutt’altro: in occasione delle ricorrenze delle visite del Presidente Kim Il Sung in Algeria e in Mauritania nel 1975, come anche degli anniversari dell’instaurazione dei rapporti diplomatici, il Ministero degli Esteri della RPDC pubblica articoli di approfondimento dal carattere militante e riafferma i vincoli che tutt’oggi legano la Corea socialista alla Guinea Equatoriale piuttosto che alla Repubblica del Congo o al Congo Democratico e altri Paesi. Nel 2013, Kim Jong Un inviò un messaggio di condoglianze a suo nome per la scomparsa di Nelson Mandela e dieci anni esatti dopo la Corea popolare è ancora in prima linea nella solidarietà e nel sostegno ai Paesi africani per l’indipendenza, come dimostra la partecipazione di una delegazione governativa di alto livello della RPDC all’ultimo vertice del Movimento dei Non Allineati e al III vertice del Sud svoltisi a Kampala, in Uganda, la settimana scorsa. Vi è poi un articolo di Jong Il Hyon, analista internazionale coreano, intitolato La politica truffaldina degli americani in Africa è destinata a fallire, laddove si denuncia il turbinio di visite allora in atto da parte di vari politici americani in diversi Paesi africani, volti a seminare discordia tra questi e la Cina per i loro interessi egoistici e imperialistici. Si trova integralmente tradotto in italiano sul nostro sito (italiacoreapopolare.wordpress.com) e in estratti sul canale Telegram a noi affiliato, Pyongyang Internazionale.

La RPDC è in prima linea nella lotta per un mondo indipendente e multipolare e l’Africa ne è uno dei motori principali. Si può dire che i suoi Paesi stiano realizzando adesso e su base inizialmente nazionale il progetto visionario e lungimirante che il Fratello Guida Muammar al-Gheddafi aveva per il continente intero.

Auguriamo ogni successo ai nostri fratelli e compagni africani!

Un fuoriprogramma, nella chiusura, al subentro del nostro segretario nazionale come moderatore per la parte finale, che assieme a Davide Rossi e Jean Claude Martini ha risposto ad alcune domande e spunti di confronto offerti sia dal pubblico che dalle delegazioni africane. Particolarmente sferzante la domanda del compagno segretario Ndiaye del PASTEF, che si è chiesto come mai l’Italia non assuma un ruolo di rilevanza penetrando nello scenario geopolitico e commerciale a fianco dei paesi africani contro i paesi imperialisti. Ha ricordato poi in chiusura il segretario Amicarella che il socialismo sia più vivo che mai, di come la sala gremita di nostri militanti e sostenitori giovani lo dimostrino, e poi rivolgendosi al compagno segretario del PASTEF, di come la nostra visione internazionalista debba proprio vertere sul far tornare l’Italia al centro, prevenendo a loro lo sfruttamento ed a noi la frizione sociale dovuta all’immigrazione. Uniti insomma, con una stretta di mano salda, in una lotta che dai due lati del Mediterraneo ci unisce a più riprese contro una potenza, la Francia, che costantemente dimostra la propria ingordigia, spostando i confini anche fra i nostri due di paesi.

Martini, Rossi e Amicarella nel sipario finale. Wognin e Labonia dialogando su prospettive comuni.

Ne è stato parlato su:

Stampa centrafricana

Stampa libica

L’Antidiplomatico

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